Piano casa, stretta anti furbetti. Dati al Fisco e stop ai benefici
di Giuseppe Latour e Giovanni Parente
di Roberto Da Rin
3' di lettura
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Questa non è una leggenda: alcuni popoli indigeni della regione Amazzonica, tra cui gli Yanomami, quando si ammalano in forma grave, si affidano totalmente al “soffio umido” della foresta. È l’unica “terapia di guarigione”. La terra della foresta possiede Wixia, un “soffio vitale”, che è molto lungo. Quello degli esseri umani è corto: viviamo e moriamo velocemente. Se non viene disboscata la foresta non muore. Non si decompone.
Nello splendido libro “Lo spirito della foresta” di Bruce Albert, antropologo, e Davi Kopenawa, sciamano, edito da Nottetempo, si raccontano storie magnifiche, (non) fantastiche, che svincolano l’ecologia dalle scienze naturali e l’economia dalle scienze sociali. E si integrano in una forma-pensiero che mette fine alla divisione tra natura e cultura. Se non si prendono decisioni radicali, arriveremo inesorabilmente a quello che è stato definito il “punto di non ritorno”. È quello che indica «il passaggio in cui il bioma forestale può diventare savana in conseguenza di azione antropica». Ovvero, il primo passo verso la desertificazione dell’Amazzonia.
Una completa incomunicabilità. I bianchi, secondo gli sciamani dell’Amazzonia, si ostinano a distruggere la foresta «facendo finta di volerla difendere con leggi che tracciano su utupa siki (carta, ndr) di alberi abbattuti». Se invece ascoltassero gli xapiri, gli spiriti della foresta, saprebbero tutelarla. Le parole di Davi Kopenawa descrivono un mondo magico, ma paradossalmente pragmatico, di chi abita l’Amazzonia da sempre, «di chi non ha mai distrutto chi dà da vivere».
Poche settimane fa si sono tenuti a Belem, in Brasile, i Dialogos Amazonicos, un mini summit che accoglie tutti i Paesi del Sud America (Brasile, Bolivia, Perù, Equador, Colombia, Venezuela, Guiana, Surinam) che ospitano porzioni più o meno estese di foresta tropicale umida. L’obiettivo è quello di promuovere gestioni condivise e scegliere posizioni concordate da proporre nelle sedi internazionali. Adottare provvedimenti immediati e drastici. Ecco, questo è il primo punto su cui si dividono i catastrofisti e i possibilisti.
Eppure, anche nel Brasile lontano dall’Amazzonia, vi sono ecologisti ed economisti che sanno entrare in sintonia ed empatia con gli indigeni, avanzando proposte concrete che dovrebbero spalancare orizzonti inesplorati: la monetizzazione. Uno dei paper di Mauro Mantica, economista che vive a San Paolo, rilancia le opportunità economico-produttive dell’Amazzonia, una foresta che ospita 39 miliardi di alberi di 16mila specie diverse.