Il rapporto della Fondazione Migrantes

Italiani con la valigia: giovani e «nonni baby sitter», in vent’anni 1,64 milioni di espatri

Al netto dei rientri, il saldo negativo è di 817mila cittadini. L’Europa meta principale, la Germania ora supera il Regno Unito. Monsignor Perego (Cei): «Sulla cittadinanza strabismo legislativo»

di Manuela Perrone

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In vent’anni l’Italia ha contato 1,644 milioni di espatriati a fronte di 826mila rimpatri: il saldo testimonia un’emorragia di 817mila cittadini. Al 1° gennaio scorso gli iscritti all’Anagrafe dei residenti all’estero (Aire) sono 6,412 milioni: su cento residenti, 12 vivono fuori dalla penisola. Si parte soprattutto verso l’Europa. E a fare la valigia sono in particolare i giovani tra i 18 e i 34 anni, seguiti dagli under 50. Che, sempre più spesso e sempre più numerosi, partono al seguito dei figli. A fotografare il mondo degli expat, ma più ancora «l’Italia Paese delle mobilità plurime» in una sorta di «atlante dell’ingiustizia spaziale», è la XX edizione del rapporto “Italiani nel mondo” di Fondazione Migrantes, presentato stamattina a Roma con l’introduzione di monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione, e di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, le conclusioni di monsignor Gian Carlo Perego, presidente della commissione permanente per le migrazioni della Cei, e il coordinamento di Delfina Licata.

Italia non Paese di immigrazione, «ma crocevia di movimenti»

In 630 pagine, il volume traccia un bilancio della mobilità degli italiani negli ultimi vent’anni, analizza con dovizia di dati e dettagli i flussi e le presenze dei nostri concittadini all’estero, ospita contributi e riflessioni su alcuni dei fenomeni più interessanti, dal “fare famiglia” fuori dall’Italia alla «geografia del ritorno», fino a uno scavo in profondità su 23 aree di emigrazione, dal Sudamerica alla Tunisia. «Lo scopo del rapporto - mette nero su bianco la curatrice Licata - era superare la disinformazione, far capire che non c’è frase più errata di quella che afferma che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Piuttosto, l’Italia da sempre è Paese di emigrazione e oggi è Paese delle mobilità plurime in entrata e in uscita. Crocevia di movimenti, il Belpaese vede le partenze, i ritorni e le ripartenze di uomini, donne, bambini, anziani, famiglie che vivono da protagonisti l’era delle migrazioni». L’estero è il nuovo ascensore sociale, come aveva già notato l’edizione 2024 del rapporto.

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Stop alla retorica dell’«invasione»

Per Licata, il grande paradosso «è che si è passati dalla disinformazione alla misinformazione»: se la prima diffonde intenzionalmente notizie false o imprecise, la seconda «divulga informazioni ingannevoli in modo inconsapevole», intrappolando il discorso migratorio «in una narrazione riduzionista, in cui prevalgono paure collettive – come l’idea di “invasione” – e rappresentazioni emergenziali che trasformano le persone in problemi da gestire più che in soggetti portatori di diritti e progetti di vita».

Nel 2024 il record negativo del saldo tra partenze e ritorni

Il rapporto distingue la mobilità degli italiani in quattro fasi: più contenuta e bilanciata quella dal 2006 al 2010, decisamente accelerata quella dal 2011 al 2014, un vero e proprio boom dal 2016 al 2019, accompagnato però da un aumento dei ritorni, e infine un assestamento delle partenze e dei ritorni su livelli molto elevati anche durante la pandemia. Fino alla nuova impennata dell’ultimo biennio 2023-2024: nel 2023 gli espatri risalgono (114mila) e i rimpatri calano (61mila), con un saldo pari a -53 mila unità. Nel 2024 l’aumento è di +42mila espatri rispetto al 2023 (+36,5%), mentre i rimpatri scendono (-9mila; -14,3%): il saldo tocca le -103mila unità, record negativo della serie.

L’emigrazione di oggi? «Risposta strutturale a mancanze sistemiche»

La lettura della Fondazione Migrantes rifiuta le interpretazioni semplicistiche, gli slogan come “fuga dei cervelli” o “nuove generazioni globali”: l’emigrazione contemporanea «è in larga parte una risposta strutturale a mancanze sistemiche del Paese. Non partono solo gli spiriti avventurosi, ma anche – e soprattutto – coloro che non trovano in Italia spazio per vivere con dignità». In altre parole, le partenze sono «un sintomo di squilibri profondi, territoriali e strutturali. Dietro ogni provincia che si svuota, c’è una politica pubblica che non ha funzionato; dietro ogni giovane che parte, c’è un sistema educativo, produttivo e sociale che non ha saputo accoglierlo».

Europa baricentro della mobilità italiana

Ma dove vanno gli italiani che lasciano l’Italia? Soprattutto in Europa, che è il «baricentro della mobilità italiana degli ultimi venti anni»: dal 2006 al 2024, poco meno di 1,25 milioni di espatri, ossia il 76% del totale, sono stati verso altri Paesi del Vecchio Continente, da cui proviene anche il 60% dei rimpatri (488mila). L’Unione europea allargata al Regno Unito assorbe da sola quasi la metà delle partenze (46,4%) e oltre un terzo dei rientri (36,8%). Ecco la classifica dei Paesi per espatri: Gran Bretagna (289mila), Germania (248mila), Svizzera (166mila), Francia (162mila) e Spagna (106mila), che da soli raccolgono circa il 59% del totale delle partenze. Anche sul versante dei rientri la graduatoria resta europea: in testa Germania (125mila), Regno Unito (82mila) e Svizzera (69mila). Proprio l’Ue è il cuore dello squilibrio: -459mila, oltre il 56% del saldo totale nel periodo. In altre parole, la gran parte delle uscite (e degli squilibri) dei cittadini italiani avviene dentro lo spazio europeo di libera circolazione, mentre il resto del mondo pesa molto meno.

Stati Uniti e Brasile le principali destinazioni oltreoceano

Il Nord America totalizza 102mila espatri e 54 mila rimpatri (con un saldo pari a -48 mila unità), mentre l’Oceania conta 36mila espatri e 14mila rimpatri (saldo -22mila), flussi significativi, ma lontani per volume e impatto da quelli europei. In Asia lo squilibrio è modesto (65mila partenze e 60mila rientri). Per il continente africano il saldo è positivo, pur su volumi piccoli (complessivamente +16mila). Diverso il discorso per l’America centrale e meridionale, dove i numeri sono alti in entrambe le direzioni (153mila espatri e 157mila rimpatri) e il saldo complessivo è leggermente positivo (+4mila); molto spesso queste traiettorie comprendono quote di nuovi italiani, comunità italodiscendenti molto ampie che ottengono la cittadinanza iure sanguinis. I Paesi destinatari della maggiore quota di espatri oltre l’Atlantico sono Stati Uniti (83mila) e Brasile (80mila).

Le tre Italie da cui si parte

Nel complesso, il saldo nazionale negativo di 817 mila cittadini è composto per circa un quinto dalla Lombardia, per oltre un decimo ciascuno da Veneto e Sicilia e, a seguire, da Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte. Il quadro che emerge dal rapporto è quello di «tre Italie della mobilità»: le regioni “nodo” con flussi significativi in entrambe le direzioni ma saldo negativo (Lombardia in testa), il Nord-Est ad altissima propensione all’uscita e il Mezzogiorno con rientri consistenti ma insufficienti a compensare l’emigrazione.

L’identikit degli italiani iscritti all’Aire: il 48,3% è donna

Dei 6,412 milioni di italiani iscritti all’Aire in crescita costante dal 2006 - più dei 5,42 milioni di stranieri che compongono il mosaico dei 58,93 milioni di residenti in Italia - il 48,3% è ormai donna. La Fondazione Migrantes segnala, infatti, come nel generale clima di aumento, la presenza delle connazionali all’estero cresca a un ritmo più sostenuto degli uomini (dal 2006 +115,9% delle donne rispetto al +98,3% degli uomini). D’altronde, le interviste raccolte in questi anni grazie al rapporto mostrano che «la famiglia italiana riesce a sentirsi all’estero più forte e a vivere più serenamente, più supportata dal legislatore e accompagnata da un welfare più attento alle donne, madri e lavoratrici, ai bambini dalla nascita al completamento del percorso formativo e a volte anche oltre, e al benessere generale del nucleo familiare». Le famiglie fuori dai confini nazionali sono 3,85 milioni.

Una comunità che si allarga: +4,5% nell’ultimo anno

Gli over 65 sono il 20,5% della popolazione Aire, i minorenni il 14,9%; la fetta più numerosa è però costituita dai 35-49enni (23,2%), seguiti dai 18-34enni (22%) e dai 50-64enni (19,6%). Il 47,1% del totale degli italiani presenti nell’Aire è iscritto per la motivazione “espatrio”; il 41,3% è, invece, iscritto per nascita. Una «ventunesima regione» a tutti gli effetti, quella della comunità degli italiani all’estero, che diventa più grande ogni anno che passa. Nell’ultimo anno ci sono state 278mila iscrizioni (+4,5%), quasi 479mila nell’ultimo triennio (+8,1%), oltre il doppio dal 2006 (+106,4%). Il 53,8% degli iscritti all’Aire vive in Europa (oltre 3,4 milioni), il 41,1% in America (oltre 2,6 milioni di cui solo 490mila nell’America del Nord). Le comunità più numerose nel mondo restano quella argentina (990mila) e tedesca (849mila). È dal Sud che proviene il 45,1% degli iscritti ed è la Sicilia la regione con il maggior numero di residenti all’estero (844mila), seguita da Lombardia (690mila) e Veneto (614mila). Anche se nel 2024 sono tutte del Centro-Nord le Regioni che presentano variazioni più alte della media nazionale (+4,5%): Veneto, Lombardia, Toscana 6,6%, Piemonte e Marche, Trentino-Alto Adige, Liguria e Umbria.

I giovani con la valigia e i «nonni baby sitter»

Nel 2024 si è registrata la piena ripresa della mobilità post-pandemia (34mila partenze in più, con 123.376 nuove iscrizioni all’Aire per espatrio): a fare le valigie con ritmi superiori sono in larga misura i giovani tra i 18 e i 34 anni (+47,9% rispetto al 2023) e tra i 35 e i 49 anni (+38,5%). Giovani e giovani adulti, in sostanza, raggiungono il 72,2% (erano il 68,8% l’anno precedente). Ma il rapporto segnala anche il +35,9% di partenze dei cosiddetti “adulti maturi” (13.433 adulti, il 10,9% del totale): molti sono sfuggiti dalla disoccupazione italiana, ma «moltissimi fanno parte dell’universo dei nonni babysitter, quegli italiani, cioè, che si sono trasferiti per essere aiuto e sostegno di figli e nipoti residenti all’estero, soprattutto quando i bambini sono appena nati e non in età scolare, reinventandosi anche nel lavoro». Ci sono poi 800 over 65 in più rispetto al 2023: 5.700 in tutto, il 4,6% del totale, ascrivibili alla cosiddetta «mobilità previdenziale».

Germania prima meta nel 2024, supera il Regno Unito

Il 2024, oltre a segnare il superamento della pandemia che aveva rallentato gli spostamenti, ha anche trasformato la Brexit in un ricordo: dopo diversi anni in cui il Regno Unito è stato saldamente al primo posto come meta degli expat, adesso a guidare la classifica c’è la Germania. Terza, dopo l’Uk, la Spagna, quarta la Svizzera e quinta la Francia. L’Europa al centro dei desideri, dunque (il 73,7% di chi si è iscritto all’Aire per espatrio da gennaio a dicembre 2024 è andato nel Vecchio Continente), anche se non manca l’emigrazione verso i contesti professionali emergenti (Oriente, Singapore, Emirati Arabi, ma anche la Scandinavia). Le prime province di partenza sono Milano, Napoli, Torino, Roma, Treviso, Palermo e Brescia.

Le migrazioni interne: -373mila giovani al Sud in dieci anni

Nell’ultimo decennio, dal 2014 al 2024, il saldo migratorio interno del Mezzogiorno è stato negativo per 511mila unità: 1,098 milioni di meridionali si sono spostati al Centro-Nord, appena 587mila hanno compiuto il tragitto opposto. In quasi la metà dei casi a scappare dal Sud sono stati giovani tra i 20 e i 34 anni, per un altro 21,8% individui tra i 35 e i 49 anni. Nel complesso, il Mezzogiorno ha registrato una perdita netta di circa 373mila giovani. Partenze che «se non rimpiazzate da altrettanti ingressi - osserva il rapporto - costituiscono un fenomeno dalle rilevanti conseguenze, da un punto di vista demografico ma anche sociale ed economico».

Non fuga, ma scelta in cerca di dignità

Lo studio invita a rintracciare il filo comune delle partenze non nella fuga, ma nella scelta di andare alla ricerca di dignità, riconoscimento e mobilità sociale. «Il grande bluff - si legge - non è tra cervelli o braccia, ma nel non riconoscere che tutti sono talenti». Per questo non bastano misure per trattenerli, non basta rimpiangerli: occorrerebbe, per la Fondazione Migrantes, il loro coinvolgimento nella costruzione di nuove visioni collettive efficaci per superare gli squilibri. Perché le disuguaglianze territoriali alimentano «in un circolo vizioso, tanto l’esodo interno quanto quello verso l’estero». E lo spostamento interno è spesso solo l’antipasto prima di emigrare all’estero.

Monsignor Perego: cittadinanza e «strabismo legislativo»

Il rapporto invita a leggere la mobilità come una risorsa da ascoltare e valorizzare, non come una ferita da nascondere. Come una nazione che si ridefinisce nelle reti e nelle comunità transnazionali, e non più solo come un Paese che fugge e ha paura di accogliere. «Questa Italia non può avere come risposta solo il decreto legge del 28 marzo 2025 che ha introdotto modifiche al principio dello ius sanguinis, limitando la cittadinanza automatica a due generazioni di discendenza», ha osservato monsignor Perego. «Al contempo è stato bocciato un referendum sulla riduzione dei tempi della cittadinanza da dieci a cinque anni, anche per il 65% dei bambini nati in Italia da genitori di altre nazionalità e che frequentano le nostre scuole: uno strabismo legislativo».

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