lettera al risparmiatore

Intesa, la leva dell’assicurazione a sostegno dei proventi operativi

di Vittorio Carlini

6' di lettura

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I grafici e le tabelle di presentazione del bilancio del 2018 d’Intesa Sanpaolo sono molteplici. Tra questi ce ne sono alcuni più significativi di altri. Così è per quelli da cui può desumersi l’andamento delle varie divisioni del gruppo secondo le diverse voci di conto economico: dall’utile netto al risultato della gestione operativa fino ai proventi operativi netti.

A ben vedere, proprio i proventi operativi netti costituiscono un indicatore interessante. Nello scorso esercizio si sono assestati a 17,87 miliardi in leggero rialzo rispetto al 2017 (+0,2%). Orbene: secondo le tabelle in oggetto i ricavi generati dalla “Banca dei territori” (-1,1%), analogamente a quelli del “Private banking”(-2,5%) e dell’ “Asset management” (-8,7%), sono scesi rispetto a due anni fa. Opposta, invece, la situazione del “Corporate e investment banking” (+9,3%), delle “International Subsidiary banks” (+1,1%) e della divisione assicurativa (+3,7%). Qui i ricavi sono cresciuti.

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Ricavi e bancassurance
In particolare, tra i vari dati sottolineati, quello della divisione “Insurance” ha una peculiare valenza segnaletica. Rappresenta, anche numericamente, una delle priorità dell’istituto: il focus sulla bancassurance. Certo le strategie di sviluppo, come indicato nel business plan 2018-2021, sono diverse: dalla continua riduzione del profilo di rischio al calo dei costi fino allo sviluppo digitale e alla spinta su risparmio gestito e corporate banking. Inoltre la citata “Banca dei territori” è sì contraddistinta da ricavi in discesa, ma ha aumentato il suo utile netto (+7,2%). Di conseguenza ha contribuito a fare salire quello consolidato di gruppo a 4,05 miliardi (erano stati 3,81 miliardi i profitti normalizzati nel 2017). Con il che può obiettarsi: concentrarsi sui proventi operativi può essere limitativo. Ciò detto però, negli ultimi anni, gli esperti in primis hanno soprattutto guardato al miglioramento della qualità dell’attivo delle banche italiane. E poi, valutando le maggiori efficienze, si sono soffermati sulla loro redditività. Tutte caratteristiche essenziali, per carità! Ma l’andamento del margine d’intermediazione è finito troppo sullo sfondo. Comprenderne prospettive e potenzialità, al contrario, è essenziale.

In tal senso Intesa, proprio nel piano d’impresa, da un lato ha ritagliato un’ampio spazio al tema dei ricavi; e, dall’altro,ha indicato l’ “Insurance” tra le leve per sostenerli. La volontà, oltre all’esistente business nel Vita, è crescere soprattutto nel ramo Danni “non motor” con l’obiettivo di diventare la prima compagnia in Italia per soluzioni diverse dal comparto veicoli dedicate al retail. L’impegno è, dapprima, sui prodotti: dal focus su famiglie e Pmi fino all’ampliamento delle soluzioni offerte (ad esempio nei segmenti Casa e Salute). Poi c’è la strategia distributiva. Qui, tra le altre cose, sono stati introdotti circa 220 specialisti “Tutela” e c’è stato il rebranding delle filiali in “Banca Assicurazione”. Infine, va ricordato il rafforzamento della gestione dei sinistri e della post-vendita. Il tutto per contribuire ad arrivare, nel 2021, a 1,6 miliardi di proventi operativi generati della divisione assicurativa nel suo complesso.

La concorrenza
Sennonché a fronte di una simile strategia il risparmiatore esprime un dubbio. Il mondo dell’ “insurance” è da molte banche considerato una sorta di “Eldorado”. Quindi è ipotizzabile una concorrenza che, unitamente a quella delle compagnie assicurative, può costituire un limite allo sviluppo di Intesa su questo fronte. Il gruppo non condivide la preoccupazione. In primis perchè, è l’indicazione, il settore Danni “non motor”, in Italia, è sottopenetrato. Quindi c’è lo spazio per crescere. Inoltre, dice sempre la società, la concorrenza degli altri istituti finanziari è teorica: ciascuna realtà, infatti, guarda alla propria clientela. Infine, rispetto alle compagnie assicurative, Intesa sottolinea il vantaggio che le banche hanno nel canale distributivo grazie alla rete di filiali sul territorio. Una caratteristica che, tra le altre cose, consente loro un forte contatto con il cliente. Intesa, in conclusione, non vede particolari problemi sul tema in oggetto.

Il margine d’interesse
Fin qui la bancassurance. E tuttavia, rimanendo tra le componenti del margine d’intermediazione, lo sguardo deve volgersi al margine d’interesse. Il “Net interest income”, a fine 2018, è risultato in calo. L’andamento, a ben vedere, è stato causato dalle componenti finanziarie (quelle commerciali, volumi e spread, sono salite). Dapprima c’è stato l’effetto legato al miglioramento della qualità degli attivi: il calo dei crediti problematici ha giocoforza ridotto gli interessi ad essi legati. Il loro venire meno tuttavia, a livello di utile pre-tasse, è in larga misura controbilanciato dalla corrispondente diminuzione delle rettifiche. Oltre a ciò, poi, il margine d’interesse è stato influenzato dalla strategia della banca sul portafoglio bancario dei titoli di reddito fisso. Al 31 dicembre scorso valevano intorno a 80 miliardi di cui circa 65 miliardi in governativi. Di quest’ultimi i BTp erano circa 30 miliardi. Orbene: nella prima parte del 2018 Intesa ha diminuito l’esposizione al debito pubblico italiano. Il che ha ridotto il rendimento del portafoglio stesso. A fine anno, e in avvio del 2019, la quota di BTp è stata però nuovamente aumentata, consentendo rendimenti maggiori. A fronte di cio, unitamente all’impegno sugli impieghi (soprattutto nel corporate), Intesa stima il margine interesse del 2019 in rialzo sul 2018.

Il mondo delle commissioni
Dal “Net interest income” alle commissioni nette. Queste, oltre all’attività bancaria commerciale (dai servizi d’incasso e pagamento fino ai bancomat e i c/c), sono per circa il 50% appannaggio dell’ “Insurance” e del risparmio gestito in senso lato.

Già, il risparmio gestito in senso lato. Questo è un altro focus dell’istituto che ha molteplici iniziative in campo: dal rafforzamento delle fabbriche prodotto e della distribuzione fino alla spinta sul private banking e all’espansione internazionale (hub in Svizzera e crescita in Cina).

Rispetto a questo tema però, considerando lo stesso calo delle “net fee” nel 2018, ricorda un aspetto: il risparmio gestito, anche per l’attesa applicazione della Mifid2, può vedere i propri margini finire sotto pressione. Il che potrebbe incidere negativamente sullo sviluppo dell’attività delle banche nel comparto, Intesa compresa. L’istituto professa ottimismo. Una pressione, viene spiegato, potrebbe arrivare dalla normativa che individua la nuova struttura commissionale. Questa però non coinvolge la banca in quanto, come ad esempio nelle commissioni di “over performance”, Intesa da tempo si è adeguata alla legislazione. Altro tema, invece, è la maggiore trasparenza voluta dalla Mifid2. In questo caso tuttavia, dice sempre la società, l’impatto sulle “upfront fee” è stato già considerato nel piano d’impresa al 2021. In conclusione, quindi, la banca si dice tranquilla e pronta a gestire la situazione.

Al di là di ciò, tuttavia, può ulteriormente sottolinearsi che, in generale, la crescita media annua ponderata (Cagr)delle commissioni prevista, nell’arco di piano, è del 5,5%. Un valore distante dal calo concretizzato nel 2018. Intesa, consapevole della situazione, ribatte che se il contesto dei mercati si normalizza, come appare in questo inizio di anno, c’è la possibilità di riportare la voce contabile sul sentiero di crescita indicato nel piano d’impresa stesso. Anche perchè, come ricordano diversi esperti, a fine 2018 la banca aveva 60-65 miliardi di liquidità in eccesso della clientela parcheggiata nei conti deposito. Una somma cui l’istituto può guardare per incrementare gli Asset Under Management. Ciò detto il gruppo, in generale, conferma comunque il Cagr del 4%, sempre nell’arco di piano, per i ricavi. Questo significa, secondo gli esperti, che nell’ipotesi in cui il mondo commissionale non desse il risultato sperato, potranno con più forza essere perseguite le azioni aggiuntive nel corporate banking già previste nel business plan. Ad esempio: il focus sull’erogazione di credito a medio-lungo periodo ad imprese multinazionali. Senza dimenticare, peraltro, che eventualmente potrebbe ulteriormente accelerarsi lo stesso settore del bancassurance.

Costi e qualità degli attivi
Fin alcune considerazioni sulle strategie di crescita. Altra priorità, tuttavia, rimane il miglioramento della qualità degli attivi. Lo stock di crediti deteriorati lordi è calato da 52,1 miliardi di fine 2017 ai 36,5 miliardi del 31/12/2018. Intesa, da parte sua, indica di essere circa un anno in anticipo rispetto agli obiettivi di piano. Il quale, va ricordato, individua il target al 2021 di 26,4 miliardi di crediti deteriorati . Il costo del rischio di credito, infine, si è assestato a 61 punti base (erano 81 basis point un anno prima). Insomma: le Nps calano. Così come scendono gli oneri operativi. Il totale dei costi è diminuito del 3,6%. Un dato che ha permesso al Cost/income di scendere al 53%. A fronte di un simile contesto Intesa conferma per fine 2019 l’utile netto in rialzo grazie all’incremento dei ricavi, la riduzione degli oneri operativi e il calo del costo del rischio.

IL GRUPPO INTESA SANPAOLO IN NUMERI

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