L’eleganza elettrica di Ferragamo, Ferrari amplia il racconto dell’eccellenza italiana
Alta e solida artigianalità per Ermanno Scervino, la Ny degli anni Novanta resa contemporanea da Luisa Spagnoli, la gioia infiocchettata di Msgm
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Può apparire un controsenso, ma nella moda, ultimamente, il corpo è sovente trattato come mera astrazione, invece che come entità fisica, fatta di presenza e movimento. Per questo i designer che partono dal corpo sorprendono. È il caso di Rocco Iannone, che da Ferrari, giunto alla decima sfilata, compie il suo gesto stilistico più deciso e lontano da tentazioni automobilistiche o costruzioni robotiche per abbracciare drappeggio e una strutturata morbidezza sviluppati in dialogo e in armonia con il corpo.
In questa prospettiva l’abito esiste in una condizione di bilico, tra seconda pelle e protezione e il desiderio di operare nell’alta gamma è evidente. Ad autorizzarlo è il fatto che Ferrari sia un’eccellenza italiana e questa forma mentis può essere applicata in qualsiasi ambito il marchio si trovi ad agire. Il risultato è all’altezza, la moda c’è, ma il pericolo di una eccessiva intellettualizzazione incombe, e porterebbe fuori dal perimetro Ferrari.
Da Ermanno Scervino non si lavora ad altro concetto che non sia il sempiterno assunto di fare bene abiti belli che donano e che valgono perché frutto di grande sapienza manuale. Può suonare old school, certamente lo è, ricordando però che sovente i classici sono quanto di più progressivo. La bellezza femminile è celebrata nel modo più condiviso, in un equilibrio perfetto di tailoring maschile scolpito sul busto da pince attente che creano curvature impalpabili, e sottovesti sensuali, alcune di pelle laserata identica a delicatissimo pizzo. La collezione è riassunta da una inaudita ma affascinante congiunzione: cappotto di loden e lingerie.
Da Ferragamo, il corpo è appena sfiorato da abiti dritti e svelti che disegnano una figura grafica, scattante e moderna. La prova è una delle migliori del direttore creativo Maximilian Davis, che torna su un topos che lo appassiona già da qualche stagione: gli anni 20. Lo fa in modo non letterale e molto efficace, innestando nel racconto stilistico segni e dettagli desunti dalle uniformi dei marinai, per declinazione formale e carica simbolica. Davis gioca con ordine e disordine: i capi hanno bottoni che consentono aperture e riconfigurazioni; i colli delle camicie sono staccati e posseduti da forze che li portano di qua e di là. Su tutto, un senso di eleganza elettrica, cadenzata, fuori registro.
Luca Lin, da Act N.1, lavora su basi classiche, che fluidifica, torce decostruisce in un guardaroba unisex dai colori fangosi che appare vivo, vissuto, ma senza affettazioni di verità come troppo spesso nella moda. La sua è una voce nuova, fresca, da seguire.








