Il dato

Istat: il deficit resta al 3,1%, ostacolo alla spesa per energia e difesa. Cosa succede adesso

L’istituto di statistica conferma che il disavanzo 2025 è sopra il 3%, niente uscita dalla procedura Ue. Giorgetti: «Ne prendiamo atto con rammarico»

Antonio Tajani, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti durante la conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri tenutosi a Palazzo Chigi a Roma, Mercoledì  16Settembre  2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse)   Antonio Tajani, PM Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti  during the press conference after the Council of Ministers held at Palazzo Chigi in Rome, Wednesday September 16 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) LAPRESSE

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Niente da fare. Nemmeno la prova d’appello apre all’Italia la strada verso l’uscita anticipata dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi. Nei conti economici nazionali 2025 appena diffusi dall’Istat il deficit del 2025 resta infatti al 3,1% del Pil, e anzi in valore assoluto addirittura cresce di 355 milioni rispetto ai calcoli di aprile: rimanendo quindi ancora una volta sopra la soglia fatidica tracciata a Maastricht 34 anni fa.

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Per dire addio al braccio correttivo del Patto di stabilità, bisognerà quindi attendere l’anno prossimo, quando gli esami si faranno a partire dal disavanzo 2026, probabilmente al 2,7-2,8% invece del 2,9% previsto ad aprile. «Ne prendiamo atto, non senza rammarico», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
La lunga battaglia ai crediti d’imposta illegittimi da Superbonus non è bastata. Forse anche per ragioni di calendario, perché non tutti gli sconti fermati da agenzia delle Entrate e Guardia di finanza sono riusciti a scendere in tempo dal carro dei conti ufficiali, fotografati dall’Istituto di statistica. Sul piano formale, l’ultima parola sarà pronunciata a novembre dalla Commissione Ue, sulla base dei dati che saranno certificati da Eurostat il 21 ottobre prossimo: ma a guidare l’esito sono i numeri dell’Istat.

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Un ostacolo per l’extradeficit

La nuova tabella torna a infrangere le speranze espresse in queste settimane dal Governo; in una replica delle vicende vissute ad aprile, quando il 3,1% comunicato dall’Istituto di statistica gelò le ambizioni cullate dall’Esecutivo fin dall’estate del 2025, come emerge dai confronti dell’epoca con gli analisti del Fondo monetario internazionale.
Questa volta, però, le conseguenze rischiano di essere più evidenti. E immediate. Un deficit 2025 certificato sotto al 3% avrebbe infatti dovuto portare alla chiusura della procedura per disavanzi eccessivi. E avrebbe di conseguenza permesso di mettere in programma i 36 miliardi di deficit in deroga concessi in due anni dalle regole Ue per le spese in energia e difesa senza vedersi incluso il disavanzo aggiuntivo nei calcoli del Patto di stabilità. Rimanendo nel braccio correttivo, invece, l’Italia si vedrebbe conteggiare anche negli anni prossimi tutto il disavanzo in questi parametri, allungando e complicando ulteriormente il percorso di uscita dalla procedura.
L’ennesima sorpresa statistica può rimettere in discussione l’intero impianto ipotizzato a inizio agosto, quando il ministro dell’Economia Giorgetti prospettò al Parlamento l’ipotesi di pianificare un deficit extra pluriennale da 14 miliardi per l’energia e 22 per la difesa e le Camere approvarono le risoluzioni che incaricavano il Governo di avviare il negoziato con Bruxelles. Nel nuovo quadro tracciato dai numeri dell’Istat, un ripensamento torna all’ordine del giorno.

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Doppia incognita su energia e difesa

La questione è delicata. Gli investimenti nella difesa, oltre che una tappa indispensabile per centrare gli obiettivi di spesa concordati con la Nato, sono uno snodo strategico nell’Europa alle prese con la minaccia crescente di attacchi ibridi dalla Russia. Ma sollevano un problema politico per la maggioranza, perché mettere in calendario 22 miliardi su questo settore non è certo considerato un ricostituente per le urne in arrivo; tanto più mentre l’inflazione morde, e dopo la mossa sul bollo auto i fondi per altre misure sono complicati da trovare.
A questo dovrebbero pensare i 14 miliardi da dedicare all’energia: che però, nella veste imposta dalle regole europee, sono vincolati a investimenti in rinnovabili, efficientamento di imprese e immobili residenziali, sicurezza degli approvvigionamenti e così via: obiettivi caratterizzati da forte peso strutturale ma da scarso fascino elettorale, perché destinati a far sentire i propri effetti in tempi medio lunghi e in modo poco percepibile dai non addetti ai lavori.

Le ricadute sulla manovra

La mancata uscita dal braccio correttivo del Patto non ha conseguenze dirette sulla manovra, per una ragione semplice. Nelle sue possibili conseguenze concrete oggi la procedura per disavanzi eccessivi è «sospesa» per i Paesi che, come l’Italia, rispettano i limiti concordati con Bruxelles alla spesa primaria netta. La “gabbia contabile” è insomma al momento ipotetica, e non produce sanzioni: il suo abbandono, quindi, non produrrebbe margini aggiuntivi, nonostante le molte narrazioni sul tema circolate in queste settimane.

Ancora il Superbonus

A far cadere tutto il castello interviene ancora una volta il Superbonus. Che nel suo ultimo anno di vita, pur con uno sconto abbattuto al 65% dal mitologico 110% originario, è riuscito ad assestare l’ennesimo colpo a sorpresa anche grazie a un’ondata finale smisurata, e gonfiata dalle frodi, che ha moltiplicato il conto 2025 fino a 8,1 miliardi, quattro volte le stime iniziali del Governo. Appena il problema ha preso forma, postuma perché per comunicare gli sconti 2025 i contribuenti (si fa per dire) avevano tempo fino al 16 marzo 2026, agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza hanno avviato la caccia grossa ai crediti illegittimi, stoppandone 4,1 miliardi in poche settimane. Il lavoro è poi continuato, ed è ancora in corso, ma non è bastato a schiacciare il disavanzo sotto alla soglia del 3% fissata dai trattati. Forse ce la farà ex post, quando il consuntivo della lotta alle truffe ai danni dei conti pubblici potrebbe mettere in luce il tratto paradossale di questo balletto dei decimali. Ma sarà troppo tardi.

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