Gus Van Sant

«Kiritsis è il primo eroe di un reality thriller finanziario. Io temo i debiti e li pago subito»

Il regista indipendente racconta l’ultimo film, «Dead Man’s wire», su un vero sequestro, avvenuto negli anni 70 negli Usa, con le trattative che avvennero in diretta tv

di Cristina Battocletti

Gus Van Sant. L’esordio nel 1985 con Mala noche su due immigrati clandestini messicani, ma è Drugstore Cowboy (1989), storia di tossicodipendenza e di piccoli traffici illegali, a lanciarlo nel firmamento dei “migliori”. Tra i suoi capolavori Belli e dannati, Will Hunting - Genio ribelle, Elephant, Paranoid Park e Milk (Getty Images)

6' di lettura

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Sospira tentando di trattenere l’aria per non essere scortese Gus Van Sant e volge ogni tanto gli occhi impazienti al cielo. La proverbiale timidezza e ritrosia dell’ex ragazzo ribelle del cinema americano, nato a Louisville nel 1952, non è una posa. I capelli, oramai grigi, portati sempre con la riga in parte da bravo ragazzo, la camicia nera a maniche corte con tenui rilievi orientaleggianti, Van Sant aspetta tamburellando le dita sul dorso delle mani il patibolo cui si deve sottoporre per pubblicizzare il suo ultimo notevolissimo film, Dead man’s wire, che potrebbe tradursi Il filo metallico dell’uomo morto, nei cinema il prossimo anno.

Proiettato Fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, sarebbe potuto stare benissimo in gara, perché, tratto da una storia vera, è un tesissimo film psicologico, d’azione e thriller, con cui Van Sant torna ai vecchi allori dopo l’andamento cinematograficamente altalenante degli ultimi anni.

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Dead man’s wire racconta il primo caso di spettacolarizzazione televisiva di un evento di cronaca. Siamo nel 1977, a Indianapolis, e l’ex agente immobiliare Tony Kiritsis, ritenendo di essere stato truffato dalla sua banca, si arma di un fucile a canne mozze e rapisce il figlio del proprietario dell’istituto di credito, la Meridian Mortgage Company. Lo tiene agganciato con un filo di ferro stretto al collo come un cappio e collegato al grilletto, in modo da impedirgli mosse false. Kiritsis ama essere ripreso e dialogare con i media, diventando involontariamente il primo protagonista di un reality show. Le trattative, trasmesse in diretta tv, hanno tenuto con il fiato sospeso gli americani per 63 ore.

Kiritsis è diventato un eroe in bene e in male. Esiste una foto famosissima della “strana coppia” (reperibile su Internet) che fece vincere

al freelance John H. Blair il Pulitzer per il miglior scatto di cronaca.

«Un anno fa uno dei produttori mi consegna la sceneggiatura del film. Non sapevo nulla di questa vicenda, nonostante fosse stato un evento di cronaca famosissimo. Non ho idea del perché me lo sia perso. Così, quando mi ci sono immerso con lo sguardo vergine l’ho trovato subito intrigante. Mentre leggevo la sceneggiatura sul computer, accanto ad alcune parole trovavo i collegamenti ai siti in cui vi erano le immagini reali dell’episodio descritto nella scena. Non solo, c’erano anche i filmati, potevi sentire la voce di Tony che parla al telefono con la polizia e vederlo mentre attraversa la città, camminando per strada con il povero ostaggio

al cappio. Abbiamo avuto a disposizione un archivio enorme su cui lavorare: i notiziari,

le dirette televisive, i giornali, le radio. Abbiamo avuto il privilegio di andare in profondità non solo sugli aspetti della scrittura, ma anche sui costumi, la fotografia. Le prime immagini sono state filmate con le videocamere dell’epoca per poi adattarle a quelle contemporanee». Obbligatorio citare, per la coerenza e la raffinatezza nel lavoro, la fotografia di Arnaud Potier, la scenografia di Stefan Dechant e i costumi di Peggy Schnitzer.

Nel film Tony Kiritsis è un nervoso e vibrante Bill Skarsgård, che con questa interpretazione fa onore al padre Stellan, uno degli attori svedesi più conosciuti (tra i suoi film anche Mamma mia!). Il sequestrato è Dacre Montgomery, mentre il padre, proprietario e presidente della banca, M. L. Hall, è Al Pacino, uomo tutto d’un pezzo all’american way, così risoluto e cinico da diventare grottesco. Tutti attori all’altezza di una brillante sceneggiatura, forgiata dal trentaduenne Austin Kolodney.

Van Sant ama e guarda con compassione i margini della società su cui si sofferma, con la capacità di individuare e “allevare” una stirpe di attori di razza da Keanu Reeves a River Phoenix, da Matt Damon a Ben Affleck. E con sodalizi importanti con Robin Williams e Sean Penn, che grazie a lui conquistarono l’Oscar come migliori interpreti.

Il suo stile minimalista, in ossequio a un rigore estetico nato dall’amore per la pittura e la fotografia, si è espresso in film di rottura e sperimentali. Per questa sua cifra di autore indipendente, che non disdegna qualche incursione “laica” nel mondo delle major, a Venezia gli è stato consegnato il premio Campari Passion for Film Award, nato per celebrare i talenti del mondo del cinema che incarnano carattere, dedizione e visione artistica audace, già ricevuto, tra gli altri, da Luca Bigazzi e Paola Comencini. Anche lì indossava la stessa camicia dell’intervista, camuffata da una giacca nera e un fiore bianco e frastagliato nel taschino, come un crisantemo.

Il riconoscimento arriva nel quarantennale del suo esordio cinematografico, nel 1985, con Mala noche su due immigrati clandestini messicani. È, però, Drugstore Cowboy (1989), storia di tossicodipendenza e di piccoli traffici illegali, a lanciarlo nel firmamento dei “migliori”. Nel cast riesce a coinvolgere anche lo scrittore William S. Burroughs, che veste i panni di un sacerdote drogato. Con lui nel 1991 Van Sant realizzerà il cortometraggio sperimentale Thanksgiving Prayer.

Sulla scia del disagio e della ribellione adolescenziale gira Belli e dannati (1991), ambientato, come le precedenti pellicole, a Portland, dove ha vissuto per trent’anni e dove ha affinato il suo credo artistico. Will Hunting - Genio ribelle, un grande successo con qualche statuetta e molte nomination agli Oscar, è, invece, ambientato a Boston. Poi, si ispira alla strage di Columbine per gli studenti assassini di Elephant (2002), Palma d’oro a Cannes. Con Paranoid Park entra nel mondo degli skater con uno sguardo tenero e tagliente nello stesso tempo, mentre Milk (2008) è la ricostruzione del lungo cammino per i diritti gay, altra traccia molto forte del suo cinema.

Tony Kiritsis è un caso ancora diverso.

«Era un imprenditore arrabbiato. Voleva diventare un immobiliarista, dare vita allo sviluppo immobiliare in una zona ancora non costruita per fare soldi. A Portland io stesso sono finito a vivere in un contesto dove stavano costruendo una nuova parte della città. La mia casa era circondata da cantieri che avanzavano molto velocemente. L’obiettivo era la speculazione. Ed è in questo tipo di affare in cui voleva riuscire Tony. Si è buttato negli affari da americano medio, confidando di avere successo, ma sbagliando. I costi per sostenere operazioni del genere sono ingenti. È molto difficile, prima di costruire, avere il budget per farlo. Tony si è iper indebitato e il suo debito si è ingigantito. In quella situazione diventa assai complicato ripianare i debiti, pagare le rate del mutuo quando stanno per scadere. Così è rimasto intrappolato in tutti questi vincoli finanziari.

Era furioso e non voleva arrendersi senza combattere».

Tony Kiritsis durante il sequestro ha chiesto cinque milioni di dollari, l’immunità e soprattutto scuse personali da parte di M. L. Hall.

La perizia psichiatrica ha delineato il profilo di uno psicotico, che ha agito in “stato di delirante paranoia”. Finito in un ospedale psichiatrico, ne è uscito nell’88, morendo poi nel 2005 per cause naturali.

Durante le trattative Kiritsis era convinto che la sua popolarità potesse essere un salvacondotto per l’impunità. Questo è un tipo di eroismo che ha molta presa sul pubblico. Alla fine del film, quando la Meridian fallisce, il pubblico in sala esulta e scoppia un applauso.

Ride finalmente Gus Van Sant per il paradosso. «Sono sorpreso che la gente si entusiasmi per questo passaggio, perché se cercavano di salire sulla barricata di Tony la sceneggiatura offriva molti altri spunti. In verità, anche se nel film non se ne fa menzione, la banca era in difficoltà anche prima del crack finale. Credo che il pubblico esulti perché si mette nei panni di Tony. Molta gente, in verità, avverte questo senso di strangolamento quando deve pagare il mutuo».

È mai successo a Gus Van Sant di sentirsi sotto pressione per i debiti? «Beh, anzitutto, io non cerco di arricchirmi con lo sviluppo immobiliare. Ma penso che portare avanti il progetto di un film sia simile al real estate. È come cercare di comprare una proprietà: hai necessità di finanziamenti, che mi spaventano molto. Pago le rate il più velocemente possibile, anche se so che non è una cosa furba, perché il debito costa poco rispetto all’investimento. Ma è più forte di me, è una mia inclinazione naturale disfarmi dei debiti. Ma capisco la pressione che ha provato Tony ed è il motivo per cui non voglio accendere finanziamenti».

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