Il caso

Kanye West, divieto di ingresso nel Regno Unito dopo polemiche su antisemitismo

L’esclusione arriva dopo settimane di polemiche politiche, proteste delle comunità ebraiche e il ritiro di sponsor dal Wireless Festival, dove il rapper era atteso come headliner

 Il rapper statunitense Kanye West partecipa al Vanity Fair Oscar Party 2020 dopo la 92ª cerimonia degli Academy Awards, a Beverly Hills, California, USA, il 9 febbraio 2020  EPA

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Il Regno Unito ha bloccato l’ingresso di Kanye West, impedendogli di partecipare al Wireless Festival di Londra, dove era atteso come headliner dal 10 al 12 luglio a Finsbury Park. La decisione, riportata dalla Bbc e confermata da fonti governative britanniche, è arrivata dopo una revisione del visto e alla luce delle polemiche legate alle sue dichiarazioni antisemite e razziste degli ultimi anni. Il primo ministro britannico Keir Starmer aveva definito la partecipazione dell’artista “profondamente preoccupante”.

La vicenda nasce dall’annuncio della presenza di West – noto anche come Ye – come protagonista per tre serate consecutive del festival, evento da circa 50.000 spettatori al giorno. Le critiche si sono concentrate su una serie di episodi recenti: dalla pubblicazione del brano “Heil Hitler” alla vendita di magliette con svastiche lo scorso anno, fino ad alcune dichiarazioni in cui il rapper aveva affermato di “amare i nazisti”. Nonostante successive scuse pubbliche, in cui aveva negato di essere antisemita e attribuito parte del proprio comportamento a episodi maniacali legati al disturbo bipolare, le polemiche non si sono attenuate.

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Alle parole di Starmer si sono aggiunte le pressioni del Partito Conservatore. Lo Shadow Home Secretary Chris Philp (il responsabile dell’Interno nel governo ombra dell’opposizione - in questo caso i tory - che ha il compito di controllare e criticare l’operato del ministro dell’Interno in carica) ha parlato di “un modello di condotta che ha causato reale offesa e sofferenza alle comunità ebraiche”. La ministra dell’Istruzione Bridget Phillipson ha definito le dichiarazioni del rapper “completamente inaccettabili e disgustose”, ribadendo che “non c’è spazio per odio, bigottismo o antisemitismo”.

Le reazioni sono arrivate anche da istituzioni locali e società civile. Il sindaco di Londra Sadiq Khan e diverse organizzazioni ebraiche hanno contestato la partecipazione dell’artista, mentre il Board of Deputies of British Jews ha accusato gli organizzatori di “trarre profitto dal razzismo”, invitando il governo a intervenire e richiamando precedenti restrizioni adottate da altri Paesi.

Nel frattempo, le conseguenze economiche per il festival sono state immediate. Sponsor di primo piano come Pepsi e Diageo hanno ritirato il proprio sostegno, seguiti da PayPal, che ha deciso di non associare più il proprio marchio all’evento.

A difendere la scelta iniziale è stato invece l’organizzatore Melvin Benn, amministratore delegato di Festival Republic (controllata di Live Nation), che aveva invitato a concedere all’artista “un po’ di perdono”. Pur definendo “abiette” le sue precedenti dichiarazioni, Benn aveva sostenuto che il festival non avrebbe offerto “una piattaforma per promuovere alcuna opinione” e che West avesse diritto a esibirsi.

Lo stesso rapper aveva tentato una linea di ricomposizione. In alcune dichiarazioni a Variety, aveva affermato di voler “affrontare la situazione” e portare a Londra “uno spettacolo all’insegna del cambiamento, con unità, pace e amore”. Si era inoltre detto disponibile a incontrare rappresentanti della comunità ebraica britannica “per ascoltare”, riconoscendo che “le parole non bastano” e che il cambiamento deve essere dimostrato “attraverso le azioni”.

Nonostante questi tentativi, la pressione politica, sociale ed economica ha portato alla decisione finale del governo britannico.

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