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«L’AI negli smartphone? Avrà un impatto come quello di Internet 30 anni fa»

Parla Carlo Barlocco, un veterano del settore dell’elettronica di consumo e attualmente Executive Director & General Manager di Motorola Italia

di Gianni Rusconi

(AdobeStock)

6' di lettura

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Quando nel 2014 Google ha venduto Motorola a Lenovo per oltre 2,9 miliardi di dollari (dopo averla pagata oltre 12 miliardi soltanto tre anni prima), in pochi probabilmente credevano a un futuro roseo per lo storico produttore di telefonini americano, appesantito da perdite milionarie a trimestre. Gli anni successivi, in effetti, non sono stati certo scintillanti per Motorola, soprattutto in un mercato – come quello italiano – dove da 15 anni a questa parte altri produttori cinesi (prima Huawei, poi Xiaomi e vari altri) hanno ingaggiato battaglia per contendere lo scettro di “best vendor” a Samsung ed Apple. Oggi, invece, il marchio che a cavallo degli anni 2000 rivaleggiava nell’Olimpo della telefonia mobile con Nokia e Blackberry è tornato a giocare un ruolo da protagonista nelle classifiche di vendita (secondo i dati Canalys, l’azienda è arrivata nel nostro Paese sul terzo gradino del podio nel secondo trimestre considerando i dati di “sell in”, con una quota del 12%) e mette sul tavolo indici di crescita scoppiettanti al cospetto di un segmento che vive una prolungata fase di rallentamento. Motorola, insomma, ha riconquistato una parte della sua passata popolarità (è il terzo player Android a volume) puntando su una clientela giovane e su prodotti di fascia media (in particolare sotto la soglia dei 300 euro a listino, dove si colloca la famiglia moto g) e cavalcando l’obiettivo di spostare il “product mix” verso fasce di prezzo più alte (le serie Edge e Razr). A dare una grossa mano al piano di rilancio e sviluppo in Europa e in Italia avviato da Lenovo dieci anni fa ci ha pensato, a partire dal 2019, Carlo Barlocco, un veterano di questo settore e attualmente Executive Director & General Manager della società in Italia. Ecco le sue impressioni relative a un comparto destinato a cambiare ancora una volta faccia con l’arrivo dell’intelligenza artificiale a bordo dei telefoni

Proviamo a scattare due istantanee sul mercato degli smartphone oggi e fra tre anni: che immagine vediamo?

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A cambiare la prospettiva sarà l’arrivo dell’intelligenza artificiale “vera”, quella generativa per semplificare il concetto. E non quella che stiamo utilizzando ora, che può essere considerata un’estensione, un miglioramento o se vogliamo un’automazione evoluta di alcune funzioni già esistenti. Lo scenario

cambierà sostanzialmente quando lo smartphone inizierà realmente a pensare, a essere propositivo sulla base di quelle che sono le nostre abitudini e preferenze, imparando da noi. Sono convinto che l’intelligenza artificiale avrà un impatto come quello che ha avuto Internet 30 anni fa, perché trasformerà completamente il modo di usare l’apparecchio, la gestualità, i comandi attraverso i quali interagire con esso. Non saremo più noi a chiedere qualcosa al telefono ma sarà l’intelligenza di molte sue applicazioni ad anticipare le nostre necessità, suggerendoci contenuti, notizie, contatti. E nello stesso modo cambieranno le modalità con le quali utilizzeremo altri dispositivi smart, come i pc o i televisori. Siamo nella fase iniziale del percorso dell’intelligenza artificiale a bordo degli smartphone, e lo dimostrano le proiezioni di IDC, secondo cui gli AI phone arriveranno entro fine 2024 a una quota del 18% del mercato totale.

Per i produttori questo passaggio cosa comporta?

Cambiano molte cose, a cominciare dall’ingegnerizzazione dell’hardware dei dispositivi. I processori e le memorie, per esempio, devono assicurare prestazioni di gran lunga superiori per garantire un’esperienza d’uso che sia in linea con le aspettative dei consumatori. E nondimeno vanno ripensate le interfacce e la dotazione delle funzionalità software alimentate dall’AI.

L’utente medio riconoscerà questo salto in avanti prestazionale? E sarà disposto a pagarne il prezzo?

È presumibile che il prezzo medio degli smartphone dotati di intelligenza artificiale possa salire, proprio perché l’AI disponibile oggi su mobile non è ancora così impattante per il consumatore. Lo scatto ci sarà quando l’utente, grazie all’intelligenza artificiale, avrà un’esperienza unica e difficilmente sostituibile, totalmente diversa rispetto al passato. Porto l’esempio della tecnologia 5G: non è considerata dalla maggior parte degli utenti un vero valore aggiunto, perché con un apparecchio 4G si coprono le principali esigenze d’uso e non c’è ragione di pagare questo upgrade. Chi si aspettava di recuperare il costo degli investimenti per le nuove reti sui prezzi degli smartphone e sulle tariffe dei servizi non ci è riuscito, non avendo dato al consumatore una motivazione percepibile per spendere di più. Grazie all’AI generativa, invece, vi saranno attività che lo smartphone e il pc svolgeranno in automatico. Quanto ai costi dello sviluppo e della gestione dell’AI, al momento lo stanno assorbendo aziende come Google a Microsoft e non sappiamo ancora come le nuove funzioni, indipendentemente dal numero di utenti che le useranno, andranno ad impattare sul prezzo finale del device.

Con il pallino della Gen AI in mano alle BigTech americane, i produttori cinesi potrebbero esserne penalizzati in chiave mercato?

Difficile dirlo ma non credo possa succedere se guardiamo lo scenario possibile a livello globale e non solo al mondo occidentale, che sta diventando sempre più piccolo. Se ci fermiamo all’Italia e all’Europa, la risposta è probabilmente sì, perché il consumatore cercherà l’AI più adatta ed equilibrata per le sue esigenze. Ma questa tecnologia è liquida e dall’altra parte del mondo le aspettative degli utenti sono diverse, anche per quanto riguarda i contenuti. Eppoi il mercato asiatico è molto grande, è fatto di nazioni - come Cina, Russia e India - che costituiscono una buona fetta della popolazione globale e che non hanno preclusioni verso i vendor cinesi.

Cambiamo fronte: un vendor che offre a catalogo sia smartphone che pc abilitati all’AI avrà qualche vantaggio sugli altri? Sarà un fattore decisivo per disegnare il mercato in futuro?

A mio avviso sì, perché per un’azienda, Pmi comprese, e per l’IT manager in modo particolare, diventa sempre più importante poter disporre di una soluzione omogenea ed affidabile che va a comporre la componente di infrastruttura. Nel nostro caso mettiamo in campo quanto abbiamo ereditato dall’acquisizione della divisione pc di IBM, che era il vendor tecnologico business per eccellenza. Lenovo ha saputo valorizzare quella credibilità, per certi aspetti migliorandola, ed oggi è riconosciuta come prima scelta dal mercato enterprise, mentre in ambito mobile la maggioranza dell’utenza professionale lavora su Android e in questa direzione Motorola sta lavorando bene. Diverso, invece, è l’approccio del consumatore privato, che è meno sensibile all’opportunità di avere in mano dispositivi di un unico vendor e guarda ad altre caratteristiche distintive del device come il design, i materiali o anche i colori.

Ha ancora senso parlare dello smartphone perfetto?

Se dovessimo pensare al prodotto perfetto per le esigenze di un utente medio, lo smartphone della fascia di prezzo dei 399 euro risponde a questo requisito, perché garantisce caratteristiche tecniche e funzionali che coprono quasi interamente le reali necessità dei consumatori. Penso per esempio alla fotocamera integrata nella nostra linea Edge 50, che lavora con un ottimo sensore Sony che garantisce scatti di qualità anche in condizioni di luminosità non ideali, e al fatto che solo un professionista della fotografia sa valorizzare pienamente un obiettivo da 100 Megapixel su un telefono. E lo stesso discorso vale per lo spazio di memoria, meno importante rispetto al passato perché quasi tutti usano il cloud per archiviare i propri contenuti, e per gli schermi, dove c’è sì differenza fra modello e modello ma è molto frequente che a bordo vi sia un display a tecnologia Oled. E anche l’AI, oggi, non è un fattore distintivo perché tutto il mondo Android può disporre di Gemini. Detto questo, come dicevo prima, siamo secondo me ancora lontani da quello che sarà la vera e propria intelligenza artificiale generativa, quella che cambierà radicalmente il rapporto fra dispositivo e utente, creando un nuovo paradigma a livello di user experience.

Un’ultima domanda: cosa è rimasto della “vecchia” Motorola, della Motorola dello StarTac, in quella di oggi?

Parliamo intanto di un’azienda che è stata un pioniere nell’ambito delle telecomunicazioni mobili, con un know-how enorme, che abbiamo ereditato senza probabilmente essere riusciti a metterlo completamente a terra, sebbene abbiamo dimostrato di saper fare innovazione di prodotto. Della “vecchia” Motorola rimangono ancora alcune figure ma il vero plus di quella di oggi, che è parte integrante di Lenovo, è proprio il fatto di appartenere a un Gruppo che ha saputo dare continuità al processo di innovazione, anche a livello culturale e organizzativo. È successo per i pc di IBM e la stessa cosa l’abbiamo replicata nei telefoni, nonostante l’intermezzo della proprietà di Google ci abbia oggettivamente rallentato e tenuto per un certo periodo fuori dal mercato, perché si era data priorità allo sviluppo di Android e non a quello degli apparecchi. Siamo però ripartiti, continente per continente, in modo lento ma progressivo, facendo leva sulla fusione di due mondi, quello di Motorola e quello di Lenovo, uno con un’anima fortemente consumer e l’altro con un’identità spiccatamente business. Ed è nata un’azienda nuova, molto diversa dalla precedente, la Motorola di Lenovo.

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