Vicini che crescono

L’anno d’oro della diplomazia estera targata Marocco

Aumenta il consenso a favore di Rabat, la cui sovranità è considerata l’unica soluzione per rilanciare il Sahara Occidentale. Alla base ci sono relazioni robuste con Usa e Israele, saldatura dei rapporti con numerosi Paesi africani, europei e latinoamericani. Infine, investimenti nella Difesa e nei porti per supportare anche la Nato

Il ministro marocchino degli Affari esteri, Nasser Bourita. (Foto AP/Pavel Bednyakov, Pool)

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L’annuncio dell’apertura di ambasciate reciproche tra Marocco e Israele è l’ultimo capitolo di un anno che ha visto Rabat crescere fino a diventare un protagonista del mosaico geopolitico mediterraneo. Alla vigilia dell’Assemblea generale dell’Onu, i ministri degli Esteri israeliano e marocchino, Gideon Saar e Nasser Bourita, si sono visti a New York insieme all’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Mike Waltz. Sul tavolo, oltre all’innalzamento delle rispettive rappresentanze al rango di ambasciate, una serie di intese bilaterali su economia, commercio e trasporto aereo. Nella nota diffusa dalla missione statunitense all’Onu, Washington e Gerusalemme «ribadiscono il riconoscimento della sovranità marocchina sull’intero Sahara occidentale» e bollano ogni altra strada come un prolungamento dello «status quo», giudicato «inaccettabile». Il testo insiste poi sul valore della «cooperazione in materia di tecnologia, sicurezza e innovazione, soprattutto in tempi difficili».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Le attività in sede Onu

Ed è proprio in tempi difficili che il Marocco acquista valore geopolitico. Come spesso accade, il catalizzatore della nuova assertività di Rabat ha un nome: Donald Trump. Il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, arrivato nel 2020 come contropartita della normalizzazione con Israele negli Accordi di Abramo, ha legittimato quella che il Re Mohammed VI ha definito «il prisma attraverso cui il Marocco guarda al proprio ambiente internazionale». Più che un atto formale, quella svolta americana ha anticipato tutto il resto: nell’ottobre 2025 la risoluzione 2797 del Consiglio di sicurezza, scritta su misura della delegazione statunitense, è passata a larghissima maggioranza e ha sancito per la prima volta l’autonomia del Sahara occidentale sotto sovranità marocchina come unica via d’uscita ragionevole. Da qui un sostegno sempre più esplicito alla tesi di Rabat: le prese di posizione di Atene e Copenhagen, all’inizio del mese di settembre, confermano una convergenza europea costruita su quello che è ormai il quadro di riferimento della questione.

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Con il pilastro della propria politica estera avallato a livello internazionale, il Marocco si è sentito abbastanza forte da muoversi come non aveva mai fatto. I rapporti con Israele e Stati Uniti, soprattutto nella Difesa, ne hanno fatto il primo importatore di armi del continente africano, davanti alla vicina Algeria, rivale storica e Paese meno disposto di tutti a riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara. Nel 2026 la spesa militare di Rabat avrebbe toccato i 15,7 miliardi di dollari. Il Regno conserva dal 2004 lo status di alleato privilegiato extra-Nato e, dall’ingresso negli Accordi di Abramo, elabora con Israele piani d’azione militare annuali: Gerusalemme ha così scalzato Parigi come secondo fornitore di armi dopo Washington. Le aziende israeliane hanno fornito il Paese di droni da sorveglianza e satelliti da ricognizione; a questo si aggiungono un sistema di difesa aerea e antimissile da 430 milioni di euro e due satelliti spia Ofek 13 da 925 milioni, destinati alle Forze armate reali di Rabat. Completano il quadro le manovre congiunte, prima fra tutte l’esercitazione African Lion, promossa dagli Stati Uniti, ospitata nel Sud del Marocco e condotta con reparti dell’Idf.

Le esercitazioni militari congiunte

Restano comunque gli Stati Uniti l’alleato decisivo, sul piano della sicurezza come su quello economico. Circa il 60% degli armamenti marocchini arriva da oltreoceano, a inizio anno è stata concordata con Washington una nuova road map decennale per la Difesa e qualche concessione sul terreno commerciale - come l’operazione da 450 milioni di dollari con cui il gigante parastatale dei fertilizzanti Ocp costruirà un impianto in Louisiana - ha garantito a Rabat un margine di manovra prezioso, in un’epoca di guerre tariffarie targate Trump. È solo il lato più vistoso di una politica estera sempre più solida e ramificata. Oltre ai rapporti con Washington e Gerusalemme, il Marocco ha stretto i legami con il resto dell’Africa, a partire dal rientro nell’Unione africana previsto nel gennaio 2027: ne è seguita l’apertura di una trentina di consolati a Laayoune e Dakhla, le principali città del Sahara occidentale, segno di un riposizionamento di molti Paesi africani. Anche l’ondata reazionaria che attraversa l’America Latina gioca a favore di Rabat: il neoeletto presidente colombiano Abelardo de la Espriella, uscito dal voto di giugno, ha ribaltato la linea della precedente amministrazione di sinistra poche ore dopo il giuramento, riconoscendo anche lui la sovranità marocchina sul territorio conteso.

Interlocutore di Bruxelles

Tutto questo avviene in un Mediterraneo in cui il Marocco si ritrova puntualmente al centro dei passaggi decisivi. Che si tratti dello sforzo europeo di frenare i flussi migratori, mentre le destre guadagnano peso, o di iniziative come il Piano Mattei, Rabat resta un interlocutore imprescindibile. La sua strategia di gestione dei flussi continua a essere finanziata da Bruxelles con fondi fino a 160 milioni di euro fino al prossimo anno, mentre il Piano Mattei di Giorgia Meloni ha messo in vetrina il sostegno alla sicurezza idrica del Paese e i programmi di formazione sull’efficienza energetica. Un’interlocuzione, insomma, troppo importante perché i partner regionali possano farne a meno. Lo si è visto anche durante la crisi migratoria di fine luglio a Ceuta, quando circa 60mila persone hanno attraversato il confine verso la Spagna: nel mirino è finita soprattutto Madrid. La colpa è stata addossata quasi per intero al governo socialista di Pedro Sánchez, mentre il clamore ha offerto a Rabat un’altra passerella geopolitica alla vigilia delle legislative di fine mese: il rilancio delle rivendicazioni su Ceuta e Melilla, exclave spagnole quasi mai finite sul tavolo negoziale.

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