L’anno nero delle carceri, nel 2024 i livelli più alti di suicidi e detenuti
Gli interventi governativi non bloccano la crescita dei reclusi che arrivano a 62.427. Da gennaio in 89 si sono tolti la vita, mai così tanti. Boom di minori in cella dopo il Dl Caivano
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Mai così tanti negli ultimi dieci anni. Il 2024 si chiude segnando il peggior risultato dal 2013 a oggi per quanto riguarda il numero di detenuti: allora erano 66.028, attualmente sono 62.427 (di cui quasi 10mila in attesa di primo giudizio), a fronte di circa 51mila posti disponibili. Una situazione emergenziale testimoniata dal numero di suicidi in carcere che, nel 2024, è arrivato a 89, il più alto da sempre.
Le misure adottate in passato avevano permesso di ridurre il sovraffollamento ma la soglia dei 60mila reclusi è stata di nuovo superata un anno fa e il trend in aumento continua, nonostante gli interventi messi in campo dal Governo negli ultimi mesi. E il sovraffollamento sta investendo anche gli istituti penali per minorenni, dove i reclusi al 30 novembre erano 576.
L’emergenza
Sono molte le voci che si sono alzate nei mesi scorsi per lanciare l’allarme sulla grave situazione delle carceri, a partire dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Papa Francesco, ma anche dall’avvocatura e dalle associazioni.
Secondo Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio sulle carceri di Antigone, associazione che si batte da anni per i diritti dei detenuti, non siamo ancora ai numeri delle stagioni terribili del sovraffollamento, «quelle in cui i nuovi ingressi sono arrivati a 90mila», ma a preoccupare non sono solo i numeri complessivi. Stanno infatti ricominciando a salire quelli degli ingressi: ben 43mila tra il 9 dicembre del 2023 e il 9 dicembre 2024. «La verità – prosegue – è che se guardiamo la storia del sistema penitenziario degli ultimi 30 anni le presenze in carcere sono sempre cresciute fino al giorno in cui non viene adottata una misura straordinaria, un provvedimento di clemenza, che le fa calare».
In questo modo il sistema si è mantenuto in equilibrio. Un equilibrio patologico, però, a causa o grazie alla presenza di questo meccanismo. «Il sistema – aggiunge Scandurra – non si è mai proposto di lavorare a saldo zero: non ci si preoccupava se entravano più persone di quante ne uscissero perché per correre ai ripari sarebbe arrivato un provvedimento di clemenza. Dal 2006, da quando per un’amnistia sono necessari due terzi del Parlamento, queste soluzioni sono diventate inattuabili», così il sistema sta collassando.









