L’emancipazione femminile si esprime anche nella scelta di nuovi abiti mentali
Imitare il maschile per ribadire la parità di prestazioni ha fatto il suo tempo. Ora la quiet femininity si riconcilia con la leggerezza e la flessibilità.
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C’è un’espressione tedesca che indica l’atto di vestirsi eleganti, di cambiarsi per uscire, tradotta in italiano con mettersi in ghingheri. Si dice sich in Schale werfen, gettarsi nel guscio, nella scorza. Per mostrarsi al mondo, bisogna fornirsi — o riappropriarsi — di una seconda pelle, fisica e metaforica. Questa seconda identità può coprire la prima, perché vulnerabile, o assecondarla, sottolinearla e, forse, lasciarla libera di essere. È successo alla femminilità di essere coperta da un guscio antropizzato (nel senso di adeguato al panorama definito dall’uomo), che parificava allo sguardo, molto meno nella sostanza. Un guardaroba di ambizioni (soddisfatte?), di aspirazioni, di conquista, per agire in competizione e per combattere ad armi uguali. Volevo i pantaloni.
Volevo fare quello che fa un uomo (dal lavoro alle fatiche da Ironman), vestirsi come lui (non solo per imitazione, ma anche perché certe cose si fanno meglio con le sneakers e la tuta), averne gli stessi abiti mentali. Gli atteggiamenti, la postura, la camminata sono andati somigliandosi: il modello assimilazionista come strategia per accedere a spazi negati, ha mostrato nel tempo i suoi limiti.
Nell’omologazione si è smarrita quella grazia che è un valore e non una posa, una delicatezza preziosa e sottile, non frivola o debole, ma personale e composta da diverse sfumature. Il recupero della consapevolezza e dell’energia muliebre sta risintonizzando la femminilità sulla primaria essenza. Un portamento elegante, meno goffo e mascolino è quello che chiedono moltissime donne ad alcune pratiche sportive contemporanee come pilates, barre, posture training. Negli ultimi tre anni a Los Angeles, la mecca del fitness, le richieste e l’interesse per la danza classica sono aumentati del 75 per cento, e riguardano donne mature. Lo dice Patti Ashby, direttrice statunitense della RAD, Royal Academy of Dance: non è regressione, ma riappropriazione. Un modo di porgere lo sguardo, di tenere il baricentro, e di sapere mantenere leggerezza anche quando la gravità – della situazione o della terra – chiama. Alla sbarra non si fa che allenare la grazia sopraelevata (si sta sulle mezze punte come sui tacchi) senza rinunciare a un corpo tonico e anche performante, specie in flessibilità e mobilità, ossessione emergente e baluardo di longevità tra le donne che amano invecchiare (con grazia e senza dolori alle giunture). Toniche, flessibili e molto femminili. Donne così possono mettersi sandali con cristalli e leggings da palestra: è perfettamente coerente. Se le discipline di fitness sono diventate age-agnostic, ovvero non riservate a una sola fascia di età, ma adattate alle diverse epoche della vita, anche le tendenze nella nutrizione sono definite in sync ovvero suggeriscono un’alimentazione in sincrono con le fasi ormonali, ognuna col suo picco e le sue esigenze, perché sia disinnescata anche l’ultima subdola arma di sabotaggio delle donne, quella dell’inaffidabilità dovuta alla volubilità. Sì, ci sono fasi alterne e contraddizioni, sono parte della femminilità ed è un gran vantaggio in termini di empatia, adattabilità e intelligenza del quando, e d’altronde sono contenute anche nell’ossimoro di soft power, potere delicato, che appartiene proprio alle donne. Non è coercizione basata sulla forza, spalle squadrate e linee androgine, ma capacità di leggere tra gli strati del possibile, curve che consentono resilienza e scintille di intuizione. È una quiet femininity, ma i toni sono definiti: tacco 105, satin, tallone nudo, cristalli. La collaborazione tra Balenciaga e Manolo Blahnik, nello styling e nella visione contenuta nelle immagini che presentano la capsule, coglie questa fusione. La leggerezza di camminare in sandali preziosi e la silhouette disegnata da una tuta e un body attillato e con oblò sulla pelle tonica, non efebica. Le borse, sempre abbinate a outfit sportivi, non sono sacche portatutto, hanno dimensioni piccole e medie e manici lunghi per essere vicine al corpo. C’è selezione e cura nella scelta di cosa portare con sé: si dà valore a ciò che basta, senza che le richieste altrui di essere multitasking appesantiscano l’innata leggerezza.
Finiamo col trucco: il tempo del no make-up è quasi scaduto. Nato come reazione all’esagerazione caricaturale dei tratti muliebri (ciglia, zigomi scolpiti, labbra rimpolpate), ha finito per trasformarsi in un’altra norma, per una femminilità quasi in apnea. Oggi invece riaffiora il colore. Non come travestimento né come provocazione, ma come vibrazione: una presenza gioiosa, dichiarata, non mutilata. Rosso sulle labbra, giallo sugli occhi, tocchi caldi che non chiedono il permesso. Come sintetizza The Guardian in un recente articolo dedicato a Jessie Roux, parrucchiera e personaggio della serie The Traitors: “Addio, ragazza dalla faccia pulita; benvenuta, icona fiammeggiante!”. I colori sgargianti sulle labbra e gli occhi sono una sferzata di vita sugli schermi — e i truccatori, finalmente, dichiarano di esserne entusiasti. Anche noi.









