STATI UNITI

L’economia Usa non si ferma: mercato del lavoro oltre le stime

A settembre creati 254mila nuovi posti (contro i 150mila attesi) disoccupazione è scesa al 4,1%: dati che rafforzano la corsa di Kamala Harris

di Marco Valsania

(AdobeStock)

3' di lettura

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Il mercato del lavoro americano riprende slancio: a settembre negli Stati Uniti sono stati creati 254.000 impieghi e il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1% dal 4,2 per cento. La performance ha battuto nettamente le previsioni, che anticipavano non più di 150.000 nuovi posti (le più basse soltanto 70.000), tra ranghi dei senza lavoro semmai gonfiati al 4,3 per cento. E ha sfidato più esplicitamente di altri recenti dati, almeno per il momento, le ipotesi di continui e rischiosi indebolimenti non solo del lavoro ma dell’economia.

L’exploit del lavoro non finisce qui. Nei due mesi precedenti, luglio e agosto, sono state create 72.000 buste paga in più rispetto a quelle stimate originalmente, un ulteriore segno della tenuta occupazionale. E a settembre una più ampia misura di disagio che comprende la sottoccupazione, da lavoratori scoraggiati a forzati del part-time, è a sua volta scivolata, al 7,7% dal 7,9 per cento. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro, chi cerca attivamente o ha un impiego, è contemporaneamente rimasto stabile per il terzo mese consecutivo al 62,7 per cento.

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I salari orari, che hanno mostrato guadagni mensili dello 0,4%, hanno marciato al passo del 4% nel l’ultimo anno, più del 3,9% fatto segnare in agosto e oltre attese che per settembre erano ferme allo 0,3% mensile e al 3,8% annuale. Con l’inflazione che appare complessivamente in frenata verso il target ideale della Federal Reserve del 2%, gli incrementi sono stati visti dagli analisti anzitutto come ulteriori segnali di solidità senza destare nell’immediato eccessive preoccupazioni per impatti sui prezzi.

Motori della nuova occupazione sono stati ospitalità e ristorazione, con la creazione di 69.000 buste paga, e la sanità, con 45.000. Edilizia e costruzioni hanno aggiunto 25.000 posti. Il pubblico impiego ha contribuito 31.000 buste paga. Altri settori sono parsi sostanzialmente invariati, dal retail alla finanza, con il manifatturiero in calo di 7.000 impieghi. Per l’ospitalità si è trattato di un particolare riscatto, dopo un anno segnato dalla creazione media di 14.000 posti al mese.

Il colpo di reni dell’occupazione, se può rassicurare la Fed e forse gli investitori sui rischi di recessione, potrebbe avere anche ripercussioni nelle settimane finali dell’incerta campagna elettorale per la Casa Bianca. La candidata democratica, la vicepresidente Kamala Harris, risente tuttora di svantaggi nei sondaggi rispetto al rivale repubblicano Donald Trump quando in gioco è il giudizio su chi gestirebbe meglio le sfide dell’economia, di gran lunga prime in classifica tra le preoccupazioni degli elettori.

“Buone notizie per famiglie e lavoratori americani”, ha rivendicato il Presidente Joe Biden. “L’espansione resta in marcia”, ha aggiunto il suo consigliere Jared Bernstein. Statistiche incoraggianti sulla continua crescita stanno già facilitando un recupero di consensi su questo delicato fronte da parte di Harris: un recente sondaggio della American University mostra come, tra le donne, la candidata democratica sia già davanti a Trump quando si tratta della lotta al carovita, finora tra le principali zavorre. Sull’economia viene preferita dal 46% contro il 38% dell’avversario. Anche nella vasta provincia americana, il pessimismo economico non si è dissipato ma è in declino: è sposato dal 40% delle interpellate contro il 60% del 2023, nonostante due terzi lamentino peggioramenti delle loro condizioni finanziarie. Tra l’elettorato generale Trump rimane però in vantaggio sull’economia, anche se meno spiccato che in passato: stando a Cbs e YouGov, Harris è la scelta del 47% dei possibili votanti rispetto al 43% di agosto, il repubblicano del 53% anziché del 56 per cento.

Entrambi i candidati, soprattutto negli stati incerti di Midwest industriale, stanno intensificando la campagna sulle rispettive ricette economiche nel conto alla rovescia verso le urne del 5 novembre: Harris a base di aiuti e incentivi mirati ai ceti medi, a startup e piccole e medie imprese e al manifatturiero. Trump con la promessa di inediti sgravi fiscali a tutto campo, dalle imprese a mance e pensioni, e l’impegno a crociate commerciali a colpi di dazi del 20% sull’intero import e del 60% nei confronti della Cina.

Il lavoro potrebbe tuttavia non aver finito di riservare sorprese, per l’economia e la politica. Non mancano inni all’ottimismo sull’onda delle ultime statistiche: il guru Mohamed El-Erian ha celebrato “l’eccezionalismo americano”. I rischi di recessione “sono scesi” e quelli d’inflazione “sono invariati”, ha detto più sobrio Jason Furman, docente a Harvard ed ex consigliere di Barack Obama. Ma gli analisti di Citigroup, citando fattori stagionali a settembre, sono rimasti fedeli a un outlook che prescrive “una correzione verso tendenze più deboli sull’occupazione”.

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