L’AI interroga l’astrofisica sulle traiettorie della ricerca
Mai nelle storia sono arrivati così tanti dati dallo Spazio. Gli studiosi discutono su come usare l’intelligenza artificiale
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Nasa da anni ha satelliti che osservano la Luna con altissima precisione, producendo una massa di dati che è oramai sconfinata.
Chiedilo al Sole
Il satellite Lro, Lunar Reconnaisance Orbiter, operativo dal 2009 attorno alla Luna, ha una risoluzione che può arrivare a 0,5 metri per pixel, permettendo quindi di vedere massi, crateri minori; misura anche le altezze relative delle singole regioni inquadrate, con una precisione in verticale di 10 centimetri.
Ha prodotto ben oltre un petabyte di dati scientifici e il suo archivio omogeneo sembra proprio perfetto per provare l’applicazione dell’AI all’astrofisica planetaria. Per questo, Nasa e Ibm hanno sviluppato insieme un modello di intelligenza artificiale open source.
Lo scopo è di aiutare tecnici e ricercatori a mappare crateri, individuare strutture vulcaniche e studiare le aree polari, dove potrebbe trovarsi ghiaccio d’acqua. L’altro obiettivo è capire se siamo già in grado di usare la AI, se non per effettuare nuove scoperte, almeno per ridurre tempi, costi e lavoro ripetitivo dei ricercatori.
Il più importante telescopio del mondo
Occorre dire che, nel caso di Lro, i dati sono tutti omogenei. Nel caso del più importante telescopio spaziale oggi in operazione, James Webb Space Telescope (Jwst), vengono generati mediamente fino a una sessantina di gigabyte di dati scientifici al giorno, ossia dell’ordine di 20 terabyte l’anno. Dall’altra parte il nuovissimo Vera Rubin Observatory, che funziona grazie alla più grande camera fotografica esistente, con una risoluzione di 3.200 megapixel, cioè 3,2 miliardi di pixel, genera circa 20 Terabyte a notte — grosso modo 5 Petabyte (Pb) l’anno — e nel decennio il telescopio dell’Osservatorio Rubin produrrà da 60 Pb di immagini grezze, fino a 500, Pb considerando tutti i dati elaborati.





