L’addio degli Stati Uniti all’Oms e le conseguenze globali: rischi e la partita Usa-Cina
Le conseguenze sull’Agenzia Onu. Con il taglio dei fondi degli Stati Uniti l’Organismo di Ginevra dovrà rivedere programmi e priorità. In bilico l’obiettivo di salvare 40 milioni di vite entro il 2028
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Dal 20 gennaio scorso, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato tra i primissimi atti l'ordine esecutivo di uscita del suo Paese dall'Organizzazione mondiale della sanità, all'Oms si naviga a vista. Nella speranza – non vana - che il tycoon possa ripensarci, come ha fatto intendere tra le righe appena un paio di giorni dopo essersene andato sbattendo la porta con un secco “j'accuse”: il suo Paese avrebbe “pagato” fin troppo dal 1948 a oggi per la salute globale e, peggio, avrebbe contribuito ben più del gigante cinese. Con una firma a favore delle telecamere che liquidava 77 anni di collaborazione, Trump ha messo all'indice l'Oms per «la cattiva gestione della pandemia e di altre crisi globali, per il suo fallimento nell'adozione di riforme urgenti e per l'inadeguatezza nel mostrarsi indipendente da inopportune politiche di influenza da parte degli Stati membri». Ma intanto, ha attaccato, l'organizzazione «continua a chiedere onerose e sproporzionate contribuzioni agli Stati Uniti mentre la Cina, popolata da 1,4 miliardi di persone pari al 300% in più degli Usa, versa un contributo inferiore di circa il 90% al nostro». Una sproporzione da cui gli Usa uscirebbero «defraudati». Da qui la scelta di mollare gli ormeggi e non solo: ai suoi Trump ha chiesto subito di «identificare partners internazionali credibili e trasparenti per portare avanti le attività prima svolte dall'Oms» e di «rivedere e sostituire appena possibile» la Strategia di sicurezza sanitaria globale del 2024.
In bilico gli equilibri della salute globale
Scelte radicali – se le minacce saranno mantenute - analoghe a quelle compiute sul fronte dei dazi e dell'espulsione dei migranti, che nel caso dell'addio all'Oms – sempre che sia effettivo – scombinano gli equilibri della salute globale. E denotano che la guerra fredda tra superpotenze economiche si gioca anche sullo scacchiere del contrasto a virus e batteri. Non a caso la Cina si è candidata al volo: «Il ruolo dell'Oms va rafforzato e non indebolito» ha subito ammonito il portavoce della diplomazia Guo Jiakun, aggiungendo che «la Cina, come ha sempre fatto, sosterrà l'Oms nel compimento delle sue missioni» per promuovere «la salute dell'umanità». E la salute degli statunitensi? Restare fuori dall'Organizzazione comporterà la perdita dell'ombrello sanitario mondiale. Sempre che Trump non faccia un passo indietro, magari dopo aver ottenuto una revisione profonda dell'Organizzazione.
L'effetto sull'Oms
Allo stato dei fatti, intanto, gli Usa lasceranno ufficialmente l'Oms il 22 gennaio 2026, tra un anno come previsto dal trattato di ingresso. E allora ci si prepara al peggio, anche nel timore di un effetto domino che porti altri Paesi a sganciarsi. Immediata la stretta impressa dal direttore generale, il medico etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus: taglio ai costi e aumento dell'efficienza sono le parole-chiave insieme a revisione degli obiettivi, blocco delle assunzioni, stop ai viaggi e perfino alla sostituzione di apparecchiature. Un efficientamento che era già stato avviato e che ora conoscerà un ulteriore e deciso giro di vite.
Ma sono gocce nel mare: gli Stati Uniti sono da sempre il principale supporter, contribuendo a oltre il 15% dell'intero finanziamento – 1,3 miliardi di dollari nel biennio 2022-2023 e 958 milioni preventivati per il 2024-2025 su un budget Oms complessivo di 6,5-6,8 miliardi di dollari - e mettendo a disposizione uffici, banche dati e ricercatori. E tantissime risorse, articolate in una miriade di progetti – 180 i contratti di ricerca Oms sostenuti dagli Usa solo in Europa – e programmi-chiave. Come «The United States President's Emergency Plan for Aids Relief» (Pepfar), una bandiera della lotta contro l'Hiv-Aids da cui ha salvato 26 milioni di vite. ggi ne sta curando oltre 20 milioni, di cui 566mila bambini sotto i 15 anni. La buona notizia – e qui forse si intravede una schiarita – è che dopo la sollecitazione dell'Oms a non abbandonare questo impegno cruciale, sull'Aids è arrivata la marcia indietro: la deroga appena decisa dagli Usa prevede la continuazione o la ripresa dell'assistenza umanitaria salvavita. L'auspicio è che così si proceda anche su altri temi strategici e intanto per arginare l'effetto-shock il segretario generale Onu Antonio Guterres ha chiesto agli Usa di procrastinare l'uscita dall'Oms quantomeno di tre mesi.
Le conseguenze su fondi e programmi
Se sarà confermata, la scelta di Trump cambierà i connotati del 14° Programma generale di lavoro dell'Oms (2025-2028), che preventiva un totale di 11,13 miliardi di dollari. Un impegno pensato per supportare la base dei progetti dell'Organizzazione con le risorse in arrivo dai due flussi tradizionali di finanziamento: i contributi “obbligatori” degli Stati membri (quote stabilite sulla base del Pil) da cui ci si attenderebbero 4 miliardi di dollari, e i contributi “volontari” - di Stati o di soggetti privati come la Gates Foundation e l'Alleanza contro i vaccini Gavi (secondo e terzo finanziatore) - che dovrebbero fruttare 7,1 di miliardi di dollari. A fine 2024 la raccolta fondi del primo round di investimento era giunta nominalmente – ultima tappa il G20 di novembre in Brasile – a 3,8 miliardi impegnati sulla carta (53% dei 7,1 miliardi attesi). Ma anche prima della “exit” di Trump, la strada si preannunciava in salita: con la fine della pandemia i contributi volontari degli Usa si erano quasi dimezzati da 739 milioni di dollari del 2022 a 368 milioni del 2023, con un crollo complessivo di 911 milioni di dollari nei versamenti da parte di tutti i 194 Stati membri.

