Inps: in primavera la decisione del Governo sull’aumento dei requisiti per la pensione

di Claudio Testuzza

4' di lettura

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La Cgil scopre che Inps nel suo applicativo, usato dai patronati per i calcoli previdenziali, ha alzato di 3 mesi i requisiti anagrafici e contributivi per andare in pensione dal 2027. E di altri 2 mesi dal 2029, senza nessun decreto a supporto.
Ce ne vuole uno del ministero dell’Economia di concerto con il Lavoro. Per legge deve arrivare almeno un anno prima. Quello valido per il 2025, ad esempio, fu firmato dall’allora Ragioniere dello Stato, Biagio Mazzotta, a luglio 2023, quasi un anno e mezzo prima. Non si capisce quindi come Inps possa aver adeguato i software con un incremento non ufficiale e tra l’altro solo in parte coincidente con i numeri Istat. Dopo qualche ora, la denuncia del sindacato viene smentita dall’ Inps. Un pasticcio. Se fosse davvero come risultava alla Cgil, dal 2027 si sarebbe usciti a 67 anni e 3 mesi (con 20 di contributi) per la pensione di vecchiaia. E dal 2029 a 67 anni e 5 mesi. Cambierebbe anche la pensione anticipata. I contributi necessari, a prescinderà dall’età, passerebbero dai 42 anni e 10 mesi di oggi (un anno in meno per le donne) a 43 anni e 1 mese nel 2027 e 43 anni e 3 mesi dal 2029.
Il meccanismo che adegua gli assegni pensionistici all’aspettativa di vita è stato introdotto da un decreto legge del 2010 ed è sostanzialmente decollato nel 2013. Negli ultimi anni l’aggiornamento dei requisiti pensionistici è stato di fatto congelato fino a tutto il 2026. Nell’attuale millennio la speranza di vita è progressivamente lievitata, soprattutto rispetto agli anni ’70 e ’80. E con l’invecchiamento della popolazione questo andamento è atteso, in forma ancora più marcata, anche negli anni a venire con significative ricadute sul sistema pensionistico pubblico, chiamato a erogare prestazioni per un periodo più lungo. Per questo motivo nel 2010, con il decreto legge n. 78, poi convertito nella legge n. 122/2010, fu previsto dal 1° gennaio 2013, il progressivo innalzamento dei requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia ed anticipata al fine di sterilizzare gli effetti dell’allungamento della vita media della popolazione.
Nel 2013 si materializzava il primo scatto di tre mesi e la pensione per gli uomini sale a 66 anni e tre mesi. Lo scatto successivo è nel 2016 ed è di quattro mesi. La soglia anagrafica lievita a 66 anni e sette mesi. Al momento, l’ultimo scatto è quello del 2019 con cinque mesi in più, che portano l’asticella a 67 anni. In questo periodo viene aumentato anche il numero di anni di contributi necessari alla pensione anticipata (a prescindere dall’età), passati per gli uomini dai 42 anni e 1 mese nel 2012 a 42 e 5 mesi nel 2013, a 42 e 6 nel 2014 fino ad arrivare a 42 anni e 10 mesi nel 2016 (12 mesi in meno per le donne).
Nel caso delle pensioni di vecchiaia, a partire dal 2019 l’aggiornamento ha una frequenza biennale (in precedenza era triennale) ma è stato nullo per i bienni 2021-2022, 2023-2024 e 2025-2026 perché non si sono registrati aumenti della speranza di vita, anche a causa delle ricadute della stagione del Covid. In particolare, per il 2025 la variazione è stata nulla perché l’Istat nel biennio di riferimento ha riscontrato un calo della speranza di vita di un mese, che si è aggiunto al calo di tre mesi registrato nel biennio precedente il 2023.
La legge del 2009 prevedeva un adeguamento biennale della speranza di vita: se negativa, i requisiti non cambiano (non si va in pensione prima), ma il “tesoretto” dei mesi viene recuperato poi dopo a scomputo, quando invece la vita torna ad allungarsi. Ecco dunque che i 4 mesi “avanzati” potrebbero consentire di lasciare le cose come stanno ora fino al 2029.
Ma tuttavia Il prossimo passaggio legato all’aspettativa di vita è atteso nel 2027. L’ultimo rapporto della Ragioneria Generale dello Stato del 2024 sulle tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico orientativamente ipotizzava che l’età di uscita rimanesse di fatto ferma a 67 anni anche nel biennio 2027-28 (scatto potenziale di un mese), ma indicava anche l’andamento in crescita della speranza di vita, non escludendo quindi del tutto la possibilità di un adeguamento .
La Ragioneria generale dello Stato nell’ultimo rapporto sulle pensioni del 2024 non lo aveva di fatto indicato, anche se aveva fatto notare che la speranza di vita era tornata a crescere. In altre parole, chi avesse provato a verificare sul sito dell’Inps il tempo rimasto prima di andare in pensione si sarebbe trovato l’amara sorpresa: tre mesi in più da trascorrere al lavoro, tutto il contrario degli annunci elettorali sbandierati finora. L’Ente, però, ha assicurato che i parametri resteranno invariati, basandosi sulle tabelle attualmente pubblicate. Un messaggio rassicurante per chi temeva cambiamenti repentini, ma che non cancella del tutto le preoccupazioni sollevate dal sindacato.
La classe penalizzata ancora una volta sarebbe quella dei nati nel 1960, baby boomer, rimasti fuori dalla Quota 100 dato che per utilizzare la misura di anticipo della pensione ci volevano 62 anni compiuti entro il 2021 oltre a 38 anni di contributi versati e ora bloccati di nuovo dall’aumento dei requisiti. C’è anche il rischio di creare nuovi “ esodati ” , lavoratori che hanno aderito a piani di isopensione o scivoli di accompagnamento alla pensione e potrebbero trovarsi per alcuni mesi senza tutele.
In ogni caso, la decisione finale spetterà al Governo, che dovrà discuterne e produrre un decreto in cui si ufficializza l’aumento o meno dei requisiti. Nel corso del 2025 si tornerà a parlare di età pensionabile, visto che ci vuole almeno un anno di tempo e il decreto per il 2027 è atteso proprio nel corso di quest’anno, molto probabilmente in seguito proprio al rapporto primaverile dell’Inps sull’aspettativa di vita.

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