L’Ape e il gelso
Pubblichiamo un testo inedito di Fiammetta Palpati, vincitrice del premio Campiello Opera prima, con il suo romanzo La casa delle orfane bianche
di Fiammetta Palpati
6' di lettura
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Il testo che segue – qui intitolato L’Ape e il gelso – è stato stralciato in fase di editing dal romanzo «La casa delle orfane bianche» (Laurana editore, 2024), per ragioni di equilibro del racconto. L’episodio riferisce del momento in cui, nel secondo atto, le protagoniste – le tre Orfane bianche – si risolvono a prendere di petto la questione della monnezza che hanno accumulato nella casa e di cui, per una sorta di ragionevole e, al medesimo tempo, misterioso incantamento, non riescono a liberarsi.
Dagli anni Cinquanta l’Ape ha sostituito il mulo. Diciamo pure che si tratta di un Pick-up de noantri. Ma molto più agile, maneggevole. Non c’è terreno sconnesso, fosso, pantano, dal quale non venga fuori (magari a spinta); strettoia nella quale non si infili (lasciandoci i retrovisori), curva che non possa stringere (cappottando), scala che non riesca a scendere (ricadendo poi, alternativamente, a destra e a sinistra, sulla ruota davanti o su quelle posteriori). Per non parlare della versatilità e capienza del cassone, che sopporta i pesi e gli ingombri più disparati. L’abitacolo è sufficientemente largo per due – autista e passeggero, che al momento della sterzata finiscono corpo unico contro lo sportello – ma poco profondo. Il sedile stretto e duro, sicché ballonzolando sugli ammortizzatori troppo rigidi, o scarichi, capita di trovarsi lo stomaco infilzato dal manubrio. O di sbattere col petto sul cruscotto, quando non con la fronte sul parabrezza. In compenso l’Ape consente ai bambini – che montano generalmente di fianco o sulle gambe del nonno – una delle prime esperienze esaltanti di fisica della gravità, e agli anziani di continuare a guidare anche con quei difetti di vista, e di riflessi, che sconsiglierebbero l’uso di una vera e propria autovettura ma che, nel caso dell’Ape, vengono tollerati. Sostituiti dalla lunga esperienza. Dalla prudenza. Propria o degli altri guidatori che badano, per solito, a tenersi alla larga dagli apisti. In somma, una giostra.
Una forte sgasata a vuoto, simile a una pernacchia; l’innesto della frizione; una fumata nerastra; e poi – dalla curva, col faro rotondo all’insù –, spunta l’Ape giallosenape del signor Primo: Natàlia alla guida con un’espressione compiaciuta – la testa che sfiora il tettuccio ogni volta che il mezzo incontra una pietra, una buca, un gradino. Davanti alla porta di casa smonta: motore acceso, aria tirata – la candela è sporca e il motore s’è avviato per miracolo – guance rosse e occhi brillanti. Scoppiettio e odoraccio di gasolio agricolo fin dentro la sala.
Madri e suora assenti, chiuse in camera da letto, a sorvegliarsi a vicenda.
Germana e Lucia pronte, accanto alla monnezza.


