L’invito

Italia e Yemen: cent’anni di relazioni, con lo sguardo oltre la guerra

Pubblichiamo l’intervento di Arhab Mohamed Al Sarhi, fondatore e presidente dell’Associazione di amicizia yemenita-italiana. Il 2 settembre ricorre l’anniversario tondo dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Roma fu la prima potenza occidentale a riconoscere Sana’a. «Quando finiranno gli scontri ci sarà da ricostruire e ci sono tanti elementi in comune anche dal punto di vista culturale. Su questi elementi si può lavorare a un futuro di progetti concreti con le tante Piccole e medie industrie tricolore»

Nella foto scattata nel 2010, da sinistra, Pier Francesco Guarguaglini (allora presidente di Finmeccanica), Arhab Mohamed Al Sarhi, il comandante della Guardia Costiera e il presidente dello Yemen, Ali ’Abdallah Saleh

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Il centenario delle relazioni tra Italia e Yemen non dovrebbe essere soltanto un’occasione per ricordare il passato. Può diventare il punto di partenza per costruire un rapporto nuovo, più concreto e più vicino alle sfide di oggi. Nel 2026 Italia e Yemen celebrano cento anni di relazioni ufficiali. È un anniversario importante, soprattutto se si pensa a quanto sia cambiato il mondo durante questo secolo e a quante trasformazioni abbiano attraversato entrambi i Paesi. Il 2 settembre 1926, a Sana’a, venne firmato il Trattato di amicizia e di relazioni economiche tra Italia e Yemen. Per lo Yemen dell’Imam Yahya quell’accordo ebbe un significato particolare: l’Italia fu la prima potenza occidentale a riconoscere formalmente l’indipendenza yemenita attraverso un accordo internazionale. Non fu soltanto l’inizio di una relazione diplomatica. Negli anni successivi medici, tecnici e professionisti italiani operarono in Yemen, lasciando tracce soprattutto nel settore sanitario. Il trattato venne poi rinnovato nel 1937 e i rapporti continuarono, pur attraversando epoche politiche molto diverse. Sono aspetti che oggi, soprattutto tra le nuove generazioni, non tutti conoscono. Eppure spiegano in parte perché in Yemen esista ancora una considerazione particolare per l’Italia. Personalmente credo che il modo migliore per celebrare questo centenario non sia però fermarsi alla storia. La storia ha valore quando aiuta a capire dove possiamo andare.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Una distanza geografica solo apparente

A prima vista Italia e Yemen possono sembrare lontani. Se però osserviamo la geografia attraverso le rotte commerciali, la distanza si accorcia molto. L’Italia è nel cuore del Mediterraneo. Lo Yemen si affaccia sul Mar Rosso, sul Golfo di Aden e su Bab al-Mandab, uno dei passaggi marittimi più delicati e importanti al mondo. Quanto accaduto negli ultimi anni nel Mar Rosso lo ha ricordato a tutti. Una crisi a Bab al-Mandab può provocare conseguenze quasi immediate sul traffico attraverso Suez, sui costi di trasporto e assicurazione, sui porti mediterranei e, alla fine, sulle economie europee. Il Mar Rosso, quindi, è molto meno lontano dal Mediterraneo di quanto possa sembrare. Per un Paese come l’Italia, con una forte tradizione marittima e un’economia profondamente legata al commercio internazionale, la stabilità dello Yemen dovrebbe essere considerata anche sotto questa prospettiva. E quando parliamo di stabilità non possiamo pensare soltanto alla sicurezza militare. Non esiste sicurezza duratura senza istituzioni, sviluppo economico, lavoro e prospettive per le nuove generazioni.

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Non guardare allo Yemen soltanto attraverso la guerra

Per molti anni l’immagine internazionale dello Yemen è stata inevitabilmente associata alla guerra e alla crisi umanitaria. È comprensibile, ma non possiamo permettere che questa diventi l’unica immagine del Paese. Lo Yemen ha una storia millenaria, una popolazione giovane, una lunga costa sul Mar Rosso e sul Mar Arabico e una posizione geografica che pochi Paesi possiedono. Ha potenzialità nell’energia, nella pesca, nell’agricoltura, nei porti, nella logistica e, un giorno, nuovamente nel turismo. La guerra finirà. Non sappiamo quando e non dobbiamo sottovalutare le difficoltà politiche che ancora esistono, ma prima o poi sarà necessario affrontare una ricostruzione enorme. E credo che sia proprio qui che Italia e Yemen dovrebbero cominciare a guardare oltre l’emergenza. Non bisogna aspettare il giorno dopo la pace per iniziare a parlare di ricostruzione. Quel lavoro può cominciare prima: costruendo relazioni tra istituzioni e imprese, formando persone, studiando progetti e individuando settori nei quali esiste un interesse reciproco.

Dove Italia e Yemen possono lavorare insieme

L’Italia possiede competenze che coincidono con molte delle future necessità yemenite. Penso alle infrastrutture, ai porti e agli aeroporti, all’energia, alla gestione delle acque, alla sanità, all’agricoltura, alle telecomunicazioni, alla meccanica e alla formazione professionale. Aden, Hodeidah e Mukalla, per esempio, non sono semplicemente porti yemeniti. La loro posizione può avere un’importanza molto più ampia in un futuro nel quale il Paese torni stabile e pienamente integrato nelle rotte commerciali regionali. Lo stesso vale per gli aeroporti e per le infrastrutture interne. Ma la collaborazione che immagino non dovrebbe limitarsi a grandi contratti assegnati ad aziende straniere. Uno degli aspetti che ho sempre apprezzato del sistema economico italiano è la forza delle piccole e medie imprese. È un modello particolarmente interessante per un Paese come lo Yemen, dove la ricostruzione avrà bisogno non soltanto di grandi infrastrutture, ma anche di imprenditori, tecnici, aziende locali e nuova occupazione. Per questo sarebbe più utile parlare di partnership, joint venture, trasferimento di tecnologia e formazione, piuttosto che di una semplice relazione tra venditore e acquirente. Anche l’energia offre opportunità evidenti. Lo Yemen possiede petrolio e gas, ma chi conosce il Paese sa quanto sia grande anche il potenziale solare e, in alcune aree, eolico. Ricostruire ciò che è stato distrutto non significa necessariamente ricreare ciò che esisteva prima. In alcuni settori possiamo fare meglio. C’è poi la cultura. Italia e Yemen condividono, ciascuno a modo proprio, un rapporto particolare con la storia. Sana’a, Shibam, Zabid e Socotra sono patrimoni che devono essere protetti. L’esperienza italiana nel restauro, nell’archeologia e nella conservazione potrebbe dare vita a progetti di grande valore, anche simbolico, tra i nostri due Paesi.

Cominciare dalle persone

Nel giugno di quest’anno un gruppo di giovani diplomatici yemeniti ha partecipato in Italia a un programma di formazione tra Torino e Roma, con il coinvolgimento della Farnesina e dell’International Training Centre dell’ILO. A mio avviso, iniziative di questo tipo sono forse ancora più importanti di quanto appaiano. Vorrei vedere più studenti yemeniti nelle università italiane, più programmi di formazione per ingegneri, medici, diplomatici e funzionari pubblici e maggiori contatti tra le università dei due Paesi. Perché gli accordi vengono firmati dai governi, ma le relazioni durature vengono costruite dalle persone. Ed è un aspetto che conosco anche per esperienza personale. Una storia che sento anche mia

Il mio rapporto con l’Italia non è soltanto professionale.

Ho studiato in Italia e negli anni ho avuto la possibilità di conoscere da vicino il Paese, la sua società, le sue istituzioni e il suo mondo imprenditoriale. Parallelamente, attraverso il mio lavoro, ho cercato quando possibile di creare occasioni di dialogo e collaborazione tra realtà italiane e il mondo arabo, con una particolare attenzione allo Yemen. Ho avuto l’onore di ricevere l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. È un riconoscimento che porto con orgoglio, ma che considero anche una responsabilità: continuare, per quanto mi è possibile, a favorire il dialogo e la conoscenza tra due Paesi ai quali sono profondamente legato. Proprio questa esperienza mi ha convinto che esista ancora molto spazio da esplorare. Lo Yemen dovrebbe guardare all’Italia non soltanto come a un Paese europeo amico, ma come a un possibile partner economico e a un ponte verso l’Europa e il Mediterraneo. Allo stesso tempo, credo che l’Italia dovrebbe guardare allo Yemen non soltanto attraverso le notizie della guerra, ma pensando al Paese che potrà emergere dopo la crisi. Mi piacerebbe che il centenario diventasse l’occasione per iniziare questo percorso. Un Forum economico Italia–Yemen, per esempio, potrebbe mettere intorno allo stesso tavolo imprese, istituzioni, università e investitori. Non servono necessariamente grandi dichiarazioni. A volte pochi progetti concreti fanno più di molti protocolli.

Il prossimo capitolo

Naturalmente, tutto dipende dalla pace. Senza una soluzione politica e senza stabilità sarà difficile realizzare qualsiasi progetto ambizioso. Ma questo non significa che dobbiamo aspettare. Possiamo prepararci. Possiamo mantenere aperto il dialogo, costruire relazioni tra imprese e istituzioni, investire nella formazione e cominciare a immaginare insieme alcune priorità per il futuro. Nel 1926 Italia e Yemen decisero di stabilire una relazione quando il mondo era completamente diverso da quello di oggi. Cento anni dopo, quella scelta rappresenta ancora un patrimonio. Il modo migliore per celebrarlo, a mio avviso, non è guardare soltanto indietro. È chiederci che cosa vogliamo lasciare a chi celebrerà, un giorno, il prossimo centenario. La storia ci ha dato cento anni di relazioni. Sta a noi decidere come scrivere il capitolo successivo.

Arhab Mohamed Al Sarhi, presidente dell’Associazione di amicizia yemenita-italiana

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