Market Mover

Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo ora5' di lettura
5' di lettura
Il centenario delle relazioni tra Italia e Yemen non dovrebbe essere soltanto un’occasione per ricordare il passato. Può diventare il punto di partenza per costruire un rapporto nuovo, più concreto e più vicino alle sfide di oggi. Nel 2026 Italia e Yemen celebrano cento anni di relazioni ufficiali. È un anniversario importante, soprattutto se si pensa a quanto sia cambiato il mondo durante questo secolo e a quante trasformazioni abbiano attraversato entrambi i Paesi. Il 2 settembre 1926, a Sana’a, venne firmato il Trattato di amicizia e di relazioni economiche tra Italia e Yemen. Per lo Yemen dell’Imam Yahya quell’accordo ebbe un significato particolare: l’Italia fu la prima potenza occidentale a riconoscere formalmente l’indipendenza yemenita attraverso un accordo internazionale. Non fu soltanto l’inizio di una relazione diplomatica. Negli anni successivi medici, tecnici e professionisti italiani operarono in Yemen, lasciando tracce soprattutto nel settore sanitario. Il trattato venne poi rinnovato nel 1937 e i rapporti continuarono, pur attraversando epoche politiche molto diverse. Sono aspetti che oggi, soprattutto tra le nuove generazioni, non tutti conoscono. Eppure spiegano in parte perché in Yemen esista ancora una considerazione particolare per l’Italia. Personalmente credo che il modo migliore per celebrare questo centenario non sia però fermarsi alla storia. La storia ha valore quando aiuta a capire dove possiamo andare.
A prima vista Italia e Yemen possono sembrare lontani. Se però osserviamo la geografia attraverso le rotte commerciali, la distanza si accorcia molto. L’Italia è nel cuore del Mediterraneo. Lo Yemen si affaccia sul Mar Rosso, sul Golfo di Aden e su Bab al-Mandab, uno dei passaggi marittimi più delicati e importanti al mondo. Quanto accaduto negli ultimi anni nel Mar Rosso lo ha ricordato a tutti. Una crisi a Bab al-Mandab può provocare conseguenze quasi immediate sul traffico attraverso Suez, sui costi di trasporto e assicurazione, sui porti mediterranei e, alla fine, sulle economie europee. Il Mar Rosso, quindi, è molto meno lontano dal Mediterraneo di quanto possa sembrare. Per un Paese come l’Italia, con una forte tradizione marittima e un’economia profondamente legata al commercio internazionale, la stabilità dello Yemen dovrebbe essere considerata anche sotto questa prospettiva. E quando parliamo di stabilità non possiamo pensare soltanto alla sicurezza militare. Non esiste sicurezza duratura senza istituzioni, sviluppo economico, lavoro e prospettive per le nuove generazioni.
Per molti anni l’immagine internazionale dello Yemen è stata inevitabilmente associata alla guerra e alla crisi umanitaria. È comprensibile, ma non possiamo permettere che questa diventi l’unica immagine del Paese. Lo Yemen ha una storia millenaria, una popolazione giovane, una lunga costa sul Mar Rosso e sul Mar Arabico e una posizione geografica che pochi Paesi possiedono. Ha potenzialità nell’energia, nella pesca, nell’agricoltura, nei porti, nella logistica e, un giorno, nuovamente nel turismo. La guerra finirà. Non sappiamo quando e non dobbiamo sottovalutare le difficoltà politiche che ancora esistono, ma prima o poi sarà necessario affrontare una ricostruzione enorme. E credo che sia proprio qui che Italia e Yemen dovrebbero cominciare a guardare oltre l’emergenza. Non bisogna aspettare il giorno dopo la pace per iniziare a parlare di ricostruzione. Quel lavoro può cominciare prima: costruendo relazioni tra istituzioni e imprese, formando persone, studiando progetti e individuando settori nei quali esiste un interesse reciproco.
L’Italia possiede competenze che coincidono con molte delle future necessità yemenite. Penso alle infrastrutture, ai porti e agli aeroporti, all’energia, alla gestione delle acque, alla sanità, all’agricoltura, alle telecomunicazioni, alla meccanica e alla formazione professionale. Aden, Hodeidah e Mukalla, per esempio, non sono semplicemente porti yemeniti. La loro posizione può avere un’importanza molto più ampia in un futuro nel quale il Paese torni stabile e pienamente integrato nelle rotte commerciali regionali. Lo stesso vale per gli aeroporti e per le infrastrutture interne. Ma la collaborazione che immagino non dovrebbe limitarsi a grandi contratti assegnati ad aziende straniere. Uno degli aspetti che ho sempre apprezzato del sistema economico italiano è la forza delle piccole e medie imprese. È un modello particolarmente interessante per un Paese come lo Yemen, dove la ricostruzione avrà bisogno non soltanto di grandi infrastrutture, ma anche di imprenditori, tecnici, aziende locali e nuova occupazione. Per questo sarebbe più utile parlare di partnership, joint venture, trasferimento di tecnologia e formazione, piuttosto che di una semplice relazione tra venditore e acquirente. Anche l’energia offre opportunità evidenti. Lo Yemen possiede petrolio e gas, ma chi conosce il Paese sa quanto sia grande anche il potenziale solare e, in alcune aree, eolico. Ricostruire ciò che è stato distrutto non significa necessariamente ricreare ciò che esisteva prima. In alcuni settori possiamo fare meglio. C’è poi la cultura. Italia e Yemen condividono, ciascuno a modo proprio, un rapporto particolare con la storia. Sana’a, Shibam, Zabid e Socotra sono patrimoni che devono essere protetti. L’esperienza italiana nel restauro, nell’archeologia e nella conservazione potrebbe dare vita a progetti di grande valore, anche simbolico, tra i nostri due Paesi.
Nel giugno di quest’anno un gruppo di giovani diplomatici yemeniti ha partecipato in Italia a un programma di formazione tra Torino e Roma, con il coinvolgimento della Farnesina e dell’International Training Centre dell’ILO. A mio avviso, iniziative di questo tipo sono forse ancora più importanti di quanto appaiano. Vorrei vedere più studenti yemeniti nelle università italiane, più programmi di formazione per ingegneri, medici, diplomatici e funzionari pubblici e maggiori contatti tra le università dei due Paesi. Perché gli accordi vengono firmati dai governi, ma le relazioni durature vengono costruite dalle persone. Ed è un aspetto che conosco anche per esperienza personale. Una storia che sento anche mia