Un’arietta birichina.
***
Sicché. Siamo soli.
La nebbiolina venefica si sta dissolvendo e questa sala appare spettralmente vuota senza tutta quella paccottiglia a cui ci eravamo, ormai, abituati. Sì, siamo proprio soli, cara la mia Damigiana.
Venga, si avvicini… non abbia timore.
Mi tenga compagnia.
Affacciamoci.
Attenta a sporgersi. Mi dia la mano.
Il cortile – l’aia – visti da quassù appaiono proprio quelli che sono: una terrazza. S’avverte il loro non essere parte di un campo, ma di una costa rocciosa, racchiusi a monte da questa casa e ai lati da muriccioli e fabbricati rustici che segnano la proprietà, o il passaggio, con gli orti comunicanti; fatti della medesima pietra su cui poggiano, qualche tufo e laterizio di risulta agli angoli, e coperti, al bisogno, con fogli di Onduline. Ma di fronte, sul lato esterno di questo fazzoletto, il vuoto oltre il parapetto è completo. Si viene presi da sgomento, finché l’intelletto non s’abitua, dopo tanta angustia, alla facoltà. Lo sguardo precipita – oh oh ohhh – ma subito si risolleva!
È stata una caduta morbida, su cespugli erbosi. Ruzzolamenti. Capriole. Le colline millenarie hanno superfici distese, comode: erose le asperità, allargati i fianchi, riempite le valli, si lasciano scavalcare senza fatiche eccessive. Né scossoni o sussulti o sorprese. Il ritmo è quello di una falcata ampia e regolare: un piccolo slancio e, di sommità in sommità, ci si ritrova al piano. Un fiume – un Tevere non ancora biondo.
Accaldati. Scarmigliati. Si prende fiato.
Gomiti a terra, solleviamo un pochino la schiena. Luce abbacinante. Strizziamo gli occhi dintorno. L’ombra, la sagoma scura dei Monti Cimini, cupa e lontana, non lambisce che i piedi. Tra noi e questi esemplari dell’Antiappennino laziale corre troppo spazio, troppe leghe. Sui dolci colli amerini il sole nasce e tramonta.
Primo – l’onesto vicino – s’affaccenda presso il vecchio albero. Da un’ora buona gli lavora intorno, con seghetto e forbice. Ripulisce la capitozzatura dalla selva di ricacci lignificati. Senza fretta.
Per la terza volta sposta la scala, cerca l’appoggio sul terreno – tra le potature e le erbacce – addossa l’ultimo piolo al tronco, scuote, verifica la saldezza dell’appoggio, calca la visiera sulla fronte. E sale. Manca un ultimo spicchio, poi il tronco sarà completamente rasato. Sega a filo i rami più grossi: metà da un verso, metà da quello opposto. Una mano sostiene la caduta. La lama ripulisce la ferita di quelli che hanno ceduto, scacchiati dal loro stesso peso. Poi mette mano alle forbici, per i più sottili. Sono assai numerosi. Cadono al primo colpo, uno dopo l’altro al ritmo monotono, rassicurante, della molla.
Tac. Tac. Tac. L’albero è nudo.
È rimasto un asse imbolsito, la cui ombra bitorzoluta, nel mezzo del cortile, si sposta come l’asta di una meridiana. Artrosico. Sproporzionato: largo alla base e all’estremità superiore – poco o nulla rastremato nel mezzo; e ripiegato su sé stesso, pieno di cicatrici, e ferite aperte.
Non sostiene più nulla se non la memoria del peso sostenuto. La memoria del corpo.
«Nudo femminile inginocchiato, piegato, schiacciato su sé stesso e totalmente plasmato dalla mano del peso, il cui carico affonda in tutte le membra come una caduta senza fine (…) E regge come si regge in sogno l’inverosimile, senza possibilità di sbocco. E il suo piegarsi e cedere è pur sempre un sorreggere, e non appena sarà vinta dallo sfinimento ormai prossimo che costringerà il corpo a giacere, anche questo giacere sarà un sorreggere, un sorreggere senza fine. Così è la Caryatide».
Così Rilke su Rodin.
Così questo gelso, questa casa, queste donne.
Primo ha finito, ha messo via la scala. Riposto la forbice. Col falcetto ripulisce ora i rami più grossi. Li taglia a misura. Per camino e per stufa. Accatastati all’asciutto, sotto la tettoia della cantina. Del restante ha preparato fascine: ordinate per ciascuna grandezza del legno. Legate con spago. L’una accanto all’altra. Pronte per ogni tipo di fuoco: accendere, arrostire, scaldare.
È sudato alla fronte, alle guance. Si asciuga col dorso. Rimette la berretta – una coppola a quadretti. Si guarda intorno.
Alla fontanella. Sposta la rete. I pulcini si ammassano intorno ai pantaloni, beccano la stoffa, le scarpacce da lavoro. Sono passati tre giorni da che sono in casa e, a parte le due perdite di cui abbiamo già tristemente dato notizia, i restanti dieci paiono raddoppiati di volume. C’è una caparbietà, un furore, nel modo in cui essi pretendono d’essere nutriti, ingrassati.
Primo: una mano sotto la cannella di plastica, sulla faccia, sul collo, sulle pliche indurite. Fazzoletto. Di cotone.
Qualche pollastro spicca un salto: il piumino d’oro già non è più tale; le prime penne – più tenaci, più spente – lo hanno sostituito.
Una pizzicata al ginocchio.
«Ajo!».
Nel contenitore alla base della tramoggia solo un rimasuglio di mangime sfarinato.
L’uomo attraversa la porticina dello stalletto – la berretta sfiora la trave tarlata – ne esce con un secchio. Grano, granoturco, soia, sorgo, piselli. A spaglio, abbondanti, con la mano.
I pollastri paiono impazziti. Spariscono a vista d’occhio i frammenti, gli spezzati. Seguono poi i chicchi appena più grandi. Alcuni finiscono nel becco e poi vengono risputati, lontano.
Mezz’ora più tardi non è rimasto che un po’ di mais intero; ostinato.