Data economy

L’economia dei dati si vede: boom di data center, Milano si candida a centro europeo

Il potenziale energetico e i limiti della rete rappresentano sfide chiave per lo sviluppo sostenibile e competitivo del digitale in Italia

di Pierangelo Soldavini

Ripresa di un Data Center funzionante con file di server rack. Le persone che camminano e lavorano sono sfocate in movimento. Ripresa a lunga esposizione (Alamy Stock Photo)

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C’è un’immagine che più di altre restituisce l’idea della nuova economia del dato: distese di edifici anonimi, spesso in zone industriali decentrate, ma che al loro interno custodiscono la vera infrastruttura critica del Paese. È lì, tra corridoi illuminati da luci fredde e rack energivori, che si muovono l’intelligenza artificiale, il cloud, le piattaforme digitali e l’intera filiera software che rappresentano il sistema nervoso dell’infrastruttura digitale nazionale. E l’Italia, dopo anni di incertezza, sta vivendo un inatteso momento di centralità.

Secondo l’Osservatorio Data Center della School of Management del Politecnico di Milano, nel solo biennio 2023-2024 sono già stati investiti 5 miliardi di euro per nuove infrastrutture, mentre altri 10,1 miliardi sono previsti tra il 2025 e il 2026, con una crescita superiore al 100% rispetto al periodo precedente. Numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fuori scala per il nostro Paese e che invece segnalano un interesse crescente di operatori internazionali e nazionali. “Sullo sfondo iniziano ad emergere un numero crescente di nuove aperture previste oltre il 2026, che potranno ulteriormente alimentare il giro d’affari della filiera infrastrutturale italiana”, sottolinea il rapporto.

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Il fenomeno non riguarda solo la quantità di nuovi progetti, ma anche la rapidità con cui il settore sta attirando investimenti: il 2024 è stato “l’anno della presa di coscienza definitiva” della strategicità dell’infrastruttura Data Center per l’Italia. E questo si riflette in un’ondata di annunci che coinvolgono hyperscaler globali, operatori italiani e nuovi attori infrastrutturali.

Le opere previste di potenziamento della connettività̀ del Paese, con l’arrivo dei cavi sottomarini per il collegamento con le diverse regioni del Mediterraneo, che potranno portare alla nascita di nuovi Data Center con il ruolo di snodi di connettività̀ in aree chiave quali la Liguria, la Sicilia o altre regioni attualmente meno servite, vanno a confermare di come l’Italia si candidi concretamente a essere un punto di riferimento europeo nell’ambito dell’infrastruttura dei dati.

Lombardia al centro dei dati

Non è un caso che il baricentro di questa crescita sia la Lombardia. Oggi, 62% della potenza energetica installata italiana (317 MW IT) è concentrata qui, e di questo totale ben 238 MW IT gravitano intorno a Milano, con una crescita del 34% in un solo anno. Lo scarto con i grandi poli europei resta ampio — Londra supera i mille MW — ma il ritmo di ha portato il capoluogo lombardo davanti ai maggiori mercati emergenti, da Madrid alle città dell’Est europeo. Tanto che l’Osservatorio ipotizza di aggiungere la M di Milano all’acronimo FLAPD che unisce i principali centri europei dei data center: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino.

A spingere la piazza milanese sono soprattutto i data center ad alta potenza, quelli sopra i 10 MW, che da soli rappresentano il 37% della potenza totale attiva e sono concentrati per il 70% proprio nell’area milanese. Sono queste le infrastrutture preferite dai grandi cloud provider, interessati a operare in Italia tramite accordi con i colocator.

Gli annunci lo confermano: Amazon Web Services ha messo sul tavolo un piano da 1,2 miliardi di euro per espandere la propria presenza nel Paese; Microsoft, BlackRock e Nvidia hanno avviato un fondo globale da oltre 30 miliardi di dollari dedicato all’intelligenza artificiale, parte del quale è destinato al potenziamento delle infrastrutture italiane di Redmond. Anche gli operatori nazionali si muovono: Aruba ha aperto le prime strutture del campus al Tecnopolo Tiburtino, mentre Tim prepara l’inaugurazione del nuovo data center romano entro il 2026.

L’AI come acceleratore

A guidare la domanda non è più soltanto il cloud o l’e-commerce, ma, oggi, è soprattutto l’intelligenza artificiale a cambiare radicalmente la fisionomia dei data center. La crescita esponenziale del mercato AI in Italia e l’impatto diretto sulla progettazione degli impianti sono i fattori trainanti delle infrastrutture di gestione dei dati: nuovi sistemi di raffreddamento a liquido, rack ad alta densità, server progettati per carichi di calcolo molto più elevati.

La conseguenza più evidente è costituita dalla potenza energetica installata, cresciuta del 17% nel 2024, fino a quota 513 MW IT. Ma l’aumento non basta a raccontare la portata del fenomeno: l’AI sta portando a un incremento significativo della densità di potenza per rack, un elemento che moltiplica il fabbisogno energetico complessivo.

Parallelamente, alcuni fattori strutturali hanno iniziato a pesare: l’Italia ha un costo dell’energia superiore alla media europea e circa il doppio rispetto alla Spagna, che invece ha incentivato massicciamente la produzione da rinnovabili. Questo rischia di frenare gli investimenti proprio nel momento in cui il Paese si sta affacciando tra i mercati emergenti più interessanti.

Il nodo energetico

È qui che emerge il nodo più delicato di questo scenario di sviluppo: la questione energetica. L’Osservatorio del Politecnico segnala che le richieste arrivate a Terna per nuovi allacciamenti da destinare ai data center ammontano a 19,7 GW, cioè 38 volte la potenza effettivamente installata oggi in Italia. Una cifra enorme, segnalata dagli stessi analisti come “gonfiata” da fenomeni speculativi, ma che evidenzia un fatto: la domanda potenziale, guidata anche dagli hyperscaler, supera di molto la capacità della rete nazionale.

Il rischio non è solo infrastrutturale — rallentamento delle connessioni alle linee ad alta tensione, sovraccarico delle aree a maggiore densità — ma anche territoriale. L’eccessiva concentrazione nell’area milanese replica, in piccolo, quanto avvenuto ad Amsterdam e Dublino, dove vincoli normativi e limiti alle nuove aperture sono stati introdotti dopo episodi di saturazione della rete. È, per usare le parole del report, una “duplice sfida”: distribuire meglio le infrastrutture e rendere il mercato energetico più competitivo rispetto all’estero.

Un’opportunità per il Paese

Spinta dalle opportunità che si aprono per il sistema Paese, la politica ha iniziato a muoversi. Nel 2024 sono arrivati disegni di legge specifici, discussi alla Camera, e soprattutto le linee guida del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica per armonizzare gli aspetti ambientali e progettuali dei data center, passaggio che appare determinante per ridurre la burocrazia e favorire nuove aperture

La posta in gioco è alta: lo sviluppo dei mercati digitali, a partire dalla filiera software italiana che nel 2023 ha generato un fatturato da 62,8 miliardi di euro, dipende direttamente dalla capacità del Paese di consolidare e distribuire la propria infrastruttura digitale

L’economia del dato non è più un concetto astratto: è fatta di edifici, potenza installata, gigawatt richiesti, miliardi investiti. È un’economia fisica che consuma energia, chiede territori, e necessita di regole chiare. L’Italia si trova in un momento cruciale: ha finalmente l’attenzione degli investitori, una posizione strategica nel Mediterraneo e un tessuto produttivo che richiede infrastrutture moderne per competere.

La vera sfida, ora, è non ripetere gli errori dei mercati saturi del Nord Europa e costruire un modello sostenibile sotto il profilo energetico, territoriale e industriale. Se riuscirà nell’impresa, il Paese potrà candidarsi sul serio a diventare un hub infrastrutturale europeo. Se fallirà, il rischio è vedere svanire un’occasione irripetibile proprio nel momento in cui l’economia del dato sta cambiando la geografia dell’innovazione.

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