Centro della Fotografia di Roma

Irving Penn, il rigore dell’essenziale

Negli spazi dell’ex Mattatoio allestita la mostra che racconta il codice di uno dei padri della fotografia moderna

di Maria Laudiero

Ingmar Bergman, Stockholm, 1964 Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris. © The Irving Penn Foundation,  Irving Penn Turning Head (B), New York, 1993 Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris. © The Irving Penn Foundation, Picasso (1 of 6), Cannes, 1957 Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris. © The Irving Penn Foundation,  Saul Steinberg in Nose Mask, New York, 1966 Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris. © Condé Nast

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La mostra dedicata a Irving Penn al Centro della Fotografia di Roma, spazio di circa 1500 mq, inaugurato lo scorso 30 gennaio nella struttura dell’ex Mattatoio, non si limita a ripercorrere la carriera di un grande autore del Novecento: mette in scena un’idea precisa di fotografia, fondata sul controllo, sulla misura e sull’essenzialità. Attraverso un percorso che propone ritratti, moda e nature morte, emerge con chiarezza una poetica coerente, costruita nel tempo con disciplina quasi artigianale.

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Entrando nelle sale, colpisce innanzitutto la sottrazione. Gli sfondi sono neutri privi di qualsiasi elemento narrativo accessorio. Questa scelta, che potrebbe sembrare semplice, è in realtà il cuore della sua estetica: eliminare il superfluo per concentrare lo sguardo sull’essenza del soggetto. Il vuoto non è assenza, ma spazio attivo che valorizza postura, sguardo, tessuto, pelle. Ogni dettaglio emerge con precisione quasi tattile.

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La tecnica di Penn è inseparabile dalla sua visione. L’uso del banco ottico e del grande formato gli consente un controllo rigoroso della composizione e una definizione straordinaria. Nulla è lasciato al caso: la posizione delle mani, l’inclinazione del busto, la piega di un abito sono calibrate con attenzione. La luce, morbida e diffusa, non teatralizza ma modellata; accarezza le superfici, restituisce volumi con delicatezza, evita contrasti aggressivi. Ne deriva un equilibrio sottile tra presenza fisica e astrazione formale.

I ritratti

Particolarmente significativi sono i ritratti, dove l’intensità psicologica nasce proprio dalla semplicità dell’impianto scenico. Il soggetto, isolato in uno spazio ridotto, sembra quasi costretto a confrontarsi con l’obiettivo. In alcune immagini la tensione è palpabile: le spalle si irrigidiscono, lo sguardo si fa penetrante, il corpo dialoga con l’angolo o con il margine dell’inquadratura. Penn non invade, ma attende; costruisce un contesto minimo in cui la personalità possa emergere senza distrazioni.

Irving Penn. Le sue fotografie in mostra a Roma

Photogallery15 foto

I ritratti

Già a partire dagli anni Quaranta, Penn realizza celebri ritratti per Vogue, fotografando artisti, scrittori e attori contro fondali neutri o in spazi angolari molto stretti. Questa scelta elimina distrazioni narrative; concentra l’attenzione sulla forma, ne intensifica la presenza del soggetto. Fra i celebri ritratti che ne hanno definito lo stile iconico sono esposti:Il ritratto di Pablo Picasso, Cannes, 1957. Qui Penn costruisce un’immagine di straordinaria tensione psicologica attraverso la sottrazione. Il pittore appare avvolto in un cappotto scuro, lo sguardo intenso e vigile. Una mano copre parzialmente il volto, lasciando un solo occhio in piena evidenza. Questa scelta compositiva non è casuale: l’occhio isolato diventa centro magnetico dell’immagine, simbolo della visione artistica e della capacità di “vedere oltre”. Lo sfondo neutro elimina qualsiasi riferimento ambientale. Non c’è atelier, non ci sono opere: c’è solo la persona. Penn non descrive il mito, ma l’uomo. L’uso della luce morbida modella il viso senza drammatizzarlo, accentuando rughe e volumi.

Il ritratto di Ingmar Bergman, Stockholm, 1964

Nel ritratto dedicato al regista svedese, Penn accentua il senso di introspezione. Bergman appare raccolto, quasi contratto nello spazio dell’inquadratura. Il volto, segnato e pensoso, dialoga con l’ambiente minimale. Anche qui lo sfondo è privo di dettagli: ciò che conta è la tensione della composizione, amplificata paradossalmente dalla potenza dello sguardo negato. Bergman ha infatti gli occhi chiusi. Le dita premute sugli occhi ne impediscono quasi forzatamente l’apertura come se fossero mosse da volontà indipendente. La luce evidenzia la struttura ossea e le linee del viso, creando una resa plastica che richiama la scultura. Non c’è enfasi narrativa legata al cinema o alla regia; non ci sono oggetti simbolici. Penn sceglie la via dell’essenzialità, lasciando emergere la complessità psicologica attraverso postura ed espressione.

Anche nella fotografia di moda, ambito in cui lavorò a lungo per Vogue, il suo approccio si distingue per sobrietà. Gli abiti non sono immersi in scenografie sontuose, ma isolati come sculture. Il tessuto diventa forma pura, linea, volume. L’eleganza non deriva dall’eccesso decorativo, bensì dalla precisione grafica dell’immagine. In questo modo la moda si trasforma in esercizio di stile e di composizione, superando la dimensione commerciale per entrare in quella artistica.

Nature morte

Le nature morte, presenti in mostra, rivelano un ulteriore aspetto della sua ricerca: la capacità di attribuire dignità estetica a oggetti ordinari. Attraverso inquadrature ravvicinate e una cura maniacale della stampa, anche elementi banali acquistano monumentalità. Le superfici sono descritte con ricchezza tonale, grazie a procedimenti di stampa raffinati che restituiscono profondità e morbidezza. L’immagine finale non è solo fotografia, ma oggetto prezioso, frutto di un processo lento e meditato.

La mostra romana che sancisce la collaborazione con le istituzioni culturali italiane con quelle francesi, permette di cogliere la continuità di questo linguaggio lungo decenni. Pur cambiando soggetti e contesti, Penn rimane fedele a un’estetica dell’essenziale, dove forma e contenuto coincidono. La sua opera invita a rallentare lo sguardo, a osservare con attenzione, a riconoscere come la tecnica possa diventare strumento di introspezione e non mero virtuosismo.

Irving Penn, PHOTOGRAPHS 1939 – 2007. Centro della Fotografia di Roma, fino al 29 giugno 2026

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