ItaliaGermaniaquattroatre: perché, mezzo secolo dopo, è ancora la partita degli Italiani
Accadeva il 17 giugno del 1970: è “la partita del secolo”. Lì in quel pomeriggio allo stadio l'Azteca di Città del Messico si ritrova l’Italia uscita dalla Seconda Guerra mondiale che dice addio alla società contadina per entrare in una modernità incerta e dolorosa. È l’Italia del Pallone d’oro a Gianni Rivera ma anche l’Italia che sarebbe presto scivolata nell’abisso degli anni di piombo
di Dario Ricci
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Boninsegna. Poi Schnellinger (due minuti oltre il 90esimo, maledetto lui e l'arbitro Yamasaki! O meglio benedetti, sennò tutto sarebbe rimasto volgar prosa). Poi Muller, Burgnich, Riva, ancora Muller, e separato appena da una manciata di secondi giusto sufficienti a sporcare quel pallone con la polvere di gesso del cerchio di centrocampo, eccolo, il gol di Rivera, proprio su assist di “Bonimba”, a chiuderne un altro di Cerchio, quello degli eventi, casuali e voluti, frutto del Kaos e della Volontà, e a consegnare quell'epopea a quell'altro enorme e infinito Cerchio, quello della Storia e della Vita.
Come la targa che la consacra a “partita del secolo” (Il Ventesimo, e per antonomasia, anche tutti quelli che seguiranno), posta nello stadio che ne fu scenario e palcoscenico, l'Azteca di Città del Messico, ItaliaGermaniaquattroatre (così, tutto d'un fiato, come a rassicurarci, noi italiani, che davvero l'abbiamo vinta, come se un sottile e angoscioso dubbio di svegliarci da quel sogno ci percorresse ogni volta che la nominiamo) è rimasta imbullonata nella coscienza collettiva del Paese, com'era allora, come è oggi, e come forse sarà un giorno.
Perché in quel pomeriggio messicano del 17 giugno 1970 (in Italia notte, sempre più fonda, col procedere di quella sfida sul sentiero che porta la cronaca verso il mito) si sono fuse insieme, su un prato intorno a undici calciatori in maglia azzurra, tre fotografie diverse del nostro Paese. Quello che era stato, piegato dalla Seconda Guerra Mondiale e ben radicato nella cultura e società contadina; quello che stava diventando, cioè Paese del proletariato urbano e di un terziario avanzato allora agli albori, tra mille contraddizioni. E quello che, chissà mai che un giorno, non sia capace di fondere estro e carattere italici con quel rigore e quella durevole volontà che riconosciamo, manco a dirlo, proprio come qualità precipue di quei teutonici con i quali allora (e molte altre volte anche dopo…) sgambettammo per la prima volta in una sfida da dentro-o-fuori.
C'era, entrata con lo shock della strage di Piazza Fontana e il Pallone d‘Oro di Gianni Rivera sotto il braccio, l'Italia, in quel 1970 che sarebbe stato scivolo insaponato verso l'orlo dell'abisso degli anni di piombo. Paese di distonie e di migranti, il nostro, tanti dei quali diretti proprio verso la Germania (già allora, seppur sfregiata dal Muro di Berlino, cuore economico d'Europa), dopo aver lasciato quel Sud che proprio quell'anno aveva ricevuto con lo scudetto del Cagliari di Gigi Riva un inatteso impulso di fiducia e orgoglio. Senza dimenticare che l'onda lunga del Sessantotto tedesco stava proprio in quei mesi seminando le radici di uno dei suoi frutti più amari, con la tragica esperienza del terrorismo di sinistra della Rote Armee Fraktion (comunemente nota come “banda Badder-Meinhof”) che nasce formalmente appena poche settimane prima di quel 17 giugno 1970.
Ecco perché, se è vero che per quel che accade quel giorno all'Azteca ItaliaGermaniaquattroatre è “la partita del secolo”, per tutto quello che intorno vi ruotava potrebbe ancora oggi essere definita “la partita con dentro un secolo” tanto emblematici furono il contesto, le storie, gli uomini che in quella sfida si confrontarono mettendosi a nudo.








