Gestione Aziendale

Intelligenza artificiale nelle Pmi italiane, la sfida delle competenze e della governance per non restare indietro

Nonostante il potenziale, l’adozione dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane resta limitata da carenze formative e difficoltà organizzative

di Gianni Rusconi

«Intelligenza artificiale e competitività – Guida operativa delle imprese» di Stefano da Empoli, presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com), e Luca Gatto, senior manager di Sace e docente alla Luiss Business School.

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L’intelligenza artificiale non è più un’opzione sperimentale ma un fattore competitivo che incide su produttività, ricavi e posizionamento internazionale: lo confermano una molteplicità di studi. Eppure, nel sistema produttivo italiano, l’adozione dell’AI pare procedere a velocità ridotta, soprattutto nelle Pmi, che pure rappresentano l’ossatura dell’economia nazionale. A frenare sono soprattutto le competenze in ambito digitale, che risultano ancora limitate in una buona porzione delle aziende medie e piccole. Il rischio per l’ecosistema delle imprese è duplice: perdere ulteriormente terreno rispetto ai principali competitor internazionali e rinunciare a una spinta decisiva su crescita e capacità di affrontare la transizione demografica e digitale. Ed è in questo contesto che si inserisce Intelligenza artificiale e competitività – Guida operativa delle imprese (Egea, 2025), volume firmato da Stefano da Empoli, presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com), e Luca Gatto, senior manager di Sace e docente alla Luiss Business School.

Il libro propone un percorso strutturato in otto passaggi per accompagnare imprenditori e manager nell’introduzione consapevole dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali, superando l’approccio episodico e sperimentale che ancora caratterizza molte iniziative e mettendo a fuoco il vero nodo all’adozione della tecnologia, ovvero sia l’execution. Competenze, governance, integrazione organizzativa, gestione dei rischi e conformità regolatoria sono temi centrali per tutti, management in primis, in una fase in cui l’Europa prova a coniugare innovazione e regole e le imprese sono chiamate a trasformare l’AI da promessa tecnologica a fattore concreto di vantaggio competitivo. Ne abbiamo parlato con i due autori.

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Nel libro si parla del rischio di adozione “episodica”: qual è l’errore più frequente che i manager commettono quando avviano progetti di AI?

Immaginare che la tecnologia sia la questione cruciale mentre contano molto di più l’organizzazione e la formazione, partendo dalle esigenze concrete dell’azienda. Ed è per questo motivo che ogni progetto di adozione deve essere tagliato su misura.

I dati mostrano un incremento medio dei ricavi del 12% per le imprese che adottano la tecnologia. In quali funzioni aziendali questo impatto è oggi più misurabile e dove, invece, si tende a sovrastimarne i benefici?

Naturalmente è più facile misurarlo nel marketing e nelle vendite ma in realtà è importante non perdere mai di vista il fatto che i benefici potenziali sono trasversali e possono interessare tutte le funzioni aziendali.

Il vostro framework suggerisce che l’AI è anche una scelta organizzativa, oltre che tecnologica. Da dove occorre partire per vincere questa sfida?

Come detto prima, occorre partire dalle esigenze dell’impresa e perché questo accada deve essere chi guida l’azienda a prendere l’iniziativa, assumendosi la responsabilità dei cambiamenti necessari. Il consiglio è quello di iniziare da pochi progetti testabili, in modo tale da poterli validare, attuare e misurarne i risultati con la dovuta precisione, ed eventualmente poterli poi scalare ad altri dipartimenti e per ulteriori task qualora l’esito sia positivo.

La carenza di competenze emerge come principale barriera: perché la formazione sull’AI fatica a entrare nelle priorità strategiche delle aziende?

In parte deriva da un’adozione ancora contenuta, che nel 2025 era nell’ordine medio del 16,4% del totale delle imprese italiane, ma le rilevazioni ci dicono che anche nei casi virtuosi i progetti di formazione non sono tanti quanti ci si aspetterebbe. In parte deriva da un’offerta inadeguata di formazione del sistema e i motivi principali a mio avviso sono due. In considerazione del fatto che l’AI è apparentemente di facile usabilità, ci si concentra più sull’investimento in tecnologia che sulle risorse umane necessarie a ottimizzarne l’utilizzo. Non aiuta peraltro che siano dipartimenti diversi a occuparsi dell’uno e dell’altro e di conseguenza l’intelligenza artificiale viene spesso trattata come l’ennesimo software che entra nel perimetro aziendale. Passando al secondo fattore, vista la rapida evoluzione tecnologica e l’arrivo di nuove applicazioni a getto continuo, si ha il classico effetto spaesamento sulla formazione da erogare.

Sull’adozione dell’AI pesa anche il gap dimensionale delle imprese italiane: flessibilità, specializzazione e distretti non possono diventare un vantaggio competitivo, anziché esserne un limite?

Crediamo che la flessibilità delle imprese italiane intesa come capacità di adattamento alle circostanze esterne da un lato, e agilità di esecuzione dall’altro, possa costituire un vantaggio competitivo essenziale. L’importante, però, è che il piccolo imprenditore, quasi mai uno specialista delle tecnologie, sia messo in condizione di capire il tipo di interventi necessari per un’adozione di successo dell’AI. Ed è appunto da questa premessa che abbiamo pensato di fornire un piccolo aiuto attraverso il nostro libro.

L’AI Act introduce nuovi obblighi di governance e compliance. C’è il rischio che la normativa venga percepita dalle imprese come un freno?

Sicuramente è un rischio reale, anche al di là del fatto che lo sia davvero. Ma in questo genere di situazioni, soprattutto per le imprese che non dispongono di ingenti risorse legali interne o esterne, la percezione conta moltissimo, aiutata dalle molte ambiguità inevitabilmente contenute in un testo normativo estremamente esteso.

Se doveste indicare una priorità concreta per i prossimi 12–18 mesi, quale investimento o strategia dovrebbe mettere in agenda un manager che vuole rendere l’AI una leva strutturale di competitività?

Innanzitutto, dovrebbe capire in quali aree e con quali strumenti l’intelligenza artificiale è in grado di aumentare la competitività della propria impresa. L’informazione è la prima base e può essere ottenuta leggendo ma anche seguendo conferenze o corsi oppure ancora attraverso il passaparola e il confronto con i propri “peer”. In questo senso, il ruolo delle associazioni imprenditoriali, replicato a livello più locale e specializzato dai distretti, è a mio parere essenziale per diffondere best practices ma anche errori comuni da evitare.

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