Quel pomeriggio di venerdì 8 giugno, San Siro sembrava il Paese dei Balocchi. Una lunga coreografia di top model vestite dalle grandi firme tricolori, da Valentino a Missoni, dava il benvenuto al mondo, mentre due collezionisti di dischi di platino, Edoardo Bennato e Gianna Nannini, eseguivano in playback Un’estate italiana, inno ufficiale dell’evento, scritto dall’altoatesino più famoso del pianeta. Sinner? Macché, lui neanche era nato: Giorgio Moroder, tre Oscar e quattro Grammy in carriera. Cominciava così Italia ’90, l’ultimo Mondiale di calcio organizzato qui da noi.
Vagli a spiegare a Gen Z, Alpha etc. che l’Italia era una superpotenza calcistica; che il nostro era proverbialmente il campionato più bello del mondo, ambitissimo da quelli che oggi chiameremmo top player; che il Milan aveva appena vinto la Coppa dei Campioni, la Sampdoria la Coppa delle Coppe e la Juventus la Coppa Uefa. Vagli a spiegare che la nostra era la settima economia del mondo, la terra in cui scorrevano latte, miele e baby pensioni. Ebbene sì, cari ragazzi che state per sintonizzarvi sulla terza Fifa World Cup consecutiva senza gli azzurri: c’è stato un tempo in cui i Mondiali li organizzavamo. E, soprattutto, ce li giocavamo fino alla fine. Vi sarete probabilmente accorti che qualcosa deve essere andato storto negli ultimi 36 anni. Sul piano calcistico e non solo.
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La cerimonia inaugurale di Italia ’90, l’8 giugno 1990
Partiamo da quel venerdì 8 giugno, il calcio d’inizio che, come da rito, vede contrapposti i campioni in carica - l’Argentina di Diego Armando Maradona, il più grande giocatore di tutti i tempi - al Camerun del «nonno» Roger Milla, centravanti che alcuni almanacchi riportano 30enne ma in realtà di anni ne ha almeno 38. Subito una sorpresa: i «leoni indomabili» vincono di misura (gol di Omam-Biyik al 67’) e inaugurano un cammino che li porterà fino ai quarti di finale. Di più: il Camerun è soltanto una primizia del calcio che verrà, quello dei giorni nostri dove la forza atletica è un pre-requisito irrinunciabile e, non a caso, i principali campionati del mondo sono pieni di calciatori africani. Da Hakimi a Salah, da Brahim Diaz a Osimhen. Italia ’90 porta infatti con sé diverse novità «geopolitiche»: è il primo Mondiale dopo la caduta del Muro di Berlino, l’ultimo con Unione Sovietica, Germania Ovest e la Jugoslavia che si avvia verso una terribile guerra civile. Il primo con l’Africa protagonista, appunto.
Il gol vittoria di Omam Biyik all’Argentina, nella partita inaugurale di Italia ’90
L’Argentina, al contrario, perde tante delle proprie certezze. Non tutte, comunque: resta infatti aggrappata all’unico vero «D10s», alle sue sublimi giocate, alle sue mosse situazioniste. Maradona è sempre Maradona e, con il Napoli di Ferlaino, da separato in casa ha appena ri-vinto lo scudetto. Con la maglia albiceleste il massimo che può fare è accendere Caniggia, un onesto lavoratore in forza all’Atalanta. Ma tanto basta, e quell’Argentina lì diventa un problema per tanti: il favorito Brasile di Lazaroni, per esempio, fuori agli ottavi (gol di Caniggia all’81’). Ma soprattutto la squadra che era stata designata alla vittoria finale. Cioè noi: l’Italia.
Da sinistra Sepp Blatter e Joao Havelange
E qui tocca fare un passo indietro. Il calcio globale, in quel momento storico, era in mano a due persone: il brasiliano Joao Havelange, presidente della Fifa, e il suo potentissimo segretario, lo svizzero Sepp Blatter. Un sistema tutt’altro che trasparente su cui le procure internazionali lavoreranno a lungo, senza tuttavia approdare a condanne. Lo stesso sistema contro cui Maradona - che all’epoca è come dire il calcio fatto persona - non lesina accuse. La Figc è in mano ad Antonio Matarrese della celebre famiglia di costruttori pugliesi proprietaria del Bari, mentre il comitato organizzatore di Italia ’90 lo dirige Luca Cordero di Montezemolo. L’organizzazione dei Mondiali ci costa tanto: tra i 5mila e i 6mila miliardi di vecchie lire per rifare stadi e opere pubbliche, a fronte dei 2.500 miliardi inizialmente preventivati. La storia è nota: passa per incompiute, cattedrali nel deserto, cose che si sarebbero potute fare meglio. Un repertorio cui ormai siamo abbastanza abituati.
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Schillaci in gol su rigore contro l’Inghilterra, nella finale terzo e quarto posto dei Mondiali ’90 (ANSA)
Ma in quei giorni niente si coglie di tutto questo: c’è aria di festa e l’Italia di Azeglio Vicini, come spesso accade quando a organizzare il Mondiale è una grande potenza calcistica, ha davanti a sé un piano inclinato verso la finale dell’Olimpico. In un girone popolato da Austria, Stati Uniti e Cecoslovacchia, non può che primeggiare. Qualche piccola sorpresa, in campo, ci scappa comunque. Non è Gianluca Vialli, il centravanti titolare, l’uomo copertina, ma la riserva: quel Totò Schillaci dagli occhi spiritati convocato quasi per scommessa. A ispirarlo un altro che partiva dalla panchina ma arriverà lontano: Roberto Baggio. Ottavi e quarti volano via lisci contro Uruguay e Irlanda. Va a finire così che la prima vera squadra di calcio gli azzurri se la trovano di fronte in semifinale: l’Argentina di Maradona.
L’azione del gol di Caniggia a Napoli, nella semifinale di Italia ’90
A Napoli, dove c’è un solo D10s. E scalda subito gli animi: «Gli italiani si ricordano dei napoletani soltanto una volta l’anno», dice Maradona alla vigilia. Qualcuno già invoca lo spostamento a Torino della semifinale, ma alla fine si gioca al San Paolo e l’Italia si porta in vantaggio sempre con Schillaci (17’). Al 67’, però, il testone biondo di Caniggia ci condanna ai supplementari e quindi ai rigori. Dal dischetto finirà 4-3 per l’Albiceleste. A noi non resterà che rimuginare sugli errori di Donadoni e Serena, mentre Brunone Pizzul implacabile sentenzia: «L’Italia è fuori da Italia ’90».
Gli azzurri di Vicini si laureano terzi nella «finalina» di Bari (ANSA)
Il nostro Mondiale lo chiuderemo terzi, dopo la finale di consolazione vinta 2-1 contro l’Inghilterra nella Bari dei Matarrese, in un sontuoso Stadio San Nicola che porta la firma di Renzo Piano. Si fa quel che si può, e noi ci teniamo stretti il faccione di Totò nella casella di capocannoniere della manifestazione e la classe del Divin Codino che tornerà utile a Usa ’94. A Roma, alla finale vera contro la Germania Ovest, ci va Maradona e ci trova innanzitutto i fischi all’inno nazionale, cui risponderà solfeggiando un inconfondibile labiale («Hijos de puta!»). Poi trova un arbitraggio piuttosto discutibile, da parte del messicano Edgardo Codesal Méndez: un rigore non dato all’Argentina, uno abbastanza generoso per i tedeschi (lo trasforma all’85’ Breheme), le espulsioni di Monzòn e Dezotti. E un po’ per caso ad alzare la Coppa del Mondo saranno quel fuoriclasse di Lothar Matthaeus e il Kaiser Franz Beckenbauer.
Maradona nella finale di Italia ’90 (ANSA)
Italia ’90 si chiude puccinianamente con Luciano Pavarotti che canta All’alba vincerò. Noi abbiamo un po’ di amaro in bocca ma alla fine siamo contenti perché ci sentiamo il centro del mondo, perché l’Italia, rossinianamente, «tutti la vogliono, tutti la cercano». Siamo felici, ma è un’allucinazione collettiva che manco a Woodstock. Parevano il futuro quelle Notti magiche, un Capodanno di magnifiche sorti e progressive, ma a guardar bene erano soltanto l’ultimo atto degli anni Ottanta, quelli della «Milano da bere», di yuppies e «grandi opere» che, un paio di anni più tardi, sarebbe andato a sbattere contro il muro di Tangentopoli.
La Germania Ovest campione del mondo (ANSA)
All’Olimpico, in Tribuna Autorità, siedono il presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Perché sembravano il futuro, i Mondiali di Italia ’90, ma erano soltanto il canto del cigno della Prima Repubblica. Il nostro sistema calcistico, nel furore di Calciopoli, farà in tempo a vincere un altro Mondiale (Germania 2006) e un Europeo (2021) ma, alle prese con la difficile transizione dalla figura del presidente mecenate a quella del presidente imprenditore, collasserà su sé stesso. Giovedì 11 giugno partono i Mondiali più ricchi di sempre, una grande festa a 48 squadre che sarà celebrata tra Stati Uniti, Canada e Messico. Noi neanche siamo invitati.
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