Economia e finanza

Kamala, Donald e gli altri: perché negli Usa la moda è una questione molto politica

Verso le elezioni. Look strategici

di Marta Casadei

La candidata democratica Kamala Harris. (Mandel NGAN / AFP)

4' di lettura

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Le perle che comunicano autorevolezza, la camicia con il collo Lavallière che evoca autonomia e indipendenza, il «tan suit» che ricorda i look anticonformisti dell’inquilino più rivoluzionario che il 1600 di Pennsylvania Avenue abbia mai avuto, almeno fino a oggi: Barack Obama, il primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti.

Il legame con l’estetica - un concetto che ovviamente va ben oltre lo stile - è qualcosa che da sempre caratterizza la politica, perché influenza il giudizio degli elettori. In un’epoca in cui regna la sovraesposizione mediatica amplificata dai social, le scelte di stile della candidata alle presidenziali Usa (che pare si affidi alla stylist newyorkese Leslie Fremar) veicolano messaggi precisi e studiati. Così come quelle del candidato repubblicano, Donald Trump.

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Sfida tra look istituzionali e capi working class

Già quattro anni fa, l’8 novembre 2020, quando da Wilmington, Delaware, pronunciava il suo primo discorso da vicepresidente (la prima donna nella storia), sottolineando che proteggere la democrazia richiede uno sforzo, Kamala Harris raccontava anche attraverso i suoi abiti di un “tetto di cristallo” che era stato rotto: era fasciata in un tailleur pantalone bianco, storicamente un colore simbolo delle suffragette nonché quello dell’abito indossato da Shirley Chisholm, la prima donna afroamericana eletta al Congresso, e al collo sfoggiava il primo di molti “pussy bow”, il fiocco Lavallière, associato all’idea di donne che, fin dal Settecento, cercano di “riprendersi lo spazio” in una società di stampo patriarcale.

Dall’altro lato, invece, Donald Trump - che ha fatto proprio del completo e della cravatta la propria uniforme fin dagli anni Ottanta - durante le campagne elettorali ha indossato gilet catarifrangenti da operaio, grembiuli da addetto alla friggitrice da McDonald’s, elmetti da pompiere, ma sempre in abbinata al completo scuro e alla cravatta rossa. Un messaggio “al contrario”: quello dell’imprenditore che si immerge - o cerca di immergersi - ella realtà dei suoi elettori, immedesimandosi in uno di loro (restando però sempre se stesso: la camicia bianca, infatti, non viene mai abbandonata, nemmeno sotto il grembiule).

Da Kamala Harris a Michelle Obama, le scelte di stile che hanno fatto politica

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Tornando ai look della vice presidente Usa, il cosiddetto pussy bow sembra essere una costante anche nella campagna alla presidenza: è tornato anche il 10 settembre, in occasione del primo faccia a faccia televisivo con Donald Trump, dove Harris sfoggiava però un cosiddetto power suit (un abito “del potere”, cioè un completo giacca e pantalone di taglio prettamente maschile) nero. Del power suit Kamala Harris ha sempre fatto uno dei propri tratti distintivi (come le già menzionate perle) anche negli ultimi momenti della campagna elettorale dove spesso ha optato per un look completamente blu, colore simbolo dei democratici.

Se le scelte estetiche parlano chiaro come spesso accade nel caso delle personalità pubbliche, che studiano a tavolino ogni look insieme a team specializzati, Harris in campagna elettorale si è proposta come una donna delle istituzioni (è pur sempre la seconda carica dello Stato), autorevole, ma in quanto donna e figlia di immigrati ha scelto di mettere l’accento sul suo essere di per sé una figura “rivoluzionaria”. Ecco un altro esempio: a fine settembre 2024 la candidata democratica ha presenziato alla cena di gala del Phoenix Award che la Congressional Black Caucus (Cbc) Foundation conferisce ogni anno a personaggi che hanno dato un contributo significativo alla società statunitense. In quell’occasione Harris - ex membro Cbc - ha indossato un abito da sera nero, in paillettes, firmato da LaQuan Smith, stilista afroamericano nato nel Queens e cresciuto con la nonna, che nell’ultimo decennio si è imposto a livello internazionale con le sue collezioni «manufactured in Long Island City». E quindi rigorosamente made in Usa.

La politica Usa sostiene i talenti americani

Il fatto che Harris abbia fatto la scelta di cui sopra - sostenere un talento afroamericano che produce in America - di fronte a una platea di potenziali elettori, è la fotografia perfetta del legame a triplo filo che negli Usa sussiste tra politica e moda, forse più che in altri Paesi (sicuramente più che in Italia, nda). Lo dimostrano le generose raccolte fondi organizzate da Anna Wintour, direttrice di Vogue America, per i candidati democratici. Wintour, sempre a settembre, sfilava per le strade di New York sventolando una bandierina a stelle e strisce. Con al collo una sciarpa firmata da Thom Browne per la collezione «Designers for democracy», che ha visto 16 creativi lavorare a una collezione a supporto di Harris (come già accaduto per Biden nel 2020).

Non è tutto: le scelte di moda più politiche sono senza dubbio quelle fatte da Michelle Obama, nel corso dei due mandati del marito Barack alla Casa Bianca. E non solo. Michelle Obama ha scelto (al netto di una passione per Moschino) fin dal giorno dell’insediamento di sostenere una nuova generazione di creativi americani, come quello di Jason Wu - «quel vestito evocava la metamorfosi da sogno della mia famiglia», ha scritto nella sua autobiografia «Becoming» - indossato per il Neighborhood Ball. La ex first lady continua a promuovere i giovani talenti della moda americana attraverso i suoi look: alla Convention democratica di Chicago 2024 ha indossato un tailleur di Monse, duo newyorkese formato da Laura Kim e Fernando Garcia. Il messaggio è chiaro e puntuale: le istituzioni sostengono un’industria importante.

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