Prima dell’ascesa del giovane Kim, la Dprk probabilmente avrebbe rinunciato alle sue ambizioni nucleari per un giusto prezzo e il riconoscimento internazionale di stato legittimo. Con l’amministrazione Clinton, gli Usa erano arrivati molto vicino a facilitare la fine del programma nucleare e la guerra coreana, perseguendo la normalizzazione delle relazioni con il Paese.
Ma l’attuale leader della Dprk è diverso. La sua sopravvivenza politica dipende dal potere nucleare del suo Paese. L’effetto talismano del nome Kim si è notevolmente indebolito all’interno del Paese e i nuovi ricchi si sentono in diritto di avere più soldi e uno stile di vita migliore. Essi possono comprare più o meno tutto, ad eccezione delle armi nucleari. Quelle appartengono a Kim e sono quindi la sua unica fonte di legittimità nazionale.
Il Gambero e le Balene
Geograficamente e storicamente schiacciata tra grandi potenze, la penisola viene spesso paragonata dai Coreani del Sud, come Lee, a «un gambero tra le balene». E se i Sudcoreani continuano a considerare il loro Paese in questo modo, i Nordcoreani lo fanno ancora di più. Come mette in rilievo Carl Bildt, ex primo ministro svedese, «negli anni cinquanta, l’economia del Nord era migliore di quella del Sud; oggi, essa è 40-80 volte più piccola». Infatti, gli indici della produttività economica e dello sviluppo umano della Dprk sono stati più alti di quelli della Rok fino al periodo compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi dei settanta.
Oggi, la Corea del Sud non solo vanta una delle economie più avanzate del mondo; ma è anche «uno dei più importanti Paesi del mondo per energia nucleare» con crescente esportazione di reattori per uso civile. Ed il successo della Rok, soprattutto nel settore nucleare, ferisce profondamente l’orgoglio della leadership della Dprk. Piuttosto che creare un’apertura ai negoziati – una possibilità a volte perseguita dagli Stati Uniti ed altri – gli insuccessi economici della Corea del Nord hanno portato il Paese a puntare tutto sulle armi nucleari, mettendo la sicurezza al di sopra di qualsiasi altro imperativo politico.
Non sorprende che l’esito di tutto questo sia l’assenza di una chiara opzione positiva per affrontare l’arsenale nucleare della Corea del Nord. Ma questo non significa che non esista alcuna possibilità potenziale. Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations, elenca quattro possibili scelte politiche: accettare lo status quo e rafforzare la deterrenza tradizionale, mentre la Dprk sviluppa ulteriormente le proprie capacità nucleari; l’uso della forza militare, come attacchi chirurgici contro armi e strutture nucleari; l’attuazione di un cambio di regime; oppure la ricerca di soluzioni diplomatiche. Haass, come Hill, Yoon e Fischer (e molti altri), conclude che la diplomazia è l’unica via da seguire.
Ma la diplomazia richiede un “dare e avere”, e in questo momento, la Corea del Sud guidata dal liberale Moon è l’unico Paese disponibile a dare. È molto probabile che vengano ripresi gli aiuti umanitari, vietati dalle sanzioni unilaterali imposte dalla Corea del Sud contro la Dprk, durante la presidenza di Park Geun-hye, recentemente messa sotto impeachment. Inoltre, Moon ha promesso di riaprire il Kaesong Industrial Complex, una joint venture di tipo economico tra nord e sud, se e quando il regime di Kim ritornasse al tavolo delle trattative (senza un preciso mandato riguardo a ciò che deve dire o fare).
Metallo pesante
Gli Americani sono i meno disposti ad essere flessibili su ciò che la Corea del Nord considera la minaccia più grave da affrontare: le due annuali esercitazioni militari congiunte, della durata di due mesi, della Rok e degli Usa. Negli ultimi anni, più di 300.000 soldati sudcoreani e statunitensi sono stati concentrati all’interno ed intorno alla Penisola Coreana, insieme a centinaia di navi da guerra e aerei da combattimento, comunicazioni avanzate e attività di intelligence. Quest’anno, “l’armata”, di cui Trump si vanta, potrebbe partecipare alle esercitazioni annuali, compreso il gruppo di attacco navale guidato dalla portaerei “USS Carl Vinson”. Inoltre il sommergibile “USS Michigan” a propulsione nucleare, uno dei più grandi al mondo, che trasporta circa 150 missili Tomahawk, è ancorato in Corea del Sud in testa al gruppo Vinson.
Oltre alle numerose navi da guerra della Rok, due caccia torpedinieri giapponesi hanno condotto esercitazioni con l’ “USS Carl Vinson” in viaggio verso la Corea. Era la quarta volta quest’anno che la marina giapponese compiva esercitazioni militari insieme al gruppo della Vinson, cosa che certamente crea nervosismo in Corea del Nord e Cina (ed anche in Corea del Sud), dato che questi Paesi condannano l’intenzione dell’attuale governo giapponese di rimilitarizzare il Giappone. Inoltre, le voci riguardo al fatto che la forza speciale SEAL Team 6, responsabile dell’uccisione di Osama bin Laden, abbia partecipato alle esercitazioni congiunte e si sia esercitata per “eliminare” Kim si sono diffuse rapidamente sui media conservatori negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Per Haass, Hill e altri, queste esercitazioni militari congiunte devono rimare fuori da tutti i tavoli di negoziato con il Nord. «Quanto può essere efficace un’alleanza militare senza contatti frequenti, integrazione continua e preparazione aggiornata?», si domanda Hill. Ma se la dimostrazione schiacciante della forza dei giochi di guerra serve a provocare la Corea del Nord, piuttosto che a dissuaderla, forse gli Stati Uniti dovrebbero considerare la proposta di un loro ridimensionamento come misura di rafforzamento della fiducia. La riduzione della presenza militare giapponese attorno alla penisola – almeno fino a quando non diventino evidenti una linea di stabilità ed un percorso verso la costruzione della fiducia reciproca – rappresenta un’altra opportunità auspicabile.
Chiudere il Deficit di Sicurezza dell’Asia
Minghao Zhao, uno stratega cinese presso il Charhar Institute di Pechino, ritiene che la questione sia più ampia, descrivendo la “sfiducia strategica” come un problema fondamentale dell’Asia nordorientale. Zhao osserva che «la Cina e la Russia temono che un’alleanza tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud possa rivelarsi equivalente a una mini Nato», e rilanciare nella regione «blocchi di sicurezza» simili a quelli della Guerra Fredda. Egli considera il dispiegamento del Thaad in Corea del Sud, con il Giappone pronto a seguire l’esempio, come il paradigma di questa sfida. Altrettanto preoccupante, in questa prospettiva, è il General Security of Military Information Agreement (Gsomia), siglato nel 2016 dalla Corea del Sud e dal Giappone, un accordo che facilita lo scambio diretto di informazioni sulla Corea del Nord.
Ma la verità è che nessuno dovrebbe realmente temere la creazione di una mini-Nato in Asia orientale, data la profondità e la forza della sfiducia, anche tra i presunti alleati. La presidenza Trump non farà nulla per minimizzare questo. La Corea del Sud ed il Giappone continuano a polemizzare riguardo all’accordo sulle “donne conforto” del 2015, con l’elezione di Moon che forse rilancia la questione – e quindi il rancore bilaterale che lo sfruttamento sessuale delle donne da parte dell’Esercito Giapponese Imperiale ha alimentato fin da quando la Corea del Sud è diventata una vera democrazia negli anni ottanta. Per il Giappone e la Corea del Sud, il Gsomia era semplicemente un espediente politico, inteso sia a difendersi contro la Dprk, sia a soddisfare il loro comune alleato, gli Stati Uniti, che, con Obama, avevano spinto i due nemici storici a riconciliarsi. Se la Corea del Nord abbassasse la temperatura del suo programma nucleare, le ragioni per il Gsomia si indebolirebbero.
Il comportamento incoerente, contraddittorio e impulsivo di Trump potrebbe essere il principale ostacolo alla costruzione di rapporti di fiducia in Asia nordorientale. Se gli Stati Uniti continuassero ad apparire un partner o un interlocutore inaffidabile, sia la Corea del Sud che il Giappone potrebbero iniziare a cercare altre opzioni per sostenere la loro sicurezza, compreso il raggiungimento di accordi con la Cina e la Russia per colmare il vuoto strategico che Trump sembra determinato a creare in Asia orientale.
Per contrastare tutto questo, Anne-Marie Slaughter and Mira Rapp-Hooper del Center for a New American Security offrono una proposta audace: una misura di auto-aiuto che i Paesi dell’Asia orientale possono adottare per proteggersi dalle bizzarrie di una Casa Bianca a guida Trump. In particolare, Slaughter e Rapp-Hooper sostengono che per questi Paesi sia necessaria una «rete di sicurezza regionale che passi da uno schema a stella con al centro gli Usa, a uno a maglia, in cui essi siano connessi tra loro, come lo sono con gli Stati Uniti».
Ciò ha senso, visto che l’alternativa sarebbe probabilmente un ampliamento del deficit di fiducia – e quindi un crescente rischio di sicurezza – nella regione. La dipendenza dall’attuale amministrazione statunitense per un intervento efficace è improbabile che dia dei frutti. Trump non ha una strategia per l’Asia, e la sua amministrazione ha troppi posti vacanti per attuarne una. Se le divisioni della regione persistessero, i gamberi potrebbero sfuggire alle balene.
Katharine H.S. Moon è Presidente di Korea Studies e Senior Fellow presso il Center for East Asia Policy Studies presso la Brookings Institution.
Copyright: Project Syndicate, 2017.