La storia

«L’apertura di nuovi fronti fa dimenticare gli ostaggi». L’amarezza delle famiglie

La guerra in Libano ha già messo in secondo piano la crisi di Gaza e i rapiti

di Roberto Bongiorni

4' di lettura

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Dal nostro inviato

Attesa. Impotente attesa. Del giorno che ha cambiato la storia di Israele. Hen Avigdori ricorda le ultime parole di sua moglie Sharon: «Stiamo andando nella stanza blindata. Va tutto bene». E poco dopo quelle del cognato: «Le cose si stanno mettendo male! Non so se ne usciremo vivi». Infine il nulla. Un lungo silenzio, doloroso, prepotente. Giorno dopo giorno prendeva forma, in tutta la sua brutalità, il massacro compiuto dalle milizie di Hamas. Venivano diffusi i nomi delle vittime, delle persone tratte in salvo, di quelle sequestrate. Hen aspettava quella telefonata dell’esercito. Che getta nella disperazione, o permette di aggrapparsi alla speranza. Voleva sapere almeno una cosa: che non fossero morte. «Al quarto giorno mi è stato comunicato che mia moglie e mia figlia Noam (12 anni) erano nella lista degli ostaggi catturati da Hamas e portati a Gaza. L’attesa era finita. Ora bisognava rialzarsi e fare di tutto perché tornassero a casa».

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Il peggior nemico

Il peggior nemico di un ostaggio è il tempo. Più scorre, più le possibilità che sia salvato si riducono, le sue forze vengono meno, la gente intorno sviluppa un senso di assuefazione alla tragedia, impara a conviverci. Udi vuole ancora sperare. Sa che almeno 50 di loro sono ancora vivi. Che attendono da un anno, rinchiusi in un tunnel, al buio. Le sue parole sono forti e decise. Ma quando il discorso cade sulle incursioni israeliane in Libano, il suo sguardo assume un tono rassegnato, la voce si rompe. «Con la guerra in Libano il pericolo è che il fronte meridionale venga dimenticato, e con esso gli ostaggi. In verità la crisi a Gaza è già passata in secondo piano. I nostri cari sono passati in secondo piano».

Udi Gorens ha perso suo cugino Tal il 7 ottobre. Il suo corpo è ancora nelle mani di Hamas. Così come Hen, ogni giorno dedica del tempo agli oltre 100 israeliani ancora prigionieri a Gaza (si ritiene che almeno 50 siano deceduti). Ha partecipato a decine di proteste, gira il mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica, ha visto il movimento delle famiglie degli ostaggi gonfiarsi, invadere piazze e strade. Si è unito alla collera degli israeliani contro il premier Benjamin Netanyahu, reo di aver tradito la promessa di riportare tutti a casa, di aver messo la «vittoria totale» su Hamas davanti a tutto, e a tutti.

A un certo punto la poltrona di “Re Bibi” cominciava a traballare. Dopo la brutale esecuzione di sei ostaggi da parte di Hamas ritrovati dall’esercito il 1° settembre il movimento si era nuovamente gonfiato. Bibi era assediato.

La vittoria totale promessa

«Quest’operazione, questa guerra deve subito trasformarsi in un accordo politico che porti a casa gli ostaggi e metta fine alle sofferenze dei civili palestinesi», continua Udi. «Netanyahu ha fallito. Hamas è ancora a Gaza; gli ostaggi non sono tornati. Nessun obiettivo è stato raggiunto. La vittoria totale promessa da Bibi non è un videogioco. Non esiste nella realtà».

Con pervicacia, quasi con accanimento, ogni giorno il Forum delle famiglie degli ostaggi torna sempre sullo stesso argomento: un accordo.

Se c’è qualcuno che crede nei risultati di un’intesa con Hamas, questo è senz’altro Hen. Il più celebre autore israeliano di serie comiche televisive ha riabbracciato sua moglie e sua figlia il 30 novembre, dopo 50 giorni di prigionia, grazie all’accordo tra il Governo di Israele e Hamas: furono liberati 105 ostaggi e circa 300 detenuti palestinesi. «Sono la prova vivente che con un accordo gli ostaggi si possono liberare - sottolinea Hen-. Se solo c’è la volontà di farlo, è ancora possibile. Dall’ultimo accordo di novembre sono state perse 27 vite, potevano essere vivi. Bibi ha preferito costringere Hamas con la forza a liberare gli ostaggi: un fallimento».

La guerra in Libano, e ora l’attacco dell’Iran, stanno ridando forza all’immagine di Netanyahu. Da alcuni mesi c’è perfino un forum di israeliani, i cui cari sono ancora prigionieri nei tunnel di Gaza, che chiedono al Governo di continuare a combattere. Nessun accordo, solo pressione militare affinché siano liberati. «È un gruppetto davvero piccolo – commenta Hen – 4-5 famiglie. Ma io voglio ricordare che la battaglia per gli ostaggi è una battaglia morale, ebraica, nazionale».

Una battaglia morale

Le guerre di Israele vanno avanti, si espandono, si intensificano. Netanyahu ha ripreso forza politica. L’unità che ora invoca il premier è quella nella lotta contro l’asse del male: Libano, Iran, Iraq, Yemen e Siria. «Se osservi ciò a cui è attenta l’opinione pubblica, ciò che sta accadendo nei media, di cosa parla il portavoce dell’esercito, o il capo di stato maggiore, riguarda solo il Libano. Ma cosa vale una vittoria se non è convertita in una conquista politica?».

Sul punto che ha diviso più la società israeliana, ovvero la liberazione di centinaia di detenuti palestinesi in cambio degli ostaggi l’opinione prevalente e la linea del Forum sono sempre le stesse: «Sappiamo benissimo che è un passo molto doloroso - continua Udi - Ma non bisogna esitare».

Tra queste persone che hanno sempre dato priorità alla delicata - ma fondamentale - questione dei due Stati, Palestina e Israele, qualcosa sembra essersi incrinato. La posizione di Hen riflette quella di molti altri israeliani. «Credevo nella soluzione dei due Stati. Oggi non più. Non perché non la desideri. Ma se voglio dare uno Stato a chi lo do? A una popolazione palestinese che per il 70% in Cisgiordania ha applaudito al 7 ottobre? Che sta con Hamas?».


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