Non filerà tutto liscio nella relazione bilaterale, anzi. Gli Usa ultimamente si sentono minacciati dalla Cina, la cui influenza internazionale si sta espandendo di pari passo con la sua economia. Ma qualunque rivalità geopolitica emerga non deve minare il rapporto commerciale bilaterale reciprocamente vantaggioso. Altrimenti sarà alquanto difficoltoso per la Cina continuare a potenziare la propria economia e realizzare il potenziale di crescita. Solo comprendendo quanto ciò sia indispensabile per le imprese americane, la Cina potrà mantenere legami amichevoli con gli Usa, anche se dovessero emergere inevitabili sfide politiche, incluse quelle radicate nella continua crescita del peso geopolitico cinese.
Governance globale da resettare
Ma attenzione: la Cina fa bene a cercare di ricoprire un ruolo mondiale di primo piano. È di gran lunga l’economia più grande del mondo in termini di parità del potere di acquisto, e diverrà la più grande economia in termini nominali prima del 2030. È ragionevole che il crescente peso economico della Cina sia accompagnato da una maggiore influenza sulla governance globale.
L’attuale ordine internazionale ha contribuito a una relativa pace e stabilità da quando fu creato alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Eppure è stato dominato dai Paesi occidentali che l’hanno creato. Non ha solo messo gli interessi di questi Paesi davanti a quelli degli altri, ma ha anche assecondato i loro approcci rispetto a sviluppo e governance.
Pochissimi Paesi in via di sviluppo ce l’hanno fatta con questo sistema. Nel 1960 c’erano 101 economie a medio reddito, nel 2008 solo 13 avevano raggiunto lo status di Paese ad alto reddito. E il fatto grave è che dal 1945 solo due delle 200 economie in via di sviluppo del mondo – Taiwan e Corea del Sud – sono passate dallo status di Paese a basso reddito a Paese ad alto reddito. (Se tutto andrà secondo i piani, la Cina sarà il terzo entro il 2025).
Nessuna economia in via di sviluppo – eccetto forse quelle economicamente e geograficamente vicine all’Europa occidentale – può farcela attenendosi alle prescrizioni di sviluppo delle economie avanzate. È per questo che serve un nuovo modo di concepire lo sviluppo, che prenda in considerazione le lezioni di quei Paesi – dalle quattro “Tigri asiatiche” alla Cina stessa – che ce l’hanno fatta semplicemente ignorando le strategie di sviluppo avanzate dall’Occidente.
Negli anni ’50 e ’60 si diceva ripetutamente ai Paesi in via di sviluppo che se intendevano far salire redditi e produttività del lavoro al livello del mondo avanzato, dovevano raggiungere lo stesso grado di industrializzazione. Quindi invece di continuare a esportare prodotti agricoli e minerali e a importare moderni manufatti, molti si sono tuffati nelle profonde acque del settore automotive, dell’acciaio e della produzione di apparecchi. Alcuni non sono mai risaliti in superficie.
Negli anni ’80, quando la strategia di sostituzione dell’import si rivelò un fallimento, si diceva ai Paesi in via di sviluppo che il problema risiedeva nel fatto che non fossero totalmente economie di mercato. Dovevano, in base alla logica neoliberale del cosiddetto Consenso di Washington, ridurre immediatamente l’intervento della mano pubblica e perseguire privatizzazione, deregolamentazione e liberalizzazione del commercio.
Ma le economie in via di sviluppo più attive sono quelle che hanno rifiutato queste prescrizioni. Il Giappone e le quattro Tigri asiatiche hanno perseguito la produzione tradizionale su scala ridotta e a largo impiego di manodopera, invece che la sostituzione dell’import. La Cina ha adottato un approccio graduale a doppio binario per realizzare la transizione da economia di piano a economia di mercato. E anche Vietnam e Cambogia – altri due Paesi asiatici che hanno raggiunto uno sviluppo stabile – si sono opposti alla convenzionale saggezza neoliberale.
Un trend simile è riscontrabile nell’Est Europa. In Polonia e Slovenia, le grandi aziende pubbliche non privatizzate contribuivano quasi per il 30% del Pil – non inferiore alla media cinese. Anche Uzbekistan e Bielorussia, che registrano le migliori prestazioni economiche tra i Paesi ex-sovietici (a parte i tre stati baltici), si affidano alle aziende non privatizzate.
Non esiste una strategia per lo sviluppo che sia valida per tutti. I Paesi di successo pensano a quello che possono fare bene con ciò che hanno e creano le condizioni per incentivare questi settori. Ed è quello che ha fatto la Cina – ed è proprio la Cina, in veste di player sempre più influente sulla scena mondiale, a dover fare in modo che ci riescano anche gli altri paesi in via di sviluppo.
La “Belt and Road Initiative” di Xi, che promette un massiccio sviluppo delle infrastrutture in Eurasia e in Africa, si muove in questa direzione. In più, la Cina può avvalersi del suo impegno con i Paesi di tutto il mondo per diffondere nuove idee sul fronte dello sviluppo e della governance. La Cina ha un chiaro interesse affinché funzionino: portare la prosperità nel mondo in via di sviluppo sarebbe il miglior modo per Xi di raggiungere quello che lui – e ora il partito comunista cinese – definiscono il “Sogno cinese” di realizzazione individuale e grandezza nazionale.
Traduzione di Simona Polverino
Justin Yifu Lin, ex capo economista della Banca mondiale, è direttore del Center for New Structural Economics, preside dell’Institute of South-South Cooperation and Development, e preside onorario della National School of Development, Università di Pechino. I suoi ultimi libri sono Going Beyond Aid: Development Cooperation for Structural Transformation e Beating the Odds: Jump-starting Developing Countries .
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