Intervento

Invisibili all’AI, invisibili al mercato. Il rischio che i direttori marketing non possono più ignorare

La ricerca conversazionale non restituisce liste di risultati. Sceglie un vincitore. E le aziende escluse dalle risposte non hanno una seconda chance

di Ale Agostini*

 (Adobe Stock)

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Qualcosa di strutturale è cambiato nel modo in cui le persone prendono decisioni d’acquisto. Non è un aggiornamento algoritmico, non è una nuova funzionalità di Google o di Instagram. È una rottura del modello che ha governato la ricerca informativa dal 2001 in avanti.

Il consumatore, sempre più attento all’uso del suo tempo, ha smesso di selezionare opzioni da una lista infinita di link. Oggi prepara e talvolta delega la decisione a modelli linguistici come ChatGPT, Gemini o Claude, esigendo risposte immediate e definitive. E quei modelli fanno risparmiare molto tempo all’utente che, invece di scorrere cinque o dieci risultati, legge una o forse due risposte.

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La magnitudine di questo cambiamento è epocale. Un calo di posizionamento su Google classico rappresenta un problema tecnico. L’esclusione dalle risposte dell’AI decreta la non rilevanza immediata e nel medio termine un’estinzione commerciale.

Il potere di scelta è passato di mano

I numerosi cambiamenti nel search e nel digitale degli ultimi vent’anni modificavano le regole tecniche, ma lasciavano intatto un equilibrio fondamentale: l’utente cercava, il motore restituiva link, l’utente investiva tempo per scegliere, ma manteneva il potere di scelta. L’AI conversazionale ha rotto quell’equilibrio. L’algoritmo suggerisce poche opzioni e influenza la decisione finale al posto del consumatore. Da una recente ricerca condotta per un cliente su un campione di 1.000 acquirenti B2B è emerso che, per il 35% degli intervistati, i suggerimenti dell’AI incidono in modo concreto sulla decisione finale d’acquisto. Un brand escluso dalla risposta dell’AI non è in seconda pagina. Non esiste nel radar del potenziale cliente e mette in dubbio la rilevanza anche sui clienti che lo conoscono.

La SEO non è obsoleta. L’immobilità sì

Una delle domande più frequenti nelle aziende è se gli investimenti SEO accumulati negli anni abbiano ancora senso. La risposta è sì, in quanto SEO e GEO hanno diverse aree di contatto, ma con una condizione. Chi possiede un’architettura SEO solida possiede il terreno migliore per imporre la propria identità all’AI. Il rischio vero è nell’immobilità e nella scelta di non decidere e aspettare alla finestra.

La Generative Engine Optimization si integra alla SEO e la prolunga verso un nuovo livello. I contenuti autorevoli, la struttura tecnica del sito, la reputazione digitale costruita nel tempo diventano i segnali che i modelli generativi usano per decidere chi citare. Chi ha già investito in questo patrimonio parte avvantaggiato. Chi si ferma ora, rischia di restare con nulla in mano.

La reputazione a colpo singolo: la “One-Shot Brand Reputation”

Nella ricerca conversazionale esiste solo la risposta, mentre non esiste una seconda pagina dei risultati in cui sperare di essere ripescati. L’utente riceve una raccomandazione, al massimo due o tre. Stop, fine della trasmissione. Un’omissione da parte dell’AI a favore dei concorrenti si traduce in una perdita immediata di rilevanza e a tendere di quota di mercato.

Questo azzera i margini di errore. E impone un cambio di approccio concreto e deciso dai vertici aziendali.

Cosa deve fare un direttore marketing, adesso?

La priorità è capire dove e come il proprio brand compare oggi nelle risposte dei principali modelli AI, e dove non compare quando dovrebbe esserci. Non è un’analisi una tantum: è un monitoraggio continuativo, perché quei modelli si aggiornano e cambiano le loro fonti di riferimento.

Il secondo livello è la coerenza del dato a livello di brand. L’AI, che risponde anche quando non ha tutte le info, aggrega informazioni da decine di fonti: sito ufficiale, articoli di stampa, recensioni, profili social, directory di settore. Se queste fonti si contraddicono, o se alcune sono incomplete, il modello colma i vuoti con approssimazioni. Con brutte conseguenze: la brand integrity sull’AI prende fischi per fiaschi, il brand perde controllo sulla propria narrativa proprio nel momento in cui qualcuno si interessa a lui.

Il terzo livello è la produzione di contenuti progettati per rispondere a domande specifiche, non per posizionarsi su keyword generiche. I modelli generativi cercano risposte e frammenti di contenuto che vanno al punto, non pagine di aziendalese, lunghe e noiose che nessuno più ha tempo e voglia di leggere. Un brand che struttura i propri contenuti attorno a domande reali del proprio pubblico aumenta la probabilità di essere la risposta e la fonte autorevole nel suo settore.

La posta in gioco non è il posizionamento su Google. È la presenza o l’assenza nel momento esatto in cui un potenziale cliente chiede a un’AI cosa comprare, quale servizio scegliere, a quale azienda affidarsi. Chi affrontata questa nuova sfida oggi parte in vantaggio verso la concorrenza, chi dorme ha già perso terreno prezioso.

 CEO di AvantGrade, autore del libro “Essere la Risposta”

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