In banca

L’arte e i collectible di lusso fondamentali per il portafoglio del futuro

L’ottava edizione del Art & Finance Report Deloitte riconosce l’importanza dell’arte nei servizi di gestione patrimoniale soprattutto per i collezionisti spinti da motivazioni finanziarie. Circa il 63% dei wealth manager ha già integrato l’arte nella propria offerta di gestione patrimoniale

di Maria Adelaide Marchesoni

5' di lettura

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La nuova edizione, l’ottava, del report biennale di Deloitte Art & Finance, mostra un’istantanea del settore molto diversa rispetto al lontano 2008, anno di lancio dell’iniziativa, un anno terribile per il mercati finanziari, ma che ha dato avvio a una nuova interpretazione dell’Arte, quale asset alternativo per li investimenti. Dalla pubblicazione del primo rapporto, avvento poi nel 2011, il settore è infatti cambiato. Per capire i cambiamenti occorre partire da un dato oggettivo, ovvero la ricchezza degli ultra-high net worth individual (UHNWI) associata all’arte e al collezionismo che nel 2022 è stimata a 2.174 trilioni di dollari. Il report di Deloitte Art & Finance, realizzato in collaborazione con ArtTactic, prevede che questa cifra potrebbe crescere fino a 2.861 trilioni di dollari nel 2026, per effetto dell’aumento del numero di UHNWI in tutto il mondo e della loro maggiore allocazione di ricchezza nell’arte e nel collezionismo.

PREVISIONE DELLA RICCHEZZA GLOBALE IN ARTE E COLLEZIONABILI (2022-26)

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Ricchezza totale allocata in arte e collezionabili pari a 2.174 trilioni di dollari nel 2022 (bastato sul 5,2% di allocazioni). (Fonte: Altrata e Knight Frank)


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Il sondaggio di Deloitte

Man mano che i beni di lusso entrano a far parte del panorama artistico e finanziario, una quota maggiore di ricchezza sarà gestita dal settore. A spingere in questa direzione la situazione mondiale caratterizzata da una crescente incertezza geopolitica ed economica. Proprio questo stress economico globale, causato dall’impennata dell’inflazione nel 2022 potrebbe aumentare l’appetito degli investitori per l’arte, sia come bene di investimento che di consumo. Nel complesso l’arte agisce come una miglior copertura nei confronti dell’inflazione rispetto alle asset class tradizionali, le cui valutazioni dipendono principalmente dai flussi di cassa futuri attesi e dal valore temporale del denaro.Queste considerazioni sull’arte e sui collectible sono emerse dal sondaggio di Deloitte al quale hanno contribuito 435 soggetti (erano 388 nel 2021), quali banche private, family office, professionisti dell’arte e collezionisti di tutto il mondo, oltre ai big delle case di investimento, Morgan Stanley, JP Morgan, Goldman Sachs, Citi e Royal Bank of Canada.

Adriano Picinati di Torcello, Global Deloitte Art & Finance Coordinator (destra), e Anders Petterson, Managing Director of the research company ArtTactic (sinistra)

Arte e wealth management

Se in passato dagli interlocutori finanziari si cercava di capire l’interesse per l’arte nell’offerta dei servizi di wealth management oggi non ci sono più dubbi: l’89% dei partecipanti al sondaggio riconosce che l’arte dovrebbe essere inclusa nei servizi di gestione patrimoniale, “un livello mai raggiunto negli ultimi 12 anni” come ha sottolineato Adriano Picinati di Torcello, Direttore Deloitte Luxembourg e Global Deloitte Art & Finance Coordinator. Questa percentuale è aumentata di 24 punti rispetto al 2011 (65%) e può essere spiegata dal desiderio dei clienti di nuovi prodotti e servizi, dalla spinta verso un’offerta olistica di gestione patrimoniale, dagli sviluppi tecnologici e normativi e da un maggiore interesse per gli attributi finanziari del fine art e dei collectible di lusso, siano orologi, gioielli, borse e oggetti vintage. Ma attenzione i gestori patrimoniali dovranno comprendere le esigenze e gli interessi generazionali qualora si trovassero a gestire il passaggio di beni e patrimoni. Fondamentale ascoltare i collezionisti della NextGen (35 anni o più giovani), che daranno forma al futuro del settore dell’arte e della gestione patrimoniale, e collaborare per creare un piano a lungo termine che includa sia l’arte che la pianificazione patrimoniale. Puntare su una maggior attenzione agli acquisti e alla conservazione della documentazione che oggi è ancora un atto manuale per la maggior parte dei collezionisti intervistati (74%) e solo il 24% ha un piano a lungo termine per le proprie collezioni.

Motivazioni finanziarie all’acquisto di arte

Se di anno in anno l’arte e ora anche i beni di lusso possono essere integrati nelle offerte di servizi di gestione patrimoniale, emerge che le motivazioni finanziarie all’acquisto di opere d’arte diventano sempre più importanti. Per il 60% dei collezionisti, il valore emotivo rimane il principale fattore ma il report ha rilevato, per la prima volta, che le ragioni finanziarie sono al secondo posto (il 41%) che ha spinto il valore sociale al terzo posto (indicato dal 36%). In particolare il possesso di opere d’arte da parte dei collezionisti più giovani sembra più motivato da ragioni finanziarie, con l’83% che afferma che i rendimenti degli investimenti sono una motivazione chiave (rispetto al 50% del 2021). Il 61% ha dichiarato che la diversificazione del portafoglio è importante (rispetto al 51% dell’ultimo rapporto) e circa la metà (51%) ha affermato di considerare l’arte come un “rifugio sicuro” in tempi incerti (rispetto al 34% del 2021).

Gestori, Family Office e la regolamentazione del mercato

Rimangono sempre aperte le questioni legate ad una maggior trasparenza del mercato dell’arte in particolare le principali sfide riguardano la provenienza, le questioni legate all’autenticità, alla falsificazione e all’attribuzione e l’esigenza di standard internazionali per le qualifiche professionali nel mercato dell’arte. A questo proposito, circa l’80% di tutti gli stakeholder intervistati ha indicato che la tecnologia potrebbe essere un catalizzatore per creare maggiore trasparenza nel mercato dell’arte. Il 44% dei gestori patrimoniali ritiene che la regolamentazione governativa sia la risposta appropriata per creare fiducia e credibilità nel mercato dell’arte. Tra i family office intervistati, il 70% ritiene che l’autoregolamentazione sia il modo più appropriato per affrontare le sfide del mercato dell’arte, mentre solo il 30% è favorevole a una regolamentazione governativa. Al contrario, quest’anno il 50% dei professionisti dell’arte ha dichiarato di ritenere che la regolamentazione potrebbe svolgere un ruolo cruciale nel ripristinare la fiducia (in aumento rispetto al 36% del 2021). Si tratta della percentuale più alta mai registrata, il che suggerisce che gli stakeholder del settore dell’arte vedono sempre più spesso l’intervento del governo come una soluzione per ripristinare la fiducia e la credibilità.

Arte come collaterale e proprietà frazionata

Nonostante l’aumento dei tassi d’interesse, il rapporto stima prudentemente che la dimensione complessiva dei prestiti in essere con le opere d’arte come collaterale potrebbe raggiungere una dimensione di mercato compresa tra 29,2 e 34,1 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento dell’11% rispetto al 2022. Il rapporto prevede che nel 2023 il mercato dei prestiti garantiti da opere d’arte potrebbe generare ricavi fino a 2,2 miliardi di dollari, con l’Asia e l’Europa che diventeranno mercati strategici mentre il mercato statunitense sembra raggiungere la maturità.Sul tema della proprietà frazionata come nuovo modello va precisato che l’investimento diretto in opere d’arte rimane la forma più popolare, tuttavia, negli ultimi tre anni, la curiosità a livello mondiale per gli investimenti frazionati in opere d’arte e da collezione ha subito un’accelerazione, in particolare tra i collezionisti NextGen (che rappresentano il 50% rispetto al 14% dei collezionisti più anziani), con un forte interesse da parte dei più giovani. Si stima che il patrimonio in gestione (AUM) supererà il miliardo di dollari nel 2023. Sono nate diverse nuove iniziative e, per la prima volta, alcune di queste sono sottoposte alla supervisione delle autorità di regolamentazione finanziaria in Europa, Stati Uniti e Asia. In futuro vedremo se questo cambiamento generazionale porterà a quella che gli esperti di Deloitte definiscono “sharing economy”.

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