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L’addio degli Stati Uniti all’Oms e le conseguenze globali: rischi e la partita Usa-Cina

Le conseguenze sull’Agenzia Onu. Con il taglio dei fondi degli Stati Uniti l’Organismo di Ginevra dovrà rivedere programmi e priorità. In bilico l’obiettivo di salvare 40 milioni di vite entro il 2028

di Barbara Gobbi

A Ugandan doctor prepares to vaccinate the contact of a patient who had tested positive, during the launch of the vaccination for the Sudan strain of Ebola virus with a trial vaccine at the Mulago Guest House (Isolation centre) in Kampala, Uganda February 3, 2025. REUTERS/Abubaker Lubowa

6' di lettura

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Dal 20 gennaio scorso, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato tra i primissimi atti l'ordine esecutivo di uscita del suo Paese dall'Organizzazione mondiale della sanità, all'Oms si naviga a vista. Nella speranza – non vana - che il tycoon possa ripensarci, come ha fatto intendere tra le righe appena un paio di giorni dopo essersene andato sbattendo la porta con un secco “j'accuse”: il suo Paese avrebbe “pagato” fin troppo dal 1948 a oggi per la salute globale e, peggio, avrebbe contribuito ben più del gigante cinese. Con una firma a favore delle telecamere che liquidava 77 anni di collaborazione, Trump ha messo all'indice l'Oms per «la cattiva gestione della pandemia e di altre crisi globali, per il suo fallimento nell'adozione di riforme urgenti e per l'inadeguatezza nel mostrarsi indipendente da inopportune politiche di influenza da parte degli Stati membri». Ma intanto, ha attaccato, l'organizzazione «continua a chiedere onerose e sproporzionate contribuzioni agli Stati Uniti mentre la Cina, popolata da 1,4 miliardi di persone pari al 300% in più degli Usa, versa un contributo inferiore di circa il 90% al nostro». Una sproporzione da cui gli Usa uscirebbero «defraudati». Da qui la scelta di mollare gli ormeggi e non solo: ai suoi Trump ha chiesto subito di «identificare partners internazionali credibili e trasparenti per portare avanti le attività prima svolte dall'Oms» e di «rivedere e sostituire appena possibile» la Strategia di sicurezza sanitaria globale del 2024.

In bilico gli equilibri della salute globale

Scelte radicali – se le minacce saranno mantenute - analoghe a quelle compiute sul fronte dei dazi e dell'espulsione dei migranti, che nel caso dell'addio all'Oms – sempre che sia effettivo – scombinano gli equilibri della salute globale. E denotano che la guerra fredda tra superpotenze economiche si gioca anche sullo scacchiere del contrasto a virus e batteri. Non a caso la Cina si è candidata al volo: «Il ruolo dell'Oms va rafforzato e non indebolito» ha subito ammonito il portavoce della diplomazia Guo Jiakun, aggiungendo che «la Cina, come ha sempre fatto, sosterrà l'Oms nel compimento delle sue missioni» per promuovere «la salute dell'umanità». E la salute degli statunitensi? Restare fuori dall'Organizzazione comporterà la perdita dell'ombrello sanitario mondiale. Sempre che Trump non faccia un passo indietro, magari dopo aver ottenuto una revisione profonda dell'Organizzazione.

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L'effetto sull'Oms

Allo stato dei fatti, intanto, gli Usa lasceranno ufficialmente l'Oms il 22 gennaio 2026, tra un anno come previsto dal trattato di ingresso. E allora ci si prepara al peggio, anche nel timore di un effetto domino che porti altri Paesi a sganciarsi. Immediata la stretta impressa dal direttore generale, il medico etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus: taglio ai costi e aumento dell'efficienza sono le parole-chiave insieme a revisione degli obiettivi, blocco delle assunzioni, stop ai viaggi e perfino alla sostituzione di apparecchiature. Un efficientamento che era già stato avviato e che ora conoscerà un ulteriore e deciso giro di vite.

Ma sono gocce nel mare: gli Stati Uniti sono da sempre il principale supporter, contribuendo a oltre il 15% dell'intero finanziamento – 1,3 miliardi di dollari nel biennio 2022-2023 e 958 milioni preventivati per il 2024-2025 su un budget Oms complessivo di 6,5-6,8 miliardi di dollari - e mettendo a disposizione uffici, banche dati e ricercatori. E tantissime risorse, articolate in una miriade di progetti – 180 i contratti di ricerca Oms sostenuti dagli Usa solo in Europa – e programmi-chiave. Come «The United States President's Emergency Plan for Aids Relief» (Pepfar), una bandiera della lotta contro l'Hiv-Aids da cui ha salvato 26 milioni di vite. ggi ne sta curando oltre 20 milioni, di cui 566mila bambini sotto i 15 anni. La buona notizia – e qui forse si intravede una schiarita – è che dopo la sollecitazione dell'Oms a non abbandonare questo impegno cruciale, sull'Aids è arrivata la marcia indietro: la deroga appena decisa dagli Usa prevede la continuazione o la ripresa dell'assistenza umanitaria salvavita. L'auspicio è che così si proceda anche su altri temi strategici e intanto per arginare l'effetto-shock il segretario generale Onu Antonio Guterres ha chiesto agli Usa di procrastinare l'uscita dall'Oms quantomeno di tre mesi.

Le conseguenze su fondi e programmi

Se sarà confermata, la scelta di Trump cambierà i connotati del 14° Programma generale di lavoro dell'Oms (2025-2028), che preventiva un totale di 11,13 miliardi di dollari. Un impegno pensato per supportare la base dei progetti dell'Organizzazione con le risorse in arrivo dai due flussi tradizionali di finanziamento: i contributi “obbligatori” degli Stati membri (quote stabilite sulla base del Pil) da cui ci si attenderebbero 4 miliardi di dollari, e i contributi “volontari” - di Stati o di soggetti privati come la Gates Foundation e l'Alleanza contro i vaccini Gavi (secondo e terzo finanziatore) - che dovrebbero fruttare 7,1 di miliardi di dollari. A fine 2024 la raccolta fondi del primo round di investimento era giunta nominalmente – ultima tappa il G20 di novembre in Brasile – a 3,8 miliardi impegnati sulla carta (53% dei 7,1 miliardi attesi). Ma anche prima della “exit” di Trump, la strada si preannunciava in salita: con la fine della pandemia i contributi volontari degli Usa si erano quasi dimezzati da 739 milioni di dollari del 2022 a 368 milioni del 2023, con un crollo complessivo di 911 milioni di dollari nei versamenti da parte di tutti i 194 Stati membri.

Traballa l'obiettivo di salvare 40 milioni di vite

La decisione degli Stati Uniti è insomma arrivata in una fase di raffreddamento degli entusiasmi verso l'agenzia mondiale per la salute – tacciata di scarsa trasparenza e farraginosità, di eccessivi condizionamenti politici e di sbilanciamento verso interessi di donatori privati - e anche per questo il Dg Oms aveva “rilanciato” con l'ambizioso Programma generale di lavoro mirato a espandere i donatori. Con un mantra: salvare altri 40 milioni di vite nei prossimi anni. E una promessa: modificare il modello di finanziamento così da renderlo più prevedibile, flessibile e resiliente. Sette le priorità: aumentare il numero di vaccini consegnati, fornire accesso ai servizi sanitari a oltre 150 milioni di persone in trenta Paesi, portare elettricità da pannelli solari in 10mila ospedali, sostenere 55 Paesi nella formazione e arruolamento di 3,2 milioni di operatori sanitari, supportare 84 Stati nel raggiungere l'eliminazione della malaria e la trasmissione dell'Hiv da madre a figlio, potenziare l'accesso ai dati sanitari e pre qualificare 400 prodotti sanitari ogni anno.

Partnership da riscrivere

Accanto a questa piattaforma ruota tutta una serie di iniziative che vedono l'Oms promotrice o co-protagonsita, dal Fondo centrale di risposta alle emergenze (Cerf) per l'assistenza umanitaria nelle aree di crisi al Fondo per le pandemie, la partnership lanciata nel 2022 e alimentata da 27 tra Stati e organismi filantropici e ospitata dalla Banca mondiale, con l'Oms in un ruolo tecnico. Dalla sua istituzione ha assegnato sovvenzioni per 885 milioni di dollari mobilitando ulteriori 6 miliardi per investimenti in prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie in 75 Paesi. In questo contesto e in moltissimi altri scenari gli Stati Uniti hanno giocato il ruolo di “forte sostenitore della sicurezza globale”, come sottolineano dall'Oms. L'organizzazione – che disponeva di ben 68 centri di collaborazione ospitati negli Usa - nel suo portale si dichiara «grata a tutte le istituzioni del Governo degli Stati Uniti d'America che contribuiscono con finanziamenti e competenze». Fino alla brusca interruzione imposta da Trump, la collaborazione era strategica: Usa e Oms avevano di recente esteso al 2028 l'Agenda per la sicurezza sanitaria globale a sostegno del Regolamento sanitario internazionale, mirato a sostenere cento Paesi. Da marzo 2024 Gli Stati Uniti stavano contribuendo con 22 milioni di dollari al contrasto del “vaiolo delle scimmie” nella Repubblica Democratica del Congo e in altri cinque Paesi africani: area che ora resterà senza vaccini. E ancora: in Ruanda l'impegno contro la malattia di Marburg e sempre in Africa, da anni, il contrasto della terribile ebola. E proprio l'Africa – dove attraverso la Food and Drug Administration il Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Usa sostiene l'African Vaccine Regulatory Forum - è tra le aree del mondo dove l'effetto Trump sarà più drammatico se non si troverà un nuovo “benefattore”. Magari proprio la Cina di Xi Jinping, già profondamente penetrata nell'economia del continente.

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Il ricalcolo delle priorità

Sono giornate frenetiche per l'Organizzazione mondiale della sanità: il tam-tam diramato dalla sede centrale di Ginevra sul nuovo corso che occorrerà tracciare attraversa i sei uffici regionali, i 150 nazionali e gli altri distaccamenti dell'Oms in tutto il mondo. Ripensare progetti e meccanismi di finanziamento è la priorità e di questo si è parlato nelle riunioni che tra il 29 e il 31 gennaio hanno preparato l'Executive Board in calendario dal 3 all'11 febbraio prossimi. A loro volta, i 34 Paesi che ne fanno parte prepareranno la piattaforma per l'Assemblea mondiale di maggio. All'ordine del giorno c'è la riscrittura delle priorità di salute globale, proprio ora che il rischio di una nuova pandemia sembra più concreto.

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