La combinazione esplosiva tra insoddisfazione dei lavoratori licenziati – principalmente operai bianchi – e incitamento alla xenofobia nazionalista, al razzismo, alla misoginia, è stata una “droga potente” per il Partito Repubblicano, che si è trasformato in un “culto di Trump”. Alimentati dal suo grottesco pavoneggiamento sessuale, sono nati forti movimenti contro i predatori sessuali nell'industria dell'entertainment e a favore dell'inclusione sociale delle donne e delle persone di colore.
Le élite culturali, i “razionalisti” economici e scientifici, i funzionari pubblici si sono opposti alle sue politiche e ai suoi proclami, con scarso successo – l'impeachment, ahimè, ha solo alimentato la sua rabbia e il suo comportamento da “villain” dei fumetti. I ragazzi, dopo le ennesime sparatorie nelle scuole, hanno manifestato contro le armi e hanno organizzato scioperi studenteschi per la difesa dell'ambiente. La mobilitazione per la giustizia economica, invece, è quasi inesistente perché i sindacati degli operai sono stati indeboliti, smantellati o distrutti (anche se meno nelle industrie che impiegano molte donne e immigrati).
La giustizia economica è stata al centro della campagna socialdemocratica e “populista di sinistra” del senatore Bernie Sanders, che ha portato molti – me inclusa – a credere che avesse una chance di battere Trump nel 2016 o nel 2020, proponendo soluzioni efficaci per gli operai lasciati soli. Quest'anno le proteste civili contro la criminalizzazione della gente di colore della classe operaia, che conduce regolarmente alla loro uccisione per mano della polizia, si sono estese in tutto il Paese in un crescendo di attenzione pubblica.
L'iconoclastia verso i simboli della supremazia bianca e della schiavitù ha portato all'abbattimento e alla distruzione di statue e bandiere. E noi che lavoriamo nella cultura? Sempre pronti alle “chiamate messianiche”, ci siamo uniti ad atleti e attivisti – persino a dispetto dell'attuale pandemia, gestita disastrosamente – in queste battaglie per la giustizia sociale. Da sempre mi interrogo sulle ragioni psicologiche dei tedeschi che negli Anni 30 appoggiarono la svolta malata del loro Stato verso il genocidio. Più recentemente mi sono stupita di come il popolo italiano si sia fatto sedurre così a lungo da un ciarlatano dello show-business. Ora, qui negli Usa, osservo una deriva da quella che almeno formalmente era una democrazia a un populismo autoritario di destra, innescata da un pagliaccio maligno, cleptocratico e narcisista. Trump fa presa sui ricchi, sugli evangelici, sui rancorosi cronici. Ma va detto che sono molti anni che il nostro sistema politico corre verso questo scenario catastrofico – e probabilmente anche il vostro.
Parlando dei miei lavori [le abbiamo chiesto perché abbia ripreso la serie Bringing the War Home e che cosa cambierebbe oggi nel suo video Semiotics of the Kitchen, ndr], nel 2004, per una collettiva organizzata durante la campagna presidenziale, ho provvisoriamente riaperto la mia serie di fotomontaggi contro la guerra del Vietnam House Beautiful: Bringing the War Home (1965-1972). L'ho fatto perché mi sono accorta che non era cambiato nulla, che eravamo un'altra volta impantanati – bloccati in una guerra lunga e costosa contro un Paese
che non ci aveva attaccato, al solo scopo di assicurarci il petrolio e un territorio strategico. Sapevo che stavolta i miei lavori avrebbero raggiunto un pubblico più vasto – attraverso mostre, articoli e cataloghi, su carta e online. Il mondo dell'arte – il mondo in generale – è cambiato, e oggi gli interventi “da attivista” sulle guerre in corso sono accettati.