Intervista

Emergency a Gaza: tra raid residui, tempesta Byron e crisi umanitaria senza fine

Il capo missione Francesco Sacchi racconta l’impatto di freddo e pioggia sulla vita del milione e 300mila gazawi accampati nella striscia tra tende e edifici pericolanti

di Valentina Furlanetto

Un palestinese attraversa una pozzanghera mentre passa davanti agli edifici distrutti durante le operazioni aeree e di terra israeliane a Gaza City (Foto AP/Abdel Kareem Hana)      Stampa associata/Lapresse Solo Italia e Spagna

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«Due giorni fa un razzo è caduto su un edificio a qualche centinaio di metri dalla nostra abitazione. I raid sono meno, ma ci sono ancora. E oltre ai missili ci sono il freddo e la tempesta Byron». Francesco Sacchi ha 34 anni, è ingegnere civile ed è il capo missione di Emergency a Gaza.

Dove si trova e qual è la situazione?

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Mi trovo a Deir Al Balah, nel sud della Striscia di Gaza. In questo momento [pomeriggio di venerdi 12 dicembre n.d.a] non piove, ma diluviava fino a ieri sera e le previsioni dicono che ricomincerà lunedì. La situazione è difficile. Di sera fa freddo, il passaggio della tempesta Byron ha provocato l’allagamento delle tende e il crollo di alcuni edifici che erano già instabili, perché danneggiati dagli attacchi israeliani. L’80% degli edifici della Striscia è distrutto. Molte persone vivono in case e palazzi pericolanti, magari con il cartone o sacchi di fortuna al posto del vetro alle finestre. L’Onu calcola che un milione 300 mila persone a Gaza viva in situazione precaria.

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Dopo la tregua i gazawi che erano stati evacuati ed erano stati costretti ad andarsene dalle loro case sono tornati nelle loro città di origine?

Durante la tregua di gennaio 2025 Al Mawasy, dove c’è la clinica di Emergency, si era svuotata di profughi, erano tornati tutti a Gaza City. Invece ora pochissimi se ne sono andati. Perché non si fidano più e non sanno dove tornare. E’ pieno di gente che dorme in spiaggia, a pochi metri dal mare e quando piove e il mare si ingrossa è un disastro. Le persone scavano canali di scolo, tentano di fermare l’acqua con i sacchi, ma è inutile.

E gli aiuti entrano? Avete visto un cambiamento dopo la tregua?

Sicuramente c’è stato un aumento nelle forniture di carburante e alimenti. Ma sono forniture commerciali, che riforniscono i mercati, quindi solo chi ha il denaro per acquistare questi beni ha tratto un beneficio. Il problema è che pure il denaro non c’è, le banconote sono rovinate. Vengono riprate a mano, c’è chi ne ha fatto una professione.

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E gli aiuti umanitari?

Quelli invece non sono aumentati. Nè le derrate umanitarie, né il materiale scolastico. Sono 650 mila i bambini di Gaza che non possono andare a scuola perché non hanno libri e quaderni. Altre cose che non arrivano sono le tende o il materiale per costruire dei rifugi, il materiale per ospedali, gli articoli per l’igiene. E anche le forniture di farmaci. Mancano paracetamolo, antibiotici, farmaci per ipertensione.

Ci sono ancora bombardamenti?

Meno di prima, chiaramente. Ma non si sono completamente fermati. Due giorni fa un razzo è caduto su un edificio a qualche centinaio di metri dalla nostra abitazione, in zona bianca, non in zona gialla, quindi in una area teoricamente non sottoposta ad attacchi.

Nella vostra clinica di Emergency sono diminuiti gli accessi di pazienti al giorno?

No, sono sempre 250 circa gli accessi ogni giorno. Sono aumentate le patologie legate alla pioggia e all’inquinamento delle acque, come la gastroenterite e l’epatite A.

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