L’assedio alla burocrazia
La corruzione, scriveva Tacito, deriva proprio dalle troppe norme
di Aldo Berlinguer
4' di lettura
4' di lettura
È nato prima l'uomo o la carta bollata? Storie incredibili (ma vere) di una Repubblica fondata sulla burocrazia (di Alfonso Celotto ed. Rai Libri, 2020) e Io sono il potere. Confessioni di un Capo di gabinetto (di Anonimo Giuseppe Salvaggiulo, ed. Feltrinelli, 2020) sono gli ultimi usciti sull'annoso tema della burocrazia italiana.
Ambedue i libri evocano una burocrazia potente, paradossale e antitetica al sistema, quasi uno Stato nello Stato, quando, a ben vedere, quella dei burocrati, sembra più una “città sotto assedio”, come la definisce Sabino Cassese, per evidenziare la penosa condizione nella quale si trovano i detentori di ciò che Max Weber chiamava il potere (kràtos) degli uffici (bureaux).
In effetti, i nostri burocrati sono relativamente pochi: meno del 14% dei lavoratori italiani. In Europa, solo Lussemburgo, Olanda e Germania ne hanno meno, anche se alcuni dipendenti pubblici stranieri (come quelli della sanità tedesca, con contratti di diritto privato) non vengono conteggiati come tali.
I burocrati italiani sono anche più anziani degli altri (in media oltre 50 anni, rispetto ai 34 dei Paesi OCSE) e meno attrezzati sul piano tecnico e organizzativo; sono tra i meno pagati e vengono reclutati con concorsi pubblici su materie generali, come fossero ancora all'Università; a fronte di funzioni amministrative che invece sono eminentemente pratiche e richiedono la conoscenza di contesti, organi e processi vari. Per di più, i reclutamenti procedono, da sempre, a singhiozzo, senza pianificazione, con lunghi periodi di blocco e improvvise riaperture. Basti pensare ad alcuni dirigenti generali, ancor oggi in servizio, assunti con la legge del 1985 sull'occupazione giovanile o, da ultimo, alle assunzioni nella sanità, per fronteggiare il Covid-19, sbloccate dopo anni. Non parliamo dell'esercito di precari destinati ad essere stabilizzati nella PA: come i cd. navigator o, peggio ancora, i 60.000 assistenti volontari; quelli che Vincenzo de Luca chiama i francescani spirituali (richiamandosi a Ubertino da Casale e Jacopone da Todi), incaricati come sono di sconfiggere i contagi attraverso la “moral suasion”.
Chi li ha reclutati? La politica; perché? Per fini elettorali, salvo poi abbandonarli, lamentarsi del malfunzionamento dell'amministrazione e annunciare così nuove, mirabolanti riforme che non si compiranno mai. Infatti, mentre la PA ha un turnover lentissimo, la politica, per fare posto a tutti, cambia ruoli freneticamente. Il Governo Conte II è il 66° della Repubblica; il che significa che dal dopoguerra abbiamo cambiato circa un governo l'anno. Peggio ancora le Regioni, dove gli assessorati sono come i cavalli a dondolo. Chi sale fa un giro e scende. Avanti il prossimo, la giostra gira. Il politico che vuole riformare la burocrazia è un pò come Achille alle prese con la tartaruga. Lo sanno bene i dirigenti apicali, nominati con lo spoils system, per essere più compiacenti che adeguati. Essi si adoperano subito per reclutare altri funzionari “allineati”. Ma sapendo del divario temporale tra la fugace vita politica e la longeva vita burocratica, imparano presto a compiacere a parole. I fatti li vedranno altri, chissà chi, chissà quando. Sui burocrati si abbattono quindi ira e sfiducia.








