Fondata oltre trent’anni fa su iniziativa franco-italiana

«L’associazione europea dei prefetti lavora con la sponda Sud del Mediterraneo»

Intervista al prefetto di Enna e presidente di Aerte, Ignazio Portelli: «In Nord Europa cresce l’attenzione verso la difesa civile e i rischi di attacchi ibridi; in altre aree il focus è sui flussi migratori. Ci sono terremoti e rischi di infiltrazione criminale. La nostra attività è confrontarsi per condividere esperienze e trovare soluzioni condivise». A metà ottobre riunione in Vandea dedicata alle nuove sfide del bacino

Ignazio  Portelli, prefetto di Enna e presidente di Aerte (Imagoeconomica)

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Fondata oltre trent’anni fa su iniziativa franco-italiana, l’Associazione Europea dei Rappresentanti Territoriali dello Stato (AERTE/EASTR) riunisce oggi prefetti, governatori e figure istituzionali provenienti da numerosi Paesi europei e mediterranei. Con sede legale presso il ministero dell’Interno belga e sede operativa presso il ministero dell’Interno francese, l’associazione rappresenta la principale rete di cooperazione amministrativa. I suoi membri si incontrano per confrontarsi su sfide comuni - dalla sicurezza ai flussi migratori, dalle emergenze climatiche alla protezione civile - condividendo esperienze e buone pratiche maturate nei rispettivi territori. Negli ultimi anni l’organizzazione ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione anche alla sponda Sud del Mediterraneo, coinvolgendo rappresentanti territoriali del Nord Africa, della Turchia e di altri Paesi partner. Una vocazione internazionale recentemente riconosciuta anche dagli Archivi storici dell’Unione europea di Firenze, dove l’AERTE ha depositato il proprio patrimonio documentale. Ne abbiamo parlato con Ignazio Portelli, prefetto di Enna e presidente dell’associazione.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Presidente Portelli, l’AERTE riunisce rappresentanti territoriali provenienti da sistemi amministrativi molto diversi. Quale è la missione dell’associazione? 

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«In quasi tutta Europa esistono funzionari pubblici che svolgono una funzione di raccordo tra il centro e la periferia, facilitando il dialogo tra le autorità locali e i governi nazionali. Cambiano i nomi – prefetto in Italia e Francia, voivoda in Polonia, fylkesmann in Norvegia o wali nei Paesi nordafricani – ma la funzione resta la stessa. L’AERTE offre loro la possibilità di confrontarsi periodicamente su problemi comuni. Ogni nazione presenta la propria esperienza e le proprie soluzioni. Lo scambio di esperienze costituisce per tutti noi un importante fattore di crescita».

In oltre trent’anni di attività, come è cambiato il ruolo dei rappresentanti territoriali dello Stato? 

«Con l’intensificarsi delle crisi internazionali, il confronto tra amministrazioni è diventato ancora più importante. Abbiamo discusso, ad esempio, delle conseguenze della guerra in Ucraina insieme ai colleghi che operano nelle aree di confine. Un altro momento significativo è stato il confronto seguito al devastante terremoto che ha colpito la Turchia, quando abbiamo condiviso esperienze e modalità operative sugli interventi di emergenza».

La sicurezza rappresenta una sfida sempre più transnazionale. Quale contributo offre la cooperazione tra rappresentanti territoriali dello Stato? 

«Gli strumenti di cooperazione tra forze di polizia e magistrature già esistono. Il contributo dei rappresentanti territoriali dello Stato riguarda soprattutto il contrasto alle forme di malgoverno locale e alle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle amministrazioni. I modelli giuridici, tuttavia, sono differenti. In Italia i prefetti dispongono di strumenti amministrativi specifici, come i commissariamenti straordinari, mentre in altri Paesi europei si preferisce ricorrere al giudice ordinario. Anche questo confronto è estremamente utile, perché permette di comprendere approcci diversi e di cogliere gli elementi culturali che stanno alla base delle differenti risposte istituzionali».

Le Giornate europee di Tirana, tenutesi lo scorso maggio, hanno affrontato il tema della resilienza delle popolazioni. Quali indicazioni sono emerse dal confronto? 

«Ogni delegazione ha presentato casi concreti, illustrando ciò che è stato fatto o ciò che si intende fare di fronte a specifiche emergenze. È emerso chiaramente come alcune preoccupazioni siano comuni a tutti i Paesi, a partire dalla guerra in corso nel continente europeo. Allo stesso tempo, le aree mediterranee continuano a percepire con particolare intensità le questioni legate ai flussi migratori, mentre nel Nord Europa cresce l’attenzione verso la difesa civile e le esercitazioni preparatorie a possibili attacchi improvvisi. Proprio il confronto diretto tra esperienze diverse consente di rafforzare il coordinamento e di costruire una base condivisa di conoscenze operative».

A Nizza si è svolto il colloquio internazionale «Préfets en Méditerranée, préfets méditerranéens?»…

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«L’iniziativa, promossa dal ministero dell’Interno francese insieme all’Università di Nizza, nasce dalla constatazione che il Mediterraneo presenta problematiche comuni, a partire dai flussi migratori. L’AERTE collabora con una rete euro-mediterranea allargata. A Nizza il confronto tra studiosi e alti funzionari ha mostrato quanto sia importante comprendere le diverse modalità con cui queste figure operano nei rispettivi contesti nazionali. In alcuni Paesi, ad esempio, i rappresentanti dello Stato rimangono per lunghi periodi nello stesso territorio e finiscono per identificarsi profondamente con la comunità locale; in altri, come l’Italia, prevale invece una maggiore mobilità. Conoscere queste differenze significa anche rafforzare la cooperazione. Inoltre, a metà ottobre in Vandea si terrà una riunione dedicata alla fascia mediterranea con l’obiettivo di stilare una serie di iniziative mirate a un supporto ulteriore di fronte alle crisi geopolitiche».

L’AERTE riunisce modelli amministrativi molto diversi. Questa pluralità rappresenta una difficoltà o una risorsa? 

«È certamente una risorsa. La cooperazione transfrontaliera serve anzitutto a migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini nelle aree di frontiera. Esistono esempi molto significativi. Nei Paesi Bassi, in Belgio e in Danimarca la gestione delle risorse idriche viene coordinata in forma condivisa. Nell’area di Strasburgo, che coinvolge Francia, Germania e Svizzera, esiste un sistema di coordinamento della mobilità che interessa circa 120mila veicoli al giorno. In queste esperienze il dialogo continuo tra i rappresentanti territoriali dello Stato consente di superare diffidenze e ostilità storiche. In definitiva, il nostro obiettivo è facilitare la vita dei cittadini e costruire, attraverso la cooperazione, territori sempre più integrati».

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