«L’apertura di nuovi fronti fa dimenticare gli ostaggi». L’amarezza delle famiglie
La guerra in Libano ha già messo in secondo piano la crisi di Gaza e i rapiti
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Dal nostro inviato
Attesa. Impotente attesa. Del giorno che ha cambiato la storia di Israele. Hen Avigdori ricorda le ultime parole di sua moglie Sharon: «Stiamo andando nella stanza blindata. Va tutto bene». E poco dopo quelle del cognato: «Le cose si stanno mettendo male! Non so se ne usciremo vivi». Infine il nulla. Un lungo silenzio, doloroso, prepotente. Giorno dopo giorno prendeva forma, in tutta la sua brutalità, il massacro compiuto dalle milizie di Hamas. Venivano diffusi i nomi delle vittime, delle persone tratte in salvo, di quelle sequestrate. Hen aspettava quella telefonata dell’esercito. Che getta nella disperazione, o permette di aggrapparsi alla speranza. Voleva sapere almeno una cosa: che non fossero morte. «Al quarto giorno mi è stato comunicato che mia moglie e mia figlia Noam (12 anni) erano nella lista degli ostaggi catturati da Hamas e portati a Gaza. L’attesa era finita. Ora bisognava rialzarsi e fare di tutto perché tornassero a casa».
Il peggior nemico
Il peggior nemico di un ostaggio è il tempo. Più scorre, più le possibilità che sia salvato si riducono, le sue forze vengono meno, la gente intorno sviluppa un senso di assuefazione alla tragedia, impara a conviverci. Udi vuole ancora sperare. Sa che almeno 50 di loro sono ancora vivi. Che attendono da un anno, rinchiusi in un tunnel, al buio. Le sue parole sono forti e decise. Ma quando il discorso cade sulle incursioni israeliane in Libano, il suo sguardo assume un tono rassegnato, la voce si rompe. «Con la guerra in Libano il pericolo è che il fronte meridionale venga dimenticato, e con esso gli ostaggi. In verità la crisi a Gaza è già passata in secondo piano. I nostri cari sono passati in secondo piano».
Udi Gorens ha perso suo cugino Tal il 7 ottobre. Il suo corpo è ancora nelle mani di Hamas. Così come Hen, ogni giorno dedica del tempo agli oltre 100 israeliani ancora prigionieri a Gaza (si ritiene che almeno 50 siano deceduti). Ha partecipato a decine di proteste, gira il mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica, ha visto il movimento delle famiglie degli ostaggi gonfiarsi, invadere piazze e strade. Si è unito alla collera degli israeliani contro il premier Benjamin Netanyahu, reo di aver tradito la promessa di riportare tutti a casa, di aver messo la «vittoria totale» su Hamas davanti a tutto, e a tutti.
A un certo punto la poltrona di “Re Bibi” cominciava a traballare. Dopo la brutale esecuzione di sei ostaggi da parte di Hamas ritrovati dall’esercito il 1° settembre il movimento si era nuovamente gonfiato. Bibi era assediato.



