Destinazione Salute

L’ansia e lo stress nella performance degli atleti: così lo psicologo dello sport aiuta a regolare le emozioni

Le ricette degli esperti per contrastare le emozioni negative e il loro impatto sulle prestazioni fin dal supporto alle famiglie dei giovanissimi così come nell’ambito del team che accompagna un campione alle prese con le pressioni e le attese di pubblico e media

di Redazione Salute

5' di lettura

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Che cosa è scattato nella mente del tennista Jannik Sinner dopo aver fallito tre match point al Roland Garros contro Carlos Alcaraz? Perché i calciatori dell’Inter si sono presentati in campo come se fossero “svuotati” nella finale di Champions League contro il Paris Saint Germain? Ha fatto bene la giovanissima nuotatrice Benedetta Pilato a esultare per il quarto posto alle Olimpiadi di Parigi 2024? Di gestione dell’ansia e dello stress nella performance sportiva, per i grandi campioni ma anche nell’attività atletica o agonistica nostra e dei nostri figli, si è parlato nell’ambito dell’evento dedicato alla prevenzione “Destinazione Salute” che il Gruppo San Donato ha organizzato in collaborazione con il Gruppo 24 Ore domenica 29 giugno a Milano.

Protagonisti, insieme al pubblico, gli psicologi clinici Andrea Fossati e Ilaria Polenghi - quest’ultima medaglia di bronzo nella Coppa Europa 2014 di twirling - che sono partiti da quanto può succedere anche ai grandi campioni per spiegare come incidano le emozioni negative quali ansia e stress nelle prestazioni sportive, dando consigli su come contrastarle non solo agli atleti agonisti, ma anche ai familiari nel caso dei più piccoli o degli adolescenti. Il tutto, da contestualizzare in una società come la nostra, che pretende il successo sempre e a tutti i costi. Quando invece lo sport dovrebbe essere visto e promosso tra i giovani innanzitutto per la sua valenza comunitaria e per la sua capacità di insegnare il confronto con il prossimo.

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L’arte di “spostare il limite”

«Una delle interviste più belle che ho sentito - ha spiegato Andrea Fossati, psicologo clinico e psicoterapeuta presso il Servizio di Psicologia clinica e Psicoterapia dell’Ospedale San Raffaele Turro e Professore ordinario e Preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele - è quella di una nuotatrice giovanissima, Benedetta Pilato, che non ha vinto le Olimpiadi ma è arrivata quarta. Davanti alla domanda dell’intervistatore su come si fosse sentita per la medaglia “di legno”, ha risposto che certo le sarebbe piaciuto vincere ma che per lei era già tantissimo esserci, alle Olimpiadi. Ecco, un atleta dev’essere contento di quello che raggiunge per poter poi “spostare il limite”. Questo è il senso e siamo certi che alle prossime Olimpiadi la Pilato farà ancora meglio». Un esempio virtuoso, quello portato dal professore Fossati, che troppo spesso ha invece come contraltare il mito del “perdente” o del “vincente”. Che schiaccia gli atleti professionisti così come i “pulcini” dei campi di calcetto di quartiere.

I fattori che pesano sui campioni

Restando sui professionisti e sui grandi campioni, «gli sportivi hanno una vita per cui gli risulta più difficile differenziare personale e professionale - ha sottolineato ancora l’esperto -: un po’ per la semplificazione comunicativa che impatta su di loro quando magari sono anche al centro delle cronache; molto perché vivono nella loro performance e cioè se parliamo di sport professionistico, è richiesta loro una dedizione totale. Difficile quindi che investano poca aspettativa sui risultati ma anche che riescano a non essere contaminati dalle aspettative altrui, che siano i tifosi che urlano allo stadio o che si tratti del pubblico a casa o di quelli che ti arrivano al Roland Garros con la parrucca arancione. Poi, a esempio, in casi come quello di Sinner pesa anche il fantasma di una sospensione per tre mesi e dell’incertezza normativa per cui ti possono cadere sulla testa delle tegole spaventose. Anche in passato, del resto, abbiamo avuto casi di grandissimi atleti finiti nella polvere. Pare inverosimile che tutte le loro magnifiche prestazioni siano state percepite come “cancellabili” dall’esito di un esame del sangue».

La pressione della famiglia

Poi c’è l’ansia delle aspettative, sui ragazzi, di allenatori non sempre all’altezza delle conoscenze attuali. O il pressing degli stessi familiari: ci sono genitori che ti lasciano libero e se sei bravo andrai avanti sennò pazienza; altri che anche negli sport da campetto hanno aspettative “fuori dal mondo”. Un clima che crea danno ai giovani e che non li aiuta di certo sul fronte dell’ansia. «Quando devi gestire in un ragazzino l’ansia dell’atleta, spesso e volentieri devi gestire anche la pressione del sistema famiglia - avvisa Ilaria Polenghi, psicologa clinica presso il Servizio di Psicologia Clinica dell’Età evolutiva all’Irccs Ospedale San Raffaele Turro -. Ai genitori innanzitutto può essere utile dare consigli pratici per non sovraccaricare i propri ragazzi ma se mai per aiutarli: ci sono momenti in cui il padre o la madre non possono avere tutti gli strumenti per dare un supporto attivo e a quel punto può essere importante chiedere l’intervento di un professionista. Così come se ho bisogno di un piano alimentare vado dal nutrizionista o se mi duole un ginocchio vado dall’ortopedico - aggiunge Polenghi - se ho una fatica a livello di gestione dell’ansia e delle emozioni posso pensare di rivolgermi a una figura che possa aiutare e qui entra in gioco lo psicologo dello sport».

Lo psicologo dello sport

Una figura che può intervenire a tutti i livelli, dall’adolescente al campione. «Il nostro ruolo - prosegue Ilaria Polenghi - è di fornire strumenti aiutando a canalizzare in maniera più efficace un lavoro che – così come ciascuno per il proprio ruolo intervengono il preparatore atletico, il tecnico, il massaggiatore e il fisioterapista – richiede una preparazione anche mentale, che agisce in maniera trasversale. Quindi se un atleta presenta una fatica rispetto allo stress e alla gestione dell’ansia, così come alla gestione della rabbia che esplode quando ad esempio sbaglia il punto nel tennis, è importante che possa affidarsi a figure specializzate. Capaci di svolgere con competenza il loro ruolo e di sapere impostare una corretta relazione: per esempio io non vado alle gare dei miei atleti e questa è una regola necessaria. Devono sapere che non sono la loro stampella», sottolinea l’esperta.

Un approccio che Fossati sottoscrive: «Lo psicologo dello sport è un esperto di comportamento umano che usa tecniche relazionali. Quindi è un esperto della relazione e sa che le relazioni possono causare fenomeni di dipendenza. Quelli per cui invece di potenziare l’atleta comincio a inserirgli nella testa l’idea che, se non ha il coach costantemente al suo fianco, la sua performance può deteriorare. Un po’ come, nel caso del panico, avviene per il “partner fobico”. Con gli psicologi dello sport questo rischio viene meno - aggiunge - : sanno come porsi nella relazione d’aiuto, positiva e di potenziamento. Sia di gestione per mantenere il segnale ansioso nei limiti utili all’atleta, perché l’ansia segnala anche l’importanza del momento, sia nella prevenzione dei fattori di disturbo cioè di tutto quello che può in qualche modo incrementare lo stress con cui l’atleta arriva alla prova».

Gestire il “dopo”

Come gestire il dopo, sia che la prova sia andata male sia che abbia portato alla medaglia? Polenghi spiega che «alcune tecniche si insegnano in seduta: gli atleti si allenano proprio nella gestione della frustrazione rispetto a un possibile fallimento. Ma a volte va gestita anche l’esaltazione del successo, nell’ottica di regolare le emozioni - chiarisce -: lo psicologo dello sport può inserirsi per provare ad accompagnare lo sportivo nel trovare tecniche che regolino l’ansia. Per questo è importante che ci sia una figura capace di contribuire all’assessment di un atleta, anche con una serie di sessioni preliminari di valutazione personologica.

«Gli interventi vanno modulati sulla base dello sportivo di riferimento - aggiunge infine Polenghi -: ovviamente l’approccio varia tra un bambino di 10 anni e un adulto ma sempre nel contesto di un percorso con precise tecniche, proposte all’atleta ad hoc e mai in modo casuale. E’ importante che gli atleti si affidino, se scelgono di farlo, a qualcuno che sia competente ed efficace per il benessere loro e in alcuni casi dell’intera famiglia».

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