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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo oradal nostro corrispondente Alberto Magnani
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NAIROBI - Il miliardario nigeriano Aliko Dangote ama il pragmatismo nei rapporti diplomatici e finanziari. Soprattutto quando si sovrappongono. Il suo gruppo ha annunciato nei giorni scorsi l’intenzione di cedere ai governi dell’Africa orientale una quota del 30% della maxi-raffineria prossima alla costruzione a Lamu, una struttura da 17 miliardi di dollari (quasi) gemella di quella avviata a Lagos nel 2024. I governi di Rwanda e Kenya sono già pronti ad accaparrarsene una quota, coesistendo nell’azionariato della struttura. I rapporti non sono sempre così agevoli.
Prima e durante l’ultima offerta di Dangote, la raffineria è diventata il casus belli di un conflitto tanto indiretto quanto evidente fra Kenya e Tanzania: il lancio di due raffinerie e hub energetici sulle rispettive coste, con investimenti simili nei volumi e negli obiettivi di medio termine. L’ultima tappa di una rivalità che risale agli anni della decolonizzazione e ha appena trovato un nuovo sbocco nella corsa al ruolo di polo d’elezione nell’Africa orientale.
Il Kenya può contare sulla prospettiva della “sua” raffineria di Lamu: un colosso che dovrebbe costare 17 miliardi di dollari e lavorare al ritmo dei 700mila barili, uno scenario elogiato dal governo di William Ruto e contestato da organizzazioni e attivisti locali per il disastro ambientale atteso su un gioiello della costa swahili. La Tanzania ha replicato a inizio agosto con un disegno che sembra competere apertamente con le aspirazioni di Lamu: un memorandum of understanding siglato insieme al governo ugandese e al big del trading energetico Vitol Barhain per un molosso ancora più ambizioso. Il progetto tanzano-ugandese verte su un hub da 20 miliardi di dollari sul porto di Tanga, districato su una filiera che include la stessa attività di raffinazione, immagazzinamento, logistica e distribuzione nella stessa Africa orientale che fa da sfondo all’impianto rivale di Lamu.
Il tempismo dell’annuncio potrebbe già suonare come una replica all’accelerazione keniota. Lo diventa ancora più se si considerano i retroscena sulla stessa Tanga, oggetto e culla della contesa sfociata nel contro-annuncio tanzano. In origine la raffineria di Dangote sarebbe dovuta sorgere proprio nel porto tanzano di Tanga, predestinato a hub regionale da Uganda, Kenya e Tanzania: uno sviluppo ulteriore dopo pilastri già avviati su entrambi i lati della barricata come l’East African Crude Oil Pipeline o il Lappset, rispettivamente un oledotto da oltre 1.400 chilometri fra i giacimenti ugandesi e il porto di Tanga e una infrastruttura logistica ed energetica fra Lamu, Etiopia e un Sud Sudan seduto su un bacino di 3,5 miliardi di barili di petrolio di riserve stimate.
La convergenza si è incrinata con uno scontro diplomatico, esploso quando lo stesso Ruto ha anticipato la scelta di Tanga e irritato la leader tanzana Samia Hussan per la mancata consultazione sul suo territorio. Il gelo diplomatico si è irrigidito ancora di più dopo che la scelta della Dangote Group è transitata da Tanga a Lamu, sancendo una sorta di sorpasso del Kenya e salvando lo stesso Ruto dalle polemiche sull’atteggiamento «preferenziale» che gli veniva contestato per la scelta di Tanga a scapito di porti kenioti come Mombasa (poi comunque sorpassata da Lamu).