Guerra commerciale

L’80% di iPhone per gli Usa sono prodotti in Cina: perché Trump ha escluso il tech dai dazi

Il silenzio di questi giorni di Tim Cook, Mark Zuckerberg e altri leader del settore tecnologico, mentre le loro aziende perdevano migliaia di miliardi in Borsa, scrive Wired, «è stato al tempo stesso assordante e strategico»

Iphone 16 esposti in un Apple Store nel quartiere Jing’an di Shanghai il 10 aprile 2025 (Photo by Hector RETAMAL / AFP)

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«Che fine hanno fatto i CEO delle grandi aziende tecnologiche in tema di dazi?» titolava l’edizione americana di Wired, e la risposta è arrivata poche ora dopo: Trump ha escluso smartphone, pc e compenenti chip dai dazi, anche nei confronti della Cina.

Il silenzio di questi giorni di Tim Cook, Mark Zuckerberg e altri leader del settore tecnologico, mentre le loro aziende perdevano migliaia di miliardi in Borsa, continuava Wired, «è stato al tempo stesso assordante e strategico».

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Il loro lavoro dietro le quinte probabilmente è stato decisivo per il dietrofront. D’altronde, dati di Counterpoint, circa l’80% degli iPhone destinati alla vendita negli Stati Uniti sono realizzati in Cina e questo fa comprendere la rilevanza della decisione di Donald Trump di esentare smartphone, computer e altri dispositivi elettronici dai dazi doganali reciproci, inclusi quelli del 125% imposti sulle importazioni cinesi.

«Penso che alla fine i Ceo delle grandi aziende tecnologiche abbiano parlato a voce alta e la Casa Bianca abbia dovuto comprendere e ascoltare la situazione, sarebbe stato un Armageddon», ha dichiarato a Cnbc Dan Ives, responsabile globale della ricerca tecnologica di Wedbush Securities. Il dietroftont di Trump arriva dunque in seguito alle preoccupazioni che il prezzo dei gadget salisse alle stelle, con riverberi anche in Europa, poiché molti di questi dispositivi e i loro componenti sono prodotti in Cina.

«Per i produttori di hardware americani nel breve termine sarebbe complesso cambiare filiere di fornitura: i costi di sostituzione sono molto elevati», spiega all’ANSA Andrea Rangone, docente ordinario di Digital Business Innovation alla School of Management del Politecnico di Milano, co-fondatore degli Osservatori Digital Innovation.

«Nel medio-lungo termine - aggiunge l’esperto - le aziende americane potrebbero cercare fornitori in altre parti del mondo provando a internalizzare la produzione per quanto sostenibile dal punto di vista dei costi. Ma questo processo, lungo e complesso, indebolirebbe certamente l’industria tecnologica americana dell’hardware».

Insieme ad altri colossi degli smartphone come Samsung, negli ultimi anni Apple ha cercato di diversificare le proprie catene di approvvigionamento per evitare un’eccessiva dipendenza dalla Cina. India e Vietnam si sono rivelati i principali candidati per ulteriori centri di produzione. Con l’entrata in vigore dei dazi, Apple avrebbe cercato di accelerare e aumentare la produzione di dispositivi prodotti in India. Sempre secondo l’analisi di Counterpoint Research riportata da Bbc, attualmente il 20% degli iPhone è prodotto in India.

«I dazi - sottolinea più in generale Rangone - potrebbero rivelarsi un cigno nero che stravolge l’economia mondiale con una differenza sostanziale rispetto al Covid: sono frutto di una decisione politica di Trump e della sua squadra. Mentre la pandemia è stata un fenomeno totalmente esogeno, non controllabile se non nella capacità di porre rimedio con vaccini e politiche sanitarie, in questo caso è legato a una decisione umana e in quanto tale reversibile. È possibile attendersi importanti cambiamenti e marce indietro nei prossimi mesi», conclude.

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