L’arte è pratica relazionale e condivisa tra culture e saperi indigeni
Dalla pittura di Kunbi ai rituali di Heráclito, dalle trame di Maiae al kéne di Flores
4' di lettura
I punti chiave
4' di lettura
L’assenza dell’arte indigena sulla scena internazionale viene solo in parte colmata nella 61ª Biennale, dove non tutti i paesi colgono l’occasione di proporre nuovi modi di fare arte. Lo fa il Perù, che mette al centro del padiglione — curato da Issela Ccoyllo e Matteo Norzi — un’artista indigena: Sara Flores (White Cube), una dei 35.000 membri delle 176 comunità Shipibo-conibo, popolo che vive dal 900 d.C. nell’Amazzonia peruviana lungo il Rio Ucayali. Tra questi vi è anche Celia Vásquez Yui (Mindy Solomon Gallery), presente in Biennale con le sue sculture nella mostra centrale “In Minor Keys”.
Il politico nell’arte di Flores è potentissimo e, all’Arsenale, porterà il video del processo di creazione della bandiera, pensata per unire il suo popolo simbolicamente e giuridicamente. Il video mostra Flores procurarsi radici, piante e fango che le serviranno per la pittura, ma che usa anche per cucina, cosmesi o come medicinali. Nella comunità di Flores ogni aspetto della vita è condiviso e anche la decorazione delle tele di cotone, dipinte a mano, secondo l’antica arte kené, è realizzata dall’artista con l’ausilio di figlie e nipoti. La maniera di Flores richiama l’ordine cosmico all’interno di un ordine ‘familiare’. Così le mura del padiglione peruviano diventeranno le pareti della casa Shipibo-conibo, ricoperte di lavori che raccontano un sapere antichissimo, tramandato di madre in figlia. Al centro della sala verranno poste due zanzariere, come quelle che si usano nella selva per proteggersi dagli insetti, e che ricordano quella sotto la quale Flores, bambina, al risveglio, immaginava motivi kené, per i quali oggi è diventata celebre in tutto il mondo.
Anche Veronica Pereira Maia, figura di spicco della scena dell’arte concettuale di Timor Est, la cui pratica affonda le radici nella tessitura del tais, sarà presente nel suo padiglione nazionale. Le sue opere raccontano l’esilio e il filo che lega alla tradizione.
La radicalità di Flores e Pereira Maia emerge nel contesto di una Biennale in cui molti artisti mettono in discussione l’oggetto, lavorando con processi, relazioni e rituali. L’opera si allontana dalla forma tradizionale della merce, ma continua a inscriversi nel linguaggio e nelle istituzioni dell’arte contemporanea, anche quando ne mette in tensione i presupposti.
In questo scenario si inseriscono, con modalità differenti, le pratiche di Tegene Kunbi, Ayrson Heráclito e Carolina Caycedo. In Biennale Kunbi rappresenta l’Etiopia lavora sulla pittura come superficie instabile, attraversata da memorie culturali, tessiture e stratificazioni che sfuggono a una lettura puramente formale: l’immagine si costruisce come processo, mantenendo un’ambiguità costante tra materia e segno. In Italia l’artista lavora da circa cinque anni con la galleria Prima Marella (Milano, Lugano) e le sue opere che spaziano da formati molto piccoli a monumentali oscilla tra 7 mila e 80 mila euro. Nella mostra principale troviamo Ayrson Heráclito, classe 1968 (prezzi da 7 mila dollari per le fotografie da Simões de Assis, Curitiba, Brasile) che agisce sul piano del corpo e del rituale, attivando materiali e gesti legati alle religioni afro-brasiliane e trasformandoli in dispositivi performativi e installativi. Sempre nella mostra principale Carolina Caycedo si muove su questo terreno, sviluppando progetti che intrecciano ricerca, attivismo e collaborazione con comunità locali, in cui l’opera prende forma come dispositivo relazionale legato ai territori, ai fiumi e alle loro trasformazioni. In tutti questi casi, ciò che emerge è un progressivo allontanamento dall’opera come oggetto autonomo, a favore di forme che esistono nel tempo, nello spazio e nelle relazioni che attivano.






