L’atelier canonica e la fisionomia degli italiani
Il tour estivo alla scoperta di musei piccoli e inattesi o oggetti particolari inizia con Elisabetta Rasy (finalista al Premio Strega) che ci porta al Museo Pietro Canonica, uno dei luoghi meno frequentati di Villa Borghese. Pieno di sorprese e ricordi
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Tutte le volte che arrivavo a Roma per farle una visita, mia nonna mi portava a salutare uno strano animale di pietra con lo stesso slancio che se fosse stato un cucciolo di casa. E quel somarello dall’aria affaticata, carico di giberne e mitraglie, un cucciolo stordito lo sembrava veramente, accanto al suo compagno, un altrettanto pietroso alpino che avrebbe dovuto avere un’aria eroica e invece risultava sperduto come l’animale. Sono le due sculture, a grandezza naturale, che accolgono il visitatore in uno dei luoghi più suggestivi ma meno frequentati di Villa Borghese: il Museo Pietro Canonica nell’omonimo viale da cui si accede anche al Giardino del Lago. Ora questa parte del parco è soprattutto territorio di ciclisti grandi e piccoli e degli sportivi che fanno jogging – salvo poi la domenica trasformarsi nel luogo festivo per eccellenza dei romani con famiglia – ma ha una lunga e complessa storia alle spalle.
All’origine del parco c’è il cardinal Scipione Borghese, amante dell’arte e protettore degli artisti, che nel Seicento aveva fatto costruire in un’area selvatica e boschiva ai margini del centro cittadino il villino destinato ad ospitare la sua collezione di opere d’arte divenuto poi la celebre Galleria. Ma era stato un suo intraprendente nipote, il principe Marcantonio, con l’aiuto di architetti italiani e nordeuropei, a immaginare alla fine del Settecento un’area dove un audace intreccio di opere e costruzioni avrebbe reso difficile distinguere l’antico dal moderno, come l’affascinante “capriccio” che è il tempio classicheggiante di Faustina o quello dedicato a Esculapio in un isolotto al centro del laghetto. Lì accanto intanto andava in rovina un edificio che ai tempi del cardinale Scipione era detto il “Gallinaro” perché vi si allevavano struzzi, anatre e anche pavoni destinati alle battute di caccia della famiglia Borghese. L’architetto Antonio Asprucci, che già si era occupato di progettare il giardino con al centro il lago e le sue moderne antichità, si fece aiutare dallo scultore Felice Giani per restaurare il diroccato casolare e lo trasformò in una un po’ disneyana fortezza medievale, una costruzione bassa circondata da un muraglione smerlato che da allora in poi fu detto la Fortezzuola. Ma anche questa nuova versione del vecchio edificio non ebbe sorte fortunata: adibito a ufficio amministrativo dopo l’unità d’Italia e il trasferimento della capitale a Roma fu distrutto in un incendio, e sarebbe rimasto una rovina se il comune cittadino, con un gesto in cui è difficile distinguere la generosità dall’interesse, non lo avesse donato nel 1926 a Pietro Canonica che si offrì di restaurarlo per farne il suo studio e la sua abitazione.
Ma chi era Pietro Canonica, di cui pochi si ricordano ormai? Nato nel 1869 a Moncalieri era stato uno degli scultori più apprezzati della belle époque non solo italiana, per entrare poi, dopo tanto successo, ancora prima della morte nel 1959, nel grigio paradiso degli artisti un tempo famosi e poi dimenticati. Solo che Canonica era stato abbastanza lungimirante da garantirsi comunque un posto nella posterità, e a garantirselo proprio grazie alla malandata costruzione di cui si accollò l’oneroso restauro. Le vaste proporzioni delle stalle lo convinsero che quello era il luogo adatto per affidare al futuro le sue opere, e se c’era da spendere, lui poteva permetterselo perché soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento, giovane scultore nella giovane nazione italiana, la sua attività non aveva conosciuto soste e il numero delle sue opere era molto consistente, come le dimensioni di alcune di esse.
La carriera dell’artista inanellava una committenza dietro l’altra. In Italia gli aristocratici desiderosi di tramandare le proprie fattezze ai posteri si fidavano ciecamente non solo della perizia tecnica di Canonica ma anche di un suo sentimento empatico con le belle e gli importanti di nobili natali. C’era da costruire la nuova fisionomia degli italiani tra ricchi e poveri, e anche a questi ultimi bisognava attribuire una civica moraleggiante identità. Il mondo di Canonica è affine a quello del quasi coevo (1886) libro Cuore di Edmondo De Amicis, ma lo scultore non ebbe mai le simpatie socialiste dello scrittore e oltre agli aristocratici italiani si dedicò a immortalare i grandi d’Europa con commesse che andavano da Buckingham Palace ai palazzi della famiglia imperiale russa a San Pietroburgo.
La Prima guerra mondiale cambia la situazione, Canonica però non smette di lavorare, e quella patriottica diventa la sua principale vena: sono suoi molti monumenti ai caduti che campeggiano nelle piazze dei comuni italiani, mentre si dedica anche a (rare) opere religiose, e continua quietamente nel ventennio fascista la sua attività di ritrattista, per diventare poi, un anno prima della morte, senatore a vita per nomina di Luigi Einaudi.


