Sud Africa

Investec Cape Town Art Fair: consolidamento e nuove rotte del collezionismo

Con 126 gallerie e 34 mila visitatori, la fiera si conferma piattaforma strategica tra crescita internazionale, maturazione del mercato locale e centralità delle gallerie africane

di Maria Adelaide Marchesoni

A sinistra: Themba Sibeko, «The Golden Waiting Room», 2023-2024 - Acrilico su tela (Courtesy: Wunika Mukan Gallery - Lagos). A destra: Ayotunde Ojo, «Stale Wine», 2022 - Mixed media su tela, 121,9 × 121,9 cm (Courtesy: Southern Guild)

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All’Investec Cape Town Art Fair, principale appuntamento artistico di Città del Capo, la sensazione è che qualcosa si sia sottratto alla standardizzazione che domina il circuito globale. In un calendario internazionale dove molte fiere finiscono per assomigliarsi — stessi nomi, stesse gallerie, stessi artisti blue chip — qui il baricentro si sposta. Meno prevedibilità, più scoperta.

A Città del Capo il ritmo cambia. Il mercato c’è, naturalmente, ma non assorbe tutto lo spazio. Le conversazioni non si esauriscono nella trattativa; si allungano in scambi critici, confronti tra artisti, dialoghi tra scene diverse. La dimensione relazionale — non solo commerciale — è parte integrante dell’esperienza. Ciò che distingue la fiera è un senso tangibile di scoperta verso pratiche e prospettive meno allineate ai gusti dominanti del mercato occidentale. Qui l’Africa non è una sezione curatoriale. Il suo posizionamento è diverso: una città segnata da stratificazioni storiche profonde, una scena che rifiuta l’omologazione e una rete di gallerie che lavora tra radicamento locale e apertura internazionale.

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Questo dinamismo, tuttavia, convive con una società segnata da profonde disuguaglianze e dall’eredità dell’apartheid e con alcune fragilità strutturali. La cancellazione del Padiglione sudafricano alla Biennale di Venezia non restituisce un’immagine solida del Paese sul piano istituzionale. Se da un lato il mercato e l’iniziativa privata mostrano vitalità e capacità organizzativa, dall’altro emergono criticità nella rappresentanza culturale ufficiale. È un contrasto che rende ancora più evidente il ruolo delle piattaforme indipendenti e delle fiere come questa nel sostenere la visibilità internazionale degli artisti sudafricani. In questo scenario, la fiera assume un peso che va oltre il mercato: è la dimostrazione che l’ecosistema riesce a garantire continuità, visibilità e connessioni internazionali laddove il fronte istituzionale mostra crepe strutturali.

Themba Sibeko, «The Golden Waiting Room», 2023-2024 - Acrilico su tela (Courtesy: Wunika Mukan Gallery - Lagos)

Cape Town una tappa imprescindibile

Diretta da Laura Vincenti e prodotta da Fiera Milano Exhibitions Africa (FMEA), una sussidiaria interamente controllata dal Gruppo Fiera Milano, con il gruppo finanziario Investec in qualità di sponsor principale, la tredicesima edizione — svoltasi dal 20 al 22 febbraio presso il Cape Town International Convention Centre (CTICC) — ha riunito 126 gallerie provenienti da 34 città, di cui 42 al loro debutto, presentando oltre 490 artisti e accogliendo circa 34 mila visitatori.

La presenza in fiera spaziava da realtà locali a gallerie di Kampala, Lusaka e Lagos, insieme a spazi sperimentali radicati nei quartieri creativi di Città del Capo, con una proposta di opere che partiva da 600 euro fino a cifre prossime ai 250 mila euro. Undici le sezioni curate: Tomorrows/Today, dedicata agli artisti emergenti e sotto rappresentati; SOLO, con presentazioni mirate; Generations, che promuove il dialogo intergenerazionale; Connect, che mette in evidenza istituzioni culturali impegnate nella salvaguardia e nel sostegno della pratica artistica, dell’istruzione e della produzione, tra cui lo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa e la Norval Foundation.

In questo contesto, segnato da una crescente attenzione internazionale verso la produzione del continente, il dibattito si concentra anche sui fattori che stanno trainando tale evoluzione. “La presenza sempre maggiore di artisti africani o della diaspora in musei e mostre internazionali - afferma la direttrice Laura Vincenti - ha sicuramente contribuito ad accrescere l’attenzione verso l’Africa. L’ondata un po’ modaiola della cosiddetta ‘arte africana’ si sta gradualmente attenuando, lasciando spazio a un consolidamento del mercato attraverso acquisizioni in collezioni importanti nel mondo” sottolinea la direttrice.

La specificità della fiera emerge proprio in questa fase di consolidamento: “È l’unica fiera internazionale di arte contemporanea nel continente africano. Rappresenta una piattaforma culturale di scambio tra artisti, gallerie, collezionisti e curatori provenienti da tutto il mondo ed è un’occasione unica per individuare un linguaggio comune tra produzioni nate in Paesi geograficamente distanti, ma accomunati da tessuti storici, sociali e politici simili” prosegue Vincenti.

Anche il profilo del collezionismo riflette questa doppia dimensione, locale e globale: “Entrambi i livelli sono presenti. Un numero crescente di collezionisti internazionali ha ormai inserito Cape Town tra le fiere da non perdere, contribuendo alla crescita della manifestazione; parallelamente, il collezionismo locale è maturato in modo organico insieme alla fiera, sostenendo gli artisti sudafricani e contribuendo allo sviluppo del sistema dell’arte del Paese” conclude Laura Vincenti.

Ayotunde Ojo, «Stale Wine», 2022 - Mixed media su tela 48 × 48 in | 121.9 × 121.9 cm (Courtesy: Southern Guild)

Focus sulle gallerie africane

Nella sezione principale, Southern Guild presenta, accanto ai potenti ritratti fotografici di Zanele Muholi (edizioni di 8, da 25 mila dollari), le opere di giovani artisti come Bonolo Kavula (1992, Kimberley, vive e lavora a Città del Capo), che rielabora l’incisione oltre i confini tradizionali utilizzando filo e tessuto shweshwe per creare superfici astratte attraverso un processo ripetitivo e meditativo, evocando temi di colonialismo, memoria familiare e trasformazione (prezzi da 14 mila dollari), e Ayotunde Ojo (1995), le cui grandi tele – ispirate all’intimità quotidiana e al linguaggio silenzioso dei gesti – sono proposte a 18 mila dollari.

Dan Halter, «The DNA of The Electronic Revolution», 2025 - Hand woven archival ink-jet prints - 149 x 57 x 12 cm - 58 5/8 x 22 1/2 x 4 3/4 in Edition of 2 (#2/2) (Courtesy: Dan Halter and WHATIFTHEWORLD Gallery)

Da What if the world, galleria di base a Cape Town, Dan Halter, nato in Zimbabwe nel 1977 e oggi attivo a Città del Capo, riflette sulla propria condizione diasporica: attraverso materiali e linguaggi legati all’artigianato, oltre a fotografia e video, indaga l’identità nazionale dislocata e le tensioni dello Zimbabwe postcoloniale in una prospettiva africana più ampia (prezzi da 5 mila a 20 mila euro). Il simbolismo tradizionale dell’Africa occidentale radicato nella cosmologia Yoruba e plasmato dall’esperienza della diaspora si fonde con l’audace chiarezza dell’arte grafica nei dipinti di Abe Odedina (classe 1960), presentato da O’Da Art (Lagos, Nigeria, fondata nel 2020; prezzi 4 mila dollari dipende dalle dimensioni).

Yagazie Emezi, «Tradition will go to heaven», 2025 - Stampa su tela ricamata su tessuto di canapa - 60 × 157 cm (Courtesy: l’artista e Kó-artspace)

Altra galleria nigeriana Kó-artspace presenta diversi artisti che attraverso la pittura, il tessuto e il collage fotografico, ridefiniscono narrazioni che esplorano storie alternative e la rappresentazione delle donne. Tra queste Yagazie Emezi (classe 1989) crea opere multimediali in tessuto che esplorano motivi indigeni e l’eredità del design Uli, una forma d’arte storicamente praticata dalle donne (prezzi da 7.500 dollari), sono dipinti astratti quelli di Deborah Segun (Nigeria, 1994) che riflettono sull’armonia geometrica della mente e del corpo (prezzi da 2 mila dollari), mentre Mobolaji Ogunrosoye (Nigeria,1991) realizza collage dalla forma femminile per creare strati frammentati che suggeriscono complessità e profondità psicologica (prezzi da 5 mila dollari).

La pratica artistica di Dimakatso Mathopa, (Mpumalanga nel 1995, vive e lavora a Johannesburg) affonda le sue radici nella fotografia e nell’incisione trasformando i suoi autoritratti concettuali in stampe ciano-tipiche nella serie «Individual Beings Moving (IBM)», in corso dal 2023, ogni opera è unica realizzata con colori a guachi su acetato incorniciato tra due pannelli di vetro su un supporto in legno (da Afronova gallery, prezzi da 4.800 euro).

Barry Yusufu - «SOLO», Dipinto della serie «Where We Left Love» (Courtesy: the artist, 99 Loop Gallery & Virginia Damtsa)

Tra le proposte di 99 Loop Gallery, fondata nel 2015 con focus sulla pittura, i dipinti dalle figure luminose e baciate dal sole di Barry Yusufu (1996) artista nigeriano il cui percorso nasce nel 2017 dal disegno di familiari e amici e si sviluppa rapidamente attorno al ritratto come strumento di affermazione identitaria. In questi anni, i suoi ritratti hanno ricevuto riconoscimento da parte di istituzioni e collezioni private (prezzi da 4 mila euro per i formati piccoli fino a 16 mila euro per quelli più grandi).

La presenza italiana

Ad Investe Art Fair non mancava la rappresentanza italiana. C’è chi ha puntato sul solo show come Giovanni Bonelli (Milano) presentando all’interno della sezione Tomorrows/Today curata da Mariella Franzoni, i lavori di Chiara Calore (classe 1994) la cui pittura gioca con la sovrapposizione e la fusione di elementi figurativi molto diversi: personaggi, animali, simboli visivi storici e visioni surreali si combinano in composizioni ricche e complesse dove i riferimenti alla storia dell’arte occidentale, in particolare ai pittori fiamminghi, vengono rielaborati e diventano immagini contemporanee (spesso tratte dal web), producendo composizioni in cui il passato dialoga con il presente (prezzi da 1.400 euro). Altre gallerie come Francesco Pantaleone Arte Contemporanea (Palermo) ha presentato una collettiva di sole donne con una forte visione sociale e politica, vicina all’attivismo. “La risposta del pubblico - spiega il fondatore - è stata davvero positiva, c’è stato molto interesse, qualche vendita e tantissime foto in particolare per «Margherita» di Claire Fontaine e per i tappeti/frasi di Loredana Longo (11 mila euro per un tappeto di Loredana Longo e 29 mila euro per le opere di Claire Fontaine). Torna per la quinta volta Cellar Contemporary di Trento che ha presentato l’artista sudafricana di cultura Ndebele, Zana Masombuka (1995) che nei suoi lavori opera una sintesi di fotografia, pittura e performance, trasformando alcuni piccoli elementi materiali come perline e monete in potenti simboli identitari.

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