Democrazia digitale

Intelligenza artificiale, i giovani vogliono avere voce in capitolo

La Stanford University rileva una concentrazione di potere sull’Ai. E le giovani generazioni vogliono dire la loro

di Paolo Venturi

La gente fa la fila per votare fuori da un seggio elettorale durante le elezioni parlamentari ungheresi a Budapest, Ungheria, il 12 aprile 2026. Molti i giovani, i quali  dopo il voto sono scesi in piazza a festeggiare l’esito del voto (REUTERS/Elisabeth Mandl)

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

L’AI Index Report 2026 di Stanford racconta un’accelerazione fuori scala ma il dato che colpisce di più non è tecnico, è politico. Il 73% degli esperti di intelligenza artificiale si aspetta effetti positivi sul lavoro, solo il 23% dei cittadini condivide questa aspettativa. Cinquanta punti di scarto tra chi costruisce il futuro e chi ci vive dentro. Non è un problema di comunicazione ma una frattura di potere.

Alte performance

I numeri del report dicono che l’adozione dell’Ai nelle organizzazioni è ormai vicina alla saturazione, che la generativa si è diffusa con una velocità superiore a quella con cui si diffusero internet e personal computer, e che i modelli più avanzati hanno raggiunto performance superiori a quelle umane in diversi compiti cognitivi. Tutto questo, da solo, non ci dice però dove stiamo andando, perché il punto non è cosa sanno fare le macchine ma chi decide che cosa devono fare, per chi, e secondo quale idea di società.

Loading...

Chi governa gli algoritmi governa anche, indirettamente, il campo delle possibilità. Decide quali risposte arrivano prima, quali priorità vengono rese visibili, quali correlazioni diventano criteri di scelta. L’intelligenza artificiale, lo sappiamo, non è neutrale: lavora su dati sedimentati nel passato e tende, per sua natura, a restituire il mondo nella forma in cui lo ha trovato. Così i bias diventano predizioni, le predizioni orientano le decisioni, e le decisioni finiscono per consolidare gli stessi assetti che avrebbero dovuto soltanto descrivere. È qui che l’efficienza rischia di diventare conservazione travestita da innovazione.

Concentrazione di potere

Il rapporto della Stanford University mostra un dato molto rilevante: la parte più avanzata dello sviluppo è concentrata in misura crescente nelle mani di grandi attori privati. Non stiamo assistendo soltanto a un salto tecnologico, ma ad una ridefinizione del potere. Un potere meno visibile di quello politico tradizionale, ma non per questo meno incisivo. Anzi: più penetra nelle architetture invisibili che organizzano la realtà, più fatichiamo a riconoscerlo come tale. Eppure, proprio mentre la rendita si concentra, qualcosa si muove in direzione opposta.

I giovani vogliono dire la loro

In Ungheria, il voto del 12 aprile 2026 ha segnato la fine dell’era Orbán con un’affluenza record intorno all’80%, trainata anche dalla mobilitazione giovanile. In Italia, poche settimane prima, il referendum sulla giustizia ha registrato una partecipazione insolitamente alta, vicina al 60%, mostrando che la domanda di coinvolgimento non è affatto esaurita. Fuori dall’Europa, le donne e i giovani iraniani continuano a rappresentare, pur in condizioni durissime, una richiesta di libertà che non accetta più di essere rinviata.

Segnali questi che non possono essere letti come episodi isolati, poiché dicono tutti la stessa cosa: la democrazia non può più limitarsi a essere una procedura. Se resta confinata al momento del voto, arriva tardi. Per questo la domanda che sale soprattutto dai giovani è più radicale di quanto sembri. Non chiede soltanto partecipazione elettorale, ma anche democrazia economica, accesso al governo delle infrastrutture digitali che producono valore e conoscenza.

La libertà, oggi, è poter concorrere a definire i fini, non soltanto selezionare i mezzi. È poter prendere parte alla costruzione delle alternative, non solo consumarle. È sottrarsi all’omologazione che rischia di insinuarsi quando le risposte arrivano prima ancora che le domande siano davvero nostre. Perché una società può diventare molto intelligente dal punto di vista computazionale e, nello stesso tempo, molto povera dal punto di vista umano. Può moltiplicare le capacità di calcolo e ridurre la capacità di desiderare. Può ottimizzare tutto, tranne il senso. È qui che l’intelligenza artificiale non basta. Perché possiamo avere sistemi sempre più potenti, predizioni sempre più accurate, automazioni sempre più pervasive.

La questione vera non è se l’AI sarà utile o dannosa, è chi decide che cosa conta come utile e chi ha voce nel definire i fini. Forse è proprio questo che i giovani stanno dicendo, nelle urne come nelle piazze: non basta essere inclusi in un sistema, vogliamo contribuire a scriverlo. Non basta essere utenti di un mondo intelligente, vogliamo esserne co-autori. Perché la libertà, anche nell’età degli algoritmi, nasce ancora da qualcosa che nessun modello può catturare fino in fondo: la capacità umana di desiderare altro, di immaginare diversamente, di non accontentarsi.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti