Italiani con la valigia: giovani e «nonni baby sitter», in vent’anni 1,64 milioni di espatri
Al netto dei rientri, il saldo negativo è di 817mila cittadini. L’Europa meta principale, la Germania ora supera il Regno Unito. Monsignor Perego (Cei): «Sulla cittadinanza strabismo legislativo»
8' di lettura
I punti chiave.
- Italia non Paese di immigrazione, «ma crocevia di movimenti»
- Stop alla retorica dell’«invasione»
- Nel 2024 il record negativo del saldo tra partenze e ritorni
- L’emigrazione di oggi? «Risposta strutturale a mancanze sistemiche»
- Europa baricentro della mobilità italiana
- Stati Uniti e Brasile le principali destinazioni oltreoceano
- Le tre Italie da cui si parte
- L’identikit degli italiani iscritti all’Aire: il 48,3% è donna
- Una comunità che si allarga: +4,5% nell’ultimo anno
- I giovani con la valigia e i «nonni baby sitter»
- Germania prima meta nel 2024, supera il Regno Unito
- Le migrazioni interne: -373mila giovani al Sud in dieci anni
- Non fuga, ma scelta in cerca di dignità
- Monsignor Perego: cittadinanza e «strabismo legislativo»
8' di lettura
In vent’anni l’Italia ha contato 1,644 milioni di espatriati a fronte di 826mila rimpatri: il saldo testimonia un’emorragia di 817mila cittadini. Al 1° gennaio scorso gli iscritti all’Anagrafe dei residenti all’estero (Aire) sono 6,412 milioni: su cento residenti, 12 vivono fuori dalla penisola. Si parte soprattutto verso l’Europa. E a fare la valigia sono in particolare i giovani tra i 18 e i 34 anni, seguiti dagli under 50. Che, sempre più spesso e sempre più numerosi, partono al seguito dei figli. A fotografare il mondo degli expat, ma più ancora «l’Italia Paese delle mobilità plurime» in una sorta di «atlante dell’ingiustizia spaziale», è la XX edizione del rapporto “Italiani nel mondo” di Fondazione Migrantes, presentato stamattina a Roma con l’introduzione di monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione, e di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, le conclusioni di monsignor Gian Carlo Perego, presidente della commissione permanente per le migrazioni della Cei, e il coordinamento di Delfina Licata.
Italia non Paese di immigrazione, «ma crocevia di movimenti»
In 630 pagine, il volume traccia un bilancio della mobilità degli italiani negli ultimi vent’anni, analizza con dovizia di dati e dettagli i flussi e le presenze dei nostri concittadini all’estero, ospita contributi e riflessioni su alcuni dei fenomeni più interessanti, dal “fare famiglia” fuori dall’Italia alla «geografia del ritorno», fino a uno scavo in profondità su 23 aree di emigrazione, dal Sudamerica alla Tunisia. «Lo scopo del rapporto - mette nero su bianco la curatrice Licata - era superare la disinformazione, far capire che non c’è frase più errata di quella che afferma che l’Italia si è trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Piuttosto, l’Italia da sempre è Paese di emigrazione e oggi è Paese delle mobilità plurime in entrata e in uscita. Crocevia di movimenti, il Belpaese vede le partenze, i ritorni e le ripartenze di uomini, donne, bambini, anziani, famiglie che vivono da protagonisti l’era delle migrazioni». L’estero è il nuovo ascensore sociale, come aveva già notato l’edizione 2024 del rapporto.
Stop alla retorica dell’«invasione»
Per Licata, il grande paradosso «è che si è passati dalla disinformazione alla misinformazione»: se la prima diffonde intenzionalmente notizie false o imprecise, la seconda «divulga informazioni ingannevoli in modo inconsapevole», intrappolando il discorso migratorio «in una narrazione riduzionista, in cui prevalgono paure collettive – come l’idea di “invasione” – e rappresentazioni emergenziali che trasformano le persone in problemi da gestire più che in soggetti portatori di diritti e progetti di vita».
Nel 2024 il record negativo del saldo tra partenze e ritorni
Il rapporto distingue la mobilità degli italiani in quattro fasi: più contenuta e bilanciata quella dal 2006 al 2010, decisamente accelerata quella dal 2011 al 2014, un vero e proprio boom dal 2016 al 2019, accompagnato però da un aumento dei ritorni, e infine un assestamento delle partenze e dei ritorni su livelli molto elevati anche durante la pandemia. Fino alla nuova impennata dell’ultimo biennio 2023-2024: nel 2023 gli espatri risalgono (114mila) e i rimpatri calano (61mila), con un saldo pari a -53 mila unità. Nel 2024 l’aumento è di +42mila espatri rispetto al 2023 (+36,5%), mentre i rimpatri scendono (-9mila; -14,3%): il saldo tocca le -103mila unità, record negativo della serie.
L’emigrazione di oggi? «Risposta strutturale a mancanze sistemiche»
La lettura della Fondazione Migrantes rifiuta le interpretazioni semplicistiche, gli slogan come “fuga dei cervelli” o “nuove generazioni globali”: l’emigrazione contemporanea «è in larga parte una risposta strutturale a mancanze sistemiche del Paese. Non partono solo gli spiriti avventurosi, ma anche – e soprattutto – coloro che non trovano in Italia spazio per vivere con dignità». In altre parole, le partenze sono «un sintomo di squilibri profondi, territoriali e strutturali. Dietro ogni provincia che si svuota, c’è una politica pubblica che non ha funzionato; dietro ogni giovane che parte, c’è un sistema educativo, produttivo e sociale che non ha saputo accoglierlo».









