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Con l’avvicinarsi dell’ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi, gli studi francescani hanno visto emergere ogni sorta di novità: nuove fonti con scritti di Francesco riportati integralmente, come l’Oratio composita a beato Francisco scoperta da Aleksander Horowski, o nella loro versione più antica, come quella dell’Exhortatio ad laudem Dei scoperta da Roberta Iannetti, o ancora con una Vita ritrovata scoperta da chi scrive che conta sempre più testimoni, provenienti non più solo dall’Italia, ma anche dall’Ungheria o la Croazia.
Da qui deriva una doppia constatazione: da un lato, Francesco d’Assisi è sicuramente il personaggio meglio documentato del Medioevo, con una trentina di testi scritti di suo pugno o da lui dettati (una bella prodezza per un ignorans et idiota, come definiva se stesso) e una trentina di biografie redatte nel secolo successivo alla sua morte; d’altra parte, abbiamo accesso a tutte queste fonti, tradotte in numerose lingue moderne. Tanto che disponiamo di più informazioni su Francesco rispetto ai suoi contemporanei e a chiunque prima di noi.
Se è stato quindi compiuto uno sforzo per conoscere meglio Francesco d’Assisi, abbiamo la possibilità di comprenderlo meglio? Anche le nuove interpretazioni si sono moltiplicate: sul suo rapporto fraterno con il creato, sulla distribuzione dei ruoli all’interno della nascente fraternità francescana, sulla sua relazione con l’alterità, con la Chiesa romana, sul legame tra Francesco e Antonio, Francesco e Chiara, Francesco ed Elia. Ma il nuovo, la novità, non è solo l’inedito. Etimologicamente, è quello che vale adesso: novus e nunc hanno la stessa radice, come new e now in inglese. La vera novità di Francesco è l’attualità del suo messaggio, che non è mai stato così necessario come nel mondo di oggi.
(*) Jacques Dalarun, storico del Medioevo, è direttore di ricerca emerito presso l’Institut de recherche et d’histoire des textes del CNRS