Extraprofitti bancari

Ius variandi a senso unico: con rendite di posizione per le banche e senza tutele per i clienti

Gli istituti di credito disattendono il sollecito di Banca d’Italia a rivedere tassi e spese in favore dei correntisti. E intanto i profitti corrono

di Adriano Melchiori

4' di lettura

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Dalle semestrali in chiusura è attesa la conferma che la corsa dei profitti bancari non si è ancora fermata. I risultati record del 2023 fanno da cornice: utili netti di sistema a 32,7 miliardi (+132% sul 2021) spinti da margini finanziari schizzati in due anni da 38,4 a 62,1 miliardi e da rettifiche su crediti crollate a 6,3 miliardi dai 38,1 del 2013.

Ad alzare l’asticella e le aspettative sui profitti 2024, oltre alle dichiarazioni di alcuni esponenti bancari, sono state le trimestrali di marzo dei maggiori gruppi (circa l’80% del settore) che hanno chiuso con utili complessivi di 8 miliardi e margine denaro di 13. Successivamente, in attesa dei tagli della Bce avviati a giugno con un timido quarto di punto, i dati dei primi 5 mesi del 2024 (pubblicati da Banca d’Italia e Abi) hanno confermato l’elevato differenziale dei tassi medi clientela (anch’esso da record): 355 punti base, contro una media di 332 dello scorso anno. Da spread clientela e rendimento dell’attivo al 4,16% (3,78% nel 2023) emergerebbe un aumento annuale di 2,3 miliardi del margine finanziario sulla raccolta da famiglie e imprese residenti: 2.042 miliardi al 31 maggio - su depositi, Pct e obbligazioni - remunerati mediamente all’1,26%, contro un tasso dei prestiti (1.276 miliardi) arroccato sul massimo di 4,81%.

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Correntisti penalizzati

Ad aprile le giacenze sui conti correnti superavano i 1.300 miliardi e il 64% della raccolta. Si tratta di raccolta a vista che, in base alla distribuzione indicata nell’ultimo bilancio, le maggiori banche destinano per il 10% a coprire i finanziamenti clientela a vista e per il 62% quelli a scadenza, investendo poi il rimanente 28% in titoli di Stato e altri impieghi. In teoria, il conto corrente non ha la funzione di investimento per i correntisti. Ma, in realtà, come visto, ce l’ha per le banche.

Tuttavia, la remunerazione delle giacenze sui conti è ferma allo 0,57% (contro il 2,49% della raccolta in essere a scadenza). In dettaglio, il tasso è dello 0,38% sui conti delle famiglie (contraenti deboli) e dell’1,02% per le imprese. Prima del lungo periodo dei tassi azzerati o negativi, negli anni dal 2000 al 2008 i tassi medi sui c/c erano per le famiglie all’1,02% (con mesi all’1,77%) e per le imprese all’1,69% (fino al 3,10%). In quegli anni, la remunerazione dei c/c corrispondeva al 50% (famiglie) e all’83% (imprese) del tasso ufficiale Bce sui depositi overnight.

Dopo i tassi negativi, dal luglio 2022 all’aprile scorso lo stesso rapporto si è ridotto a un quinto, fermandosi rispettivamente all’8% e al 18% del tasso Bce, a comprova del persistente ritardo delle banche nel riprezzare la raccolta in essere. E se è vero che le banche italiane non hanno mai applicato tassi negativi sui conti della clientela, va pure considerato che hanno usufruito, fin dal 2014, di finanziamenti agevolati Bce (Tltro), con un guadagno netto compensativo annuale stimato da Banca d’Italia in 3,3 miliardi, equivalente allo 0,22% delle giacenze sui conti correnti.

Tassi e spese da rivedere

In questo scenario, archiviata senza costi la minaccia dell’imposta sugli extraprofitti (le maggiori capogruppo hanno accantonato a riserva 4,6 miliardi anziché versarne 1,8 all’erario), le banche hanno perlopiù disatteso anche il sollecito di Banca d’Italia del 15 febbraio 2023, a rivedere – in senso favorevole a tutti i clienti coinvolti e non solo ad personam - la remunerazione dei depositi in conto corrente e le relative spese, rispettivamente azzerata e aumentate nel lungo periodo dei tassi negativi.

Un sollecito male interpretato dalle banche (in precedenza non auto-obbligatesi al ripristino) come invito a “valutare l’opportunità di rivedere le condizioni” e non come “necessità di ripristinare l’equilibrio effettivo degli impegni (contrattuali) originariamente assunti dall’intermediario e dal cliente”. Banca d’Italia ha segnalato di aver avviato contatti con 13 operatori per approfondire le iniziative adottate o previste. Vedremo con quale esito. Ma, in ogni caso, non basta.

Surplus di tutela

Nel convegno di Banca d’Italia del dicembre scorso (“A 30 anni dal Testo unico bancario”), è stato ricordato come il cliente (specialmente se contraente debole non professionista) sia meritevole di ricevere un surplus di tutela sostanziale al fine di ripristinare una condizione di parità tra i contraenti. Si è accennato anche al dibattito originato dalla comunicazione del febbraio 2023, in merito alla configurabilità di un obbligo per le banche di modificare in melius le condizioni contrattuali, a seguito di mutamenti degli scenari di mercato di segno opposto rispetto a quelli che avevano giustificato la variazione in peius. Come sostenuto da autorevole dottrina, se così non fosse le modifiche unilaterali ex art. 118 Tub devierebbero dalla loro funzione (conservazione dell’originaria convenienza dell’affare) e creerebbero rendite di posizione che arricchirebbero le banche oltre a quanto contrattualmente previsto.

Per garantire la tutela effettiva dei clienti, quindi, parrebbe necessario: a) obbligare la banca alla formale modifica migliorativa quando viene meno il giustificato motivo addotto nella precedente modifica peggiorativa, disponendo altresì l’inefficacia di quest’ultima dal momento della sopravvenienza di segno contrario; b) prevedere la pubblicazione, nell’area trasparenza del sito web della banca, di tutte le modifiche unilaterali comunicate ai clienti ex art. 118 Tub, quale informativa sulla correttezza dei comportamenti post-contrattuali dell’intermediario.

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