Scenari futuri

L’ascesa delle medie potenze ci riporta alla politica dei blocchi

Le guerre attuali sovrappongono agende complesse, inglobano attori regionali che diventano decisivi a livello globale. Il caso di Emirati, Arabia ed Egitto. Tale «plurilaterismo» non porta per forza caos. Può essere utile all’Ue per alleanze spurie ma pragmatiche

di Gianluca Ansalone

Lo sceicco  Khaled Bin Mohamed Bin Zayed  APN

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Le guerre contemporanee rischiano di essere eterne, facilissime cioè da iniziare ma quasi impossibili da chiudere. Ne sono una dimostrazione il conflitto in Ucraina, con una linea del fronte sostanzialmente ferma, e la guerra nel quadrante Medio Oriente - Golfo Persico, nella quale l’Iran, sguarnito di mezzi militari convenzionali all’altezza, ha strozzato l’economia mondiale chiudendo lo Stretto di Hormuz e costretto gli Stati Uniti ad un compromesso tanto provvisorio quanto fragile. Ma queste guerre, e quelle che con ogni probabilità dovremo affrontare nel prossimo futuro, non vanno più guardate nell’ottica di uno scontro tra due. Attorno a qualsiasi crisi, gli interessi e gli attori in campo sono sempre più numerosi e il loro peso è crescente. Pensiamo proprio al Golfo Persico. I mediatori più attivi dell’accordo sono stati, a vario titolo, il Pakistan e il Qatar. Il principale avversario di Israele è oggi, e sarà per il prossimo futuro, la Turchia. Gli Emirati Arabi Uniti hanno testato in questa crisi un ruolo militare attivo di primo piano. L’Oman sarà il perno della gestione transitoria di Hormuz, una sorta di “poliziotto locale” addetto al traffico delle merci. Mentre l’Arabia saudita di Mohammed Bin Salman lavora già ad un nuovo asse strategico, complementare ma autonomo dall’ombrello difensivo di Washington, assieme a Turchia e Pakistan e fondato su un’equazione molto chiara: Ankara ha uno degli eserciti più ampi e moderni ed è un membro rilevante della Nato, Islamabad ha la bomba atomica e Riad capitali ingenti per sostenere qualsiasi progetto.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

L’ascesa dei nuovi player

E’ la rivincita delle “medie potenze”, la materializzazione di ciò che qualche anno Fareed Zakaria chiamò il «rise of the rest», l’ascesa del resto, assieme e accanto alle grandi potenze globali vecchie e nuove. L’ascesa di Paesi come quelli citati, ma anche di Egitto, Brasile, Kenya e India, invitati dal Presidente Macron al vertice del G7 di Evian, configura uno scenario internazionale simile a una palude, un luogo poco ospitale ma nel quale nessuno detiene davvero un potere soverchiante. Ciò vale sicuramente nella relazione tra Stati Uniti e Cina, che sarà ovviamente il principale paradigma dell’evoluzione geopolitica del prossimo futuro, ma vale a maggior ragione per il ruolo di contrappeso strategico che le medie potenze svolgeranno.

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L’incognita futura

Il Mediterraneo è ormai un mare centrale, che ha bisogno di modelli di sviluppo, cooperazione e governance più incisivi del passato. Fino ad oggi, però, tutte le formule plausibili di multilateralismo si sono dimostrate poco efficaci e troppo ideologiche. La parabola dei Brics, acronimo lanciato dal ceo di Goldman Sachs nel lontano 2001 si è rivelata, sotto il profilo geopolitico, poco più di uno slogan. Lo stesso vale per il più moderno Global South, l’asse tra mercati del Sud del mondo il cui peso numerico (economico e demografico soprattutto) è indubbiamente consistente ma la cui compattezza strategica è troppo leggera, a causa di interessi e valori distanti. Il Medio Oriente è attraversato da tensioni storiche e fratture quasi antropologiche. Le agende politiche degli Stati cambiano opportunisticamente con il mutare delle condizioni. Ne abbiamo avuto l’ennesima prova proprio nelle settimane del conflitto con l’Iran. L’arcinemico saudita si è messo alla finestra in attesa vigile e speranzoso nel definitivo abbattimento del regime degli ayatollah. Il Qatar ha rafforzato il suo ruolo di campione diplomatico nell’area, stretto tra la necessità della pacificazione e la presenza della più importante base navale americana nel Golfo. Il pacifico Oman ha una consistente minoranza sciita sul proprio territorio, da controllare e calmare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sperimentato il proprio notevole apparato militare con lo scopo di chiudere al più presto la partita e tornare ad essere l’isola felice della finanza e del business. La Turchia di Erdogan ha ripreso la bandiera anti-israeliana (più che pro-palestinese) e ne ha fatto una vera e propria strategia politica, allargando ormai a dismisura il proprio ombrello protettivo a un’area vasta che va dalla Libia all’Iraq settentrionale.

Tensioni e dialogo

In queste condizioni, le medie potenze hanno più possibilità di confliggere che di allearsi. E tuttavia rappresentano un dato nuovo e significativo del prossimo futuro. Un dato che deve interessare parecchio noi europei e noi italiani. Con ciascuno di questi Paesi è già aperto un dialogo avanzato, fondato ancora troppo su importanti interessi economici e commerciali e troppo poco su un disegno di governance geopolitica. Se il destino dell’Europa si gioca oggi sul fronte orientale, quello dell’Ucraina, si giocherà però nel prossimo futuro a Sud, nel Mediterraneo. E’ nel nostro interesse promuovere il rafforzamento di legami non solo bilaterali ma coltivare una fiducia più larga, che consenta quanto meno di puntellare un architrave minimo di sicurezza nella regione.

In un mondo che va riorganizzandosi in sfere d’influenza e in cui il «multilateralismo» dei princìpi va abbandonato senza nostalgie, dobbiamo urgentemente trovare nuove formule. Una, che potremmo definire di «plurilateralismo», ci permetterebbe di creare alleanze spurie ma non meno pragmatiche, attorno a temi specifici e di comune interesse. Dal clima alla demografia, dall’energia all’agricoltura, lo sforzo che spetta a noi europei ed italiani è la riscrittura di poche ma essenziali regole del gioco. L’ascesa delle medie potenze non crea necessariamente più caos ma pone le basi per un rilancio della politica dei blocchi, che in un mondo in cui i più grandi si scontrano a colpi di intelligenza artificiale, droni e vecchie trincee può rappresentare la speranza di sopravvivenza di quel vecchio adagio per cui «dove passano le merci non passano gli eserciti».

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