Lo studio Teha

Innovazione: Italia indietro nel ponte tra ricerca e mercato

In 25 anni nata meno della metà di imprese innovative rispetto a Germania, Francia e Spagna. De Molli: «Potenziare i ponti del trasferimento tecnologico»

di Luca Orlando

 via REUTERS

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Novemila aziende innovative in 25 anni, di fatto una al giorno, sabati e domeniche inclusi. Se in valore assoluto la performance dell’Italia può apparire anche interessante, il confronto internazionale in realtà ci relega in coda alla classifica, con valori che arrivano a meno della metà rispetto a Germania, Francia e Spagna, un sesto della Cina, un 36esimo se il confronto è con la mecca dell’innovazione, cioè gli Stati Uniti.

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A mettere in fila i numeri, avanzando proposte di rilancio è la ricerca di Teha Club (Le grandi tecnologie del futuro: nuovi paradigmi per economia, sicurezza e società. Verso una strategia di techshoring per l’Italia) e InnoTech Hub.

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Lo studio considera 5 macrotrend tecnologici strategici su cui investire per la competitività̀ dell’Italia di domani (energia e acqua; AI e quantum; robotica e sistemi autonomi; biotecnologie e materiali avanzati; difesa, spazio e sicurezza) e si pone come obiettivo quello di definire una strategia di techshoring: una politica industriale che allinei le catene del valore nazionali ai grandi trend tecnologici globali, attraendo capitali e competenze per fare dell’Italia un hub di innovazione.

Se con oltre 338mila imprese, l’Italia è il primo Paese europeo per numero di Pmi manifatturiere davanti a Francia (257mila) e Polonia (240mila), questa forza si traduce solo in parte in spinta innovativa.

Un primo nodo riguarda le risorse in campo: guardando ad esempio ai fondi assegnati ai Competence Center, hub creati per agevolare il trasferimento tecnologico, per ogni Pmi vi sono a disposizione 112 euro, a fronte dei 18mila disponibili per la rete del Fraunhofer tedesco, che dispone di un budget di 3,6 miliardi.

Se l’Italia in termini di produzione scientifica eccelle ed è tra i primi dieci Paesi al mondo, solo il 3% delle pubblicazioni italiane rientra tra le più influenti a livello globale. Ma dello stesso 3% si tratta quando si misura la quota di pubblicazioni convertite in brevetti, contro il 13% della Francia e il 19% della Germania.

Debolezza che riguarda tutti i principali macrotrend identificati come prioritari per il futuro (energia e acqua, AI & quantum, robotica e sistemi autonomi, biotecnologie e materiali avanzati, difesa-spazio-sicurezza), che non riguarda la qualità della ricerca, ma la capacità di valorizzarla economicamente.

In termini di innovazione a trainare sono in generale le grandi imprese che, pur rappresentando solo l’1,3% delle aziende distrettuali, generano quasi la metà della spesa in innovazione. Con 42 aziende nella top 800 UE per spesa in R&S e investimenti aggregati per circa 11 miliardi di euro, l’Italia si colloca al quarto posto in Europa. Risultato solido, che maschera tuttavia un divario strutturale: la Germania investe quasi undici volte di più attraverso le sue grandi imprese, la Francia oltre quattro volte.

A pesare sulla scarsa spinta innovativa è anche la fuga dei talenti: su 119 mila laureati Stem all’anno (4° posto in Europa, ma per incidenza sul totale siamo tredicesimi), 20mila di questi scelgono di migrare. E ad ogni modo, nelle discipline ICT l’Italia è l’unico paese Ue con meno di un iscritto ogni mille abitanti.

Sul fronte della domanda di lavoro, lo studio di TEHA Club e InnoTech Hub ha analizzato 1,6 milioni di annunci pubblicati in 15 mesi: solo 2 offerte su 100 riguardano le 5 tecnologie strategiche, pari al 2% del mercato. C’è però un segnale positivo: mentre il mercato del lavoro complessivo si contrae (-0,3% mensile), la domanda di professionisti specializzati nelle tecnologie di frontiera cresce del 4,2% ogni mese.

La produzione scientifica nelle 5 tecnologie strategiche si addensa a Milano, Padova, Bologna, Roma e Napoli, unica città del Sud inclusa tra i poli scientificamente produttivi: insieme a Pisa, il capoluogo campano mostra una specializzazione di rilievo in robotica e AI applicata. La capacità brevettuale si concentra, invece, tra Milano, Torino, Bologna e Roma e lo stesso schema si ripete sul fronte del talento: in Lombardia, Piemonte, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna si concentrano i primi poli di assunzione in tutte e 5 le tecnologie strategiche. Il Mezzogiorno resta ai margini dell’ecosistema dell’innovazione.

«Se guardiamo al posizionamento nell’ecosistema internazionale dell’innovazione industriale - spiega Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti e TEHA Group - l’Italia dispone di asset reali e riconosciuti: una base scientifica eccellente, infrastrutture di ricerca di rilievo internazionale, competenze industriali radicate in territori a forte vocazione produttiva. La catena che dovrebbe collegare conoscenza, tecnologia e mercato tende però a interrompersi nei passaggi intermedi, disperdendo un potenziale che altre economie stanno invece capitalizzando. La soluzione è compiere scelte mirate, costruendo sulle eccellenze esistenti e sviluppando ecosistemi capaci di attrarre e trattenere capitale, talenti e innovazione. Il futuro tecnologico dell’Italia sarà quindi il risultato di scelte, investimenti mirati e capacità di visione”.

Lo studio propone ad esempio di rafforzare il ponte tra ricerca e brevetto: le carriere accademiche dipendono da criteri costruiti attorno alle pubblicazioni, con il risultato che solo il 3% della produzione scientifica diventa brevetto. Il secondo gap è tra brevetto e impresa: gli Uffici di Trasferimento Tecnologico hanno metà del personale della media europea e operano spesso come uffici legali, privi delle competenze di business development. Il terzo limite è il rapporto tra impresa e scaling: non manca il capitale in senso assoluto, ma fondi di venture capital con competenze verticali sui macrotrend tecnologici. La ricerca propone di orientare l’innovazione su 4 obiettivi misurabili: costruire ecosistemi tecnologici su scala globale, favorire l’upselling tecnologico del manifatturiero, aumentare la conversione della ricerca, incrementare il numero delle imprese innovative in Italia. Per farlo ha elaborato 4 proposte: riformare i criteri di valutazione della ricerca accademica, potenziare le strutture di trasferimento tecnologico, assegnare obiettivi misurabili agli enti pubblici di ricerca rispetto a spin-off, brevetti e partnership industriali; costruire o attrarre fondi di venture capital con competenze verticali sulle 5 tecnologie strategiche attraverso co-investimenti pubblici selettivi.

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