Moda donna a Parigi/1

L’eclettismo di Dior nei giardini delle Tuileries, l’anima doppia e seducente di Saint Laurent

Le sfilate di Parigi si aprono con i protagonisti dell’industria. Il direttore creativo di Dior, Anderson, fra fiori, geometrie e balze settecentesche: «Sono in costante ricerca»

di Angelo Flaccavento

Dior AI 26-27

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A Parigi, dopo una prima mezza giornata di preambolo, dedicata ai marchi più piccoli e sperimentali come l’austero e inquietante Hodakova o lo sregolato Vaquera - non meri figuranti, ma presenze che danno alla città il carattere unico di hub nel quale tutto è possibile e lo scibile modaiolo viene ricapitolato nella sua infinita varietà - l’azione entra subito nel vivo con Dior.

A quasi un anno dalla nomina a direttore creativo, giunto alla seconda sfilata del prêt-à-porter donna e con un numero sufficiente di prove alle spalle a sostanziare il suo pensiero estetico, la visione di Jonathan Anderson per la maison più parigina che c’è appare ancora in divenire, ma chiara: è un incontro tra gli aspetti più fioriti e femminili del codice di monsieur Dior e le geometrie scardinate e l’eclettismo deragliante di Anderson, con una idea sbilenca di Settecento a far da legante. Oggettivamente è tanto, e la disomogeneità, che poi è anche desiderio di raggiungere diversi tipi di donna, è dietro l’angolo, ma pur nel mischione questa volta Anderson parla in modo più comprensibile.

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Rinuncia ai classici e accelera sull’esuberanza, clasha panierini fioriti e drappeggi, cenni di maschile ed esplosioni di balze, contanto sul colpo d’occhio straordinario del Jardin des Tuileries che fa da teatro allo show, immaginato quest’ultimo proprio come una passeggiata in giardino, dove andare a guardare per essere guardati.

La poesia della passerella intorno alla fontana esagonale è oggettivamente toccante, mentre la visione en plein air, sotto il glorioso sole parigino, smussa le asperità così come le astrazioni, anche se il lavoro da fare è ancora tanto. È lo stesso Anderson ad ammetterlo durante una preview: «Sono ancora alla ricerca di una mano, di un modo di far le cose». È in effetti il legante che manca, l’unico che potrebbe dar senso e sostanza all’infinita varietà.

Anthony Vaccarello, da Saint-Laurent, è di pensiero opposto, cartesiano: le sue sfilate sono atti di coerenza suprema anche a costo di martellare un singolo messaggio. A sessant’anni esatti dalla rivoluzione estetico-sociale di le smoking, questa stagione Vaccarello torna su uno dei tropi fondativi della maison: l’anima doppia ma univocamente seducente, espressa nel vestire da uomo da un lato e nell’abbandono al più discinto vestire da femmina dall’altro.

La collezione è tutta qui: suit e smoking, oppure vestine di pizzo e pellicce corte e avvolgenti. Ma non tutto è come sembra: il tailoring è trattato come flou, mentre il pizzo, smaltato di silicone, è tagliato come tailoring e immaginato come una delicata protezione. Il risultato è teso, penetrante, ma il messaggio non è di quelli detonanti. Monotono, piuttosto: da stagione quiescente e di passaggio.

Da Anrealage, Kunihiko Morinaga si conferma un creatore unico, capace di unire con un potente afflato lirico sensibilità romantica e desiderio di fare moda attraverso la tecnologia. I suoi abiti mai statici sono percorsi da led, cambiano colore, diventano estensioni cyber del corpo, e questa stagione sono ispirati al mitico film d’animazione Ghost in The Shell (1995). Hannah Rose Dalton e Steven Raj Bhaskaran, in arte Matières Fécales, continuano il loro percorso di goticizzazione delle forme couture - senza un vero atelier, per cui gli abiti hanno un aspetto casalingo. Interessante la riflessione sul potere del denaro attraverso l’archetipo del New Look di Dior, meno l’uso delle banconote come maschere. Allegorie al tempo dei meme: meglio evitare.

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