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L’algoritmo dell’accoglienza: ecco come l’AI sta riscrivendo l’hospitality

Secondo una ricerca condotta dall’ Iulm l’adozione non è omogenea e per ora si concentra sull’operatività

di Gianni Rusconi

(AdobeStock)

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L’intelligenza artificiale non è più un tema da convegno futuribile per il settore l’hospitality: la tecnologia è già entrata nei processi operativi di gran parte delle strutture ricettive ma lo ha fatto in modo disomogeneo, spesso tattico, raramente strategico. È questa, in estrema sintesi, la fotografia scattata dalla ricerca presentata dall’Università Iulm e frutto di un’indagine condotta tra aprile e luglio 2025 su un campione di 864 imprese italiane del settore.

Focus sull’AI generativa per le attività operative

Il dato più evidente è probabilmente quello legata alla diffusione degli strumenti di AI, utilizzati almeno in un caso dall’83% delle strutture; fra quelle che ancora non ne impiegano, il 40% prevede di farlo entro i prossimi tre anni. L’adozione è quindi trasversale ma in modo particolare presente in realtà come agriturismi e B&B, a conferma della tendenza che vede le strutture di piccole dimensioni avere ormai accesso a soluzioni digitali a basso costo e di immediata implementazione. Ma come viene sfruttata la capacità di algoritmi e chatbot? L’uso, come conferma lo studio, resta per ora concentrato su applicazioni operative e in modo specifico contemplano tool di AI generativa per la produzione e la traduzione di testi, la gestione delle comunicazioni con i clienti, le risposte alle recensioni online e la creazione di contenuti di marketing digitale.

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Circa la metà delle strutture attive dichiara un impiego quotidiano o settimanale di questi strumenti, mentre più limitato è il ricorso a sistemi predittivi per l’analisi della domanda, dei prezzi e della concorrenza e ancora meno diffuso l’impiego di soluzioni personalizzate di raccomandazione. L’intervento della tecnologia è dunque concentrato sui processi di front office, sales & marketing, revenue management e direzionali ma non sostituisce il decisore umano: ne automatizza semmai le attività ripetitive e lo supporta nell’analisi dei risultati. Nella sostanza, si legge ancora nel rapporto, l’AI è una leva di efficienza più che un motore di trasformazione del modello di business. Non a caso, il 63% degli intervistati lo giudica assente o marginale l’impatto percepito sulle performance mentre gli effetti più rilevanti riguardano l’aumento dell’efficienza (il 24% lo valuta elevato o molto elevato), il miglioramento della soddisfazione del cliente e della reputazione online (19%) e l’ottimizzazione del pricing (15%).

Il potenziale inespresso e la sfida delle competenze

Il potenziale dell’AI, come testimoniano in modo evidente i dati raccolti dallo Iulm, è elevato ma ancora lontano da una piena maturità, anche in ragione di una componente di “governance” ancora debole. Il 68% delle strutture non dispone infatti di figure dedicate all’AI e l’impiego degli strumenti è lasciato

all’iniziativa dei dipendenti, con un ricorso prevalente (oltre il 90%) a soluzioni standard, molto economiche (o addirittura gratuite) e pronte all’uso. Solo l’11% delle aziende dichiara di avere una policy specifica sull’AI e appena il 12% investe in percorsi di formazione dedicati. Alla mancanza di competenze e regole fa da contralto un livello di soddisfazione per questa tecnologia mediamente elevata (soprattutto per le soluzioni ad hoc) ma è altrettanto palese che le criticità non mancano, dai timori legati al trattamento dei dati all’affidabilità dei sistemi per arrivare al rischio di compromettere la relazione con il cliente in caso di uso non governato di chatbot e sistemi automatizzati.

Come sottolinea Manuela De Carlo, responsabile scientifica della ricerca e Direttore del Dipartimento di Business, Diritto, Economia e Consumi di Iulm, «il cambiamento è già in atto ma esiste un potenziale ancora inespresso nell’impiego di strumenti di analisi avanzata a supporto delle strategie di impresa. Per cogliere questo vantaggio – ha aggiunto - le aziende dell’hospitality dovranno investire in competenze dedicate, rafforzare la governance della tecnologia e definire policy in grado di guidare un’integrazione consapevole tra tecnologia e relazione umana». Un’integrazione che dovrà essere coerente ed efficiente all’insegna di dati, prezzi dinamici e personalizzazione dell’esperienza.

L’analisi di Iet: la tecnologia come amplificazione dell’umano

L’impatto dell’AI sul mondo dell’hospitality va dunque ben oltre l’aspetto puramente tecnologico, chiamando in causa la formazione di nuove professionalità e la ricerca del giusto equilibrio tra innovazione e nuove aspettative dei viaggiatori. Un tema, quest’ultimo, che alla recente Bit di Milano, ha trovato spazio di discussione grazie a Iet, Istituto Europeo del Turismo, in occasione di un confronto da cui è emerso un messaggio molto chiaro: il nodo non è la sostituzione dell’uomo con la tecnologia, ma la ridefinizione dei ruoli. «L’intelligenza artificiale - ha spiegato Simona Sabato, direttore generale di Iet - deve essere concepita come un’amplificazione dell’umano. Tanto più riusciamo ad automatizzare ciò che è automatizzabile, tanto più tempo possiamo dedicare alla cura autentica del cliente».

L’algoritmo non sostituisce l’accoglienza

L’accoglienza resta dunque un fatto umano, sottolinea ancora la manager, con la tecnologia ad aiutarci a renderla più efficace e consapevole: la nuova frontiera dell’hospitality si gioca sull’uso intelligente dei dati provenienti dai sistemi gestionali, sull’adozione di modelli di dynamic pricing e di forecasting, sull’automazione di specifiche fasi del “guest journey” e sull’analisi della reputazione online. Non meno rilevanti, secondo Iet, sono infine gli aspetti etici e normativi, altri due fattori che spingono la formazione al ruolo cruciale di ponte tra strumenti innovativi, visione strategica e cultura del servizio. In un turismo sempre più digitale e interconnesso, in cui l’AI e gli agenti intelligenti saranno sempre più presenti e pervasivi, la vera sfida per gli operatori non è

sicuramente quella di fare la corsa per adottare nuovi strumenti tecnologici, bensì quella di comprenderne il senso e integrarli in un modello di ospitalità che mantenga al centro l’esperienza del viaggiatore e la relazione umana. L’algoritmo, insomma, non sostituisce l’accoglienza, la ridefinisce.

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