Industria

IoT in Italia: crescita, applicazioni e sfide della fabbrica 5.0

L'integrazione IA e IoT rivoluziona supply chain, mobilità e energia con impatti sistemici e sostenibili, come spiega l’Osservatorio del Politecnico

 

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In fabbrica oggi il ritmo non lo scandisce il nastro trasportatore, ma i dati: il ciclo produttivo non è più una sequenza rigida di fasi, ma una conversazione continua tra macchine, sensori e algoritmi. I robot rallentano o accelerano in base agli ordini che arrivano dal commerciale, i sistemi di visione controllano ogni singolo pezzo che esce dalla linea, una rete 5G privata collega macchinari, magazzino e laboratorio qualità, mentre modelli di intelligenza artificiale prevedono eventuali rischi di guasti e le oscillazioni della domanda, prodotto per prodotto. È qui che l’Internet of Things mostra il suo vero volto: non un gadget tecnologico, ma la trama invisibile che tiene insieme dati, persone e processi.

L’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano sintetizza così questa fase: il mercato italiano dell’IoT è “una realtà consolidata e sempre più pervasiva”, capace di incidere tanto sul mondo industriale quanto sui servizi e sulla vita quotidiana. Anzi, ancora di più su questo secondo fronte, trasformando le interazioni e i comportamenti negli atti di ogni giorno . Ed è proprio partendo da questa pervasività che si capisce perché, senza IoT, non solo la fabbrica 5.0 resterebbe un mero esercizio di stile, ma anche la nostra vita sarebbe completamente diversa de meno immediata.

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Crescita senza fine

Nel 2024 il mercato dell’Internet of Things in Italia ha raggiunto 9,7 miliardi di euro, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente, con 155 milioni di oggetti connessi attivi, più di due dispositivi e mezzo per abitante. Se poi immaginiamo l’andamento divaricato tra l’espansione degli oggetti connessi e la decrescita demografica nazionale, possiamo avere idea di come questa percentuale abbia ampi margini di aumento. È un ecosistema ormai vicino alla soglia simbolica dei 10 miliardi di euro di valore, che si muove più velocemente del digitale nel suo complesso e che poggia sempre più sui servizi: 4,2 miliardi di euro, il 43% del mercato, derivano proprio da piattaforme software, analisi dei dati, manutenzione e nuovi modelli di business.

Dentro questi numeri, la Smart Factory ha un ruolo sempre più di primo piano. Per la prima volta nel 2024 ha superato il miliardo di euro, attestandosi a 1,04 miliardi, con una crescita del 15% anno su anno. Significa che l’industria sta facendo sul serio: otto grandi imprese manifatturiere su dieci hanno avviato almeno un progetto di Industrial IoT, contro il 66% di cinque anni fa.

Dietro la sigla IoT industriale ci sono casi molto concreti. Una linea di assemblaggio dotata di sensori vibrazionali e termici che alimentano algoritmi di manutenzione predittiva; carrelli a guida automatizzata e robot mobili che si muovono guidati da una rete 5G privata, in dialogo continuo con il sistema di gestione del magazzino; piattaforme che incrociano dati di produzione, ordini e giacenze per suggerire in anticipo gli approvvigionamenti, riducendo stock e fermi. Non è un caso che, tra le aziende che hanno già avviato progetti 4.0, le applicazioni più diffuse riguardino proprio la manutenzione predittiva e l’ottimizzazione della produzione, considerate prioritarie da oltre sei imprese su dieci.

La transizione verso la fabbrica 5.0, però, non è ancora compiuta. Il nuovo Piano Transizione 5.0, che dovrebbe spingere investimenti orientati anche alla sostenibilità e al benessere dei lavoratori, fatica a decollare: solo una grande azienda su due e una media su tre dichiarano di aver avviato iniziative in chiave 5.0. Il paradosso è che la tecnologia esiste, gli incentivi pure, ma il salto culturale – ripensare l’organizzazione attorno a dati, persone e algoritmi cooperanti – è più lento del previsto.

La normalità quotidiana

Ma l’economia dell’IoT si allarga ben oltre i cancelli delle fabbriche. Gli ambiti legati alle auto connesse e alle utility restano i primi per fatturato, con valori paragonabili attorno a 1,6 miliardi di euro, seguiti dallo Smart Building (1,4 miliardi). Insieme compongono un terzo del mercato e raccontano un’altra faccia della trasformazione: veicoli connessi che dialogano con le flotte e i sistemi assicurativi, contatori intelligenti per energia, gas e acqua che abilitano tariffe dinamiche e nuovi servizi all’insegna del risparmio, edifici che regolano illuminazione e climatizzazione in base alla presenza effettiva delle persone.

Ma è nella combinazione tra questi mondi che si intravedono i trend più interessanti. La Fabbrica 5.0 non vive isolata: si collega alle comunità energetiche rinnovabili, usa smart meter e piattaforme IoT per modulare i consumi in base ai picchi di produzione da rinnovabili, dialoga con sistemi logistici altrettanto connessi che tracciano merci, mezzi e temperature. In questo scenario, la connessione IoT con il suo patrimonio di dati diventa moneta di scambio tra attori diversi.

Ora l’intelligenza artificiale si candida come moltiplicatore di valore. L’Osservatorio del Politecnico sottolinea come l’AI sia “al primo posto tra le tecnologie che le aziende desiderano integrare con l’Internet of Things”: più della metà delle grandi imprese e un terzo delle medie con progetti IoT ha già sperimentato soluzioni di AI all’interno di queste iniziative. Non si tratta solo di dashboard un po’ più sofisticate: nelle fabbriche italiane iniziano ad apparire modelli che prevedono il tasso di scarti in base ai parametri di processo, suggeriscono cambi di formato per rispondere a improvvise variazioni della domanda, adeguano automaticamente la velocità delle linee per rispettare i target di consegna.

La stessa logica si applica alla previsione delle vendite e delle forniture. L’integrazione tra sensori lungo la supply chain, sistemi di tracciabilità IoT sui pallet, dati di vendita provenienti dai canali fisici e digitali consente di alimentare modelli previsionali molto più accurati. In chiave 5.0, questo non serve solo ad “ottimizzare il magazzino”, ma a rendere l’intera catena più resiliente: evitare sovrapproduzioni, ridurre sprechi, pianificare turni e approvvigionamenti con maggiore attenzione al benessere delle persone e all’impatto ambientale.

Competenze da aggiornare

Resta il nodo, non secondario, delle competenze. L’Osservatorio evidenzia come molte amministrazioni e imprese segnalino la mancanza di skill come principale freno alla diffusione di progetti IoT avanzati, in particolare in ambito Smart City, dove quasi la metà dei comuni indica la carenza di competenze come ostacolo all’avvio e al consolidamento delle iniziative. È un tema che incrocia direttamente la Fabbrica 5.0: senza tecnici capaci di interpretare i dati, integratori che sappiano far dialogare Ot e It, manager in grado di ragionare per scenari basati su modelli previsionali, l’IoT rischia di rimanere un insieme di isole tecnologiche.

Eppure il quadro complessivo è di un mercato maturo, che ha superato la fase pionieristica e ora si gioca la partita dell’impatto sistemico. Come sintetizza un commento alla ricerca del Politecnico, l’Italia è “un Paese in cui quasi sei cittadini su dieci hanno almeno un oggetto smart in casa, otto grandi manifatture su dieci hanno progetti Industrial IoT e due ambiti chiave, Smart Factory e Smart City, hanno superato la soglia del miliardo di euro”.

L’economia dell’IoT, insomma, non è più lo sfondo della trasformazione digitale: è il motore che sta ridefinendo la fabbrica, i servizi, le città. La sfida dei prossimi anni sarà capire se l’Italia saprà usare questa infrastruttura di sensori, connessioni 5G, robotica e intelligenza artificiale non solo per produrre meglio, ma per costruire un modello 5.0 davvero competitivo e sostenibile. (P.Sol.)

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