Medio Oriente

La Germania vuole bloccare i nuovi insediamenti di Israele in Cisgiordania

Berlino denuncia i rischi del piano: 3401 case che divideranno in due i territori. Continuano le violenze nella regione, denunciato l’incendio di una scuola

di Rosalba Reggio

L'interno danneggiato di un'aula di una scuola secondaria nel villaggio di Jalud, a sud di Nablus, in seguito a un attacco da parte dei coloni israeliani, il 9 gennaio 2026.

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Non piace alla Germania l’accelerazione israeliana sul progetto E1 in Cisgiordania. Ieri un portavoce del ministero degli Esteri tedesco ha denunciato il rischio dell’aumento dell’instabilità nei territori occupati e ha chiesto ad Israele di bloccare il progetto. La pressione tedesca arriva all’indomani della gara di appalto indetta dal ministero dell’Edilizia e dell’Abitazione per la costruzione delle 3.401 unità abitative che partirebbero da Gerusalemme est dividendo in due la Cisgiordania e compromettendo la continuità territoriale del futuro Stato palestinese.

Il piano, fa sapere la Ong israeliana Ir Amim (Città dei Popoli), solleva «serie preoccupazioni per una espulsione su larga scala delle vulnerabili comunità palestinesi nell’area, a causa dei piani israeliani di annessione e di chiusura della zona ai palestinesi». Continuano intanto le tensioni nei territori occupati. Come riporta l’agenzia Wafa diversi coloni avrebbero dato fuoco a una classe di una scuola media nel villaggio di Jalud, a sud di Nablus e incendiato cinque veicoli nel villaggio di Bazariya. Secondo l’Onu, dal 7 ottobre 23 al 13 novembre 2025 le forze israeliane e i coloni hanno ucciso almeno 1.017 palestinesi, tra cui 221 bambini.

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Sempre difficile la situazione a Gaza, dove ieri piogge e vento hanno messo in difficoltà i rifugiati accampati nelle tende e mancano cibo, beni di prima necessità e prodotti sanitari. Ieri le Idf hanno dichiarato di aver eliminato giovedì sei membri di Hamas. Dall’inizio della tregua le vittime sono state 439 (71.409 dall’inizio della guerra), e i feriti 1.223 (171.304 da ottobre 2023).

Ma i lavori per procedere alla fase due continuano. Ieri, l’ex inviato Onu per il Medio Oriente e probabile prossimo rappresentate del Board of Peace previsto dall’accordo, ha incontrato a Ramallah il vice presidente palestinese Hussein Al-Sheikh (all’indomani dell’incontro con Netanyahu).

Sull’accelerazione della fase due insiste anche l’Egitto, che in un colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri e la commissaria Europea per il Mediterraneo, ha sollecitato il coinvolgimento europeo e ha chiesto una maggiore pressione su Israele affinchè «garantisca la fornitura di sufficienti aiuti umanitari, soccorso e medici e contribuisca a creare un ambiente favorevole a una rapida ripresa e ricostruzione».

Sul tema degli aiuti umanitari è intervenuta anche Global Sumud Flotilla, che dopo aver annunciato nei giorni scorsi una nuova flotta di dimensioni doppie rispetto alla precedente, ha chiesto formalmente all’Egitto l’autorizzazione a entrare a Gaza via terra con un convoglio umanitario attraverso il valico di Rafah. Per la futura gestione di Gaza ha dichiarato ieri la premier Giorgia Meloni «non escludo la partecipazione dell’Italia a una eventuale forza multinazionale, perché credo possa fare la differenza».

Attendono la fase due del piano di accordo per rendere noti i loro nomi i nuovi leader di Hamas nella striscia di Gaza eletti di recente tramite comunicazioni telefoniche protette e incontri di persona in Egitto, Turchia e Qatar. Solo dopo l’avvio della fase due si saprà dunque se il nuovo capo di Gaza sarà della fazione dei falchi che intendono mantenere Hamas un movimento di liberazione o delle colombe che vogliono trasformare l’organizzazione in un partito politico convenzionale.

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