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Ingegnere e scienziate, numeri in crescita nei Paesi europei

Nell’Ue le donne tra scienziati e ingegneri sono quasi raddoppiate dal 2008, ma restano ferme al 40,5% con forti divari tra Paesi e settori

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore)

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La tendenza c’è, anche se i numeri sono ancora bassi: nei Paesi dell’Ue cresce il numero di donne che lavorano come scienziate e ingegnere. Nell’arco di 16 anni il dato è più che raddoppiato. Si è passati da 3,4 milioni nel 2008 ai 5,2 milioni del 2014, per poi arrivare a 7,9 milioni del 2024.

«In tutte le attività economiche, le donne hanno rappresentato il 40,5% della forza lavoro di scienziati e ingegneri nel 2024 - dice un rapporto Eurostat -. Questa quota era più alta nel totale dei servizi ad alta intensità di conoscenza con una percentuale del 45,1% e nelle categorie di servizi con un 45,0%. Nella produzione, le donne rappresentavano il 22,4% degli scienziati e degli ingegneri, mentre in altre attività, quella quota era del 23,6%».

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La percentuale più alta in Lettonia

La percentuale più alta di donne scienziate e ingegnere, nel 2024, si è registrata in Lettonia dove la quota sul totale è stata del 50,9%, poi in Danimarca, 48,8%, Estonia 47,9% Spagna 47,6% e Bulgaria e Irlanda, entrambe 47,3%. La più bassa rappresentanza di scienziate e ingegnere è stata in Finlandia 30,7%, seguita da Ungheria 31,7%, Lussemburgo 32,4%, Slovacchia 33,6% e Germania 34,6%. In 4 regioni della Spagna la percentuale ha superato il 50%.

Tra i paesi fanalino di coda, con le percentuali più basse ci sono la regione ungherese di Közép-Magyarország (con il 30,0%), la regione finlandese di Manner-Suomi (30,7%), e le regioni tedesche di Renania-Palatinato, Baden-Württemberg e Assia.

Non va molto meglio in Italia dove i numeri sono inferiori al 40%: la percentuale di donne sul numero totale di scienziati e ingegneri è del 38,015 nel centro Italia, del 37,5% nelle isole e del 34,949% nel nord ovest, 34,574% a nord est, e 31,113% al sud. Qualche crescita si registra nelle iscrizioni all’albo degli ingegneri da parte delle donne.

La scienziata

Eppure anche nel mondo della ricerca scientifica gli esempi sia del passato che del presente non mancano. A guardare positivamente il dato, anche se rimarca che «c’è ancora tanto lavoro da fare», è Eleonora Cocco, direttrice del Centro regionale per la diagnosi e la cura della Sclerosi multipla dell’ospedale Binaghi di Cagliari e docente universitaria. Un centro diretto, oggi ma anche in passato, da donne. «Il fatto di avere esempi donna è senza dubbio positivo, noi abbiamo avuto una grande maestra - dice -. Il fatto di avere dei punti di riferimento è molto bello e anche importante per le ragazze che decidono di fare ricerca».

Il segno di un cambiamento che cancella il luogo comune della ricerca scientifica confinata ai maschi e fa sì che chi ricopre un ruolo si senta autorizzato a farlo senza doversi sentire a disagio. «Si può dire che si sta sempre più buttando giù lo stigma, naturalmente c’è lavoro da fare - aggiunge -. È chiaro che sta cambiando qualcosa. Questa visione “differente” che vede le donne al comando non può che favorire quel cammino che va verso nella direzione della parità». Un passo importante ma non definitivo perché «ancora ci vogliono politiche di genere ed è necessario lavorare perché si abbattano gli stereotipi».

La rettrice

Che ci sia ancora strada da fare lo sottolinea anche la rettrice dell’Università Sapienza di Roma Antonella Polimeni. «Nonostante i progressi degli ultimi anni, il gender gap nelle STEM rimane significativo e diffuso su tutto il territorio nazionale, senza differenze marcate tra aree ma con livelli complessivamente bassi. Questo indica che il problema è strutturale e non circoscritto a specifiche realtà locali - dice -. A incidere è ancora il peso di fattori culturali radicati: stereotipi di genere e pregiudizi scoraggiano in particolare le ragazze dall’intraprendere percorsi Stem, che sono invece spesso percepiti come più adatti ai ragazzi. Ciò alimenta un divario che si costruisce già nei primi anni di scuola e si consolida nel tempo». Una strada perché il dato possa crescere, secondo la rettrice ci può essere, ma «a condizione che si intervenga in modo continuativo e sistemico. Scuola e università, come comunità educanti, devono incidere in maniera decisiva rafforzando l’orientamento già nei primi anni di formazione e accompagnando le studentesse verso scelte più consapevoli e libere da condizionamenti».

Lituania

La Lituania rappresenta uno dei casi più avanzati in Europa per partecipazione femminile nelle STEM: le donne costituiscono circa il 63% della forza lavoro complessiva nel settore e oltre il 52% tra scienziati e ingegneri, ben al di sopra della media Ue.

Nel comparto tecnologico, pur con una presenza più limitata (circa 27%), si registra una crescente inclusività e una forte presenza femminile anche nei ruoli di leadership. Tra le figure più note Milda Mitkutė (cofondatrice di Vinted), Simona Andrijauskaitė e Dalia Lašaitė.

Determinante è stato il programma “Women Go Tech”, che dal 2017 ha accompagnato circa 800 donne verso carriere ICT, lavorando non solo sulle competenze ma anche su fiducia e networking. Parallelamente, il Paese investe nelle scienze della vita, settore destinato a crescere fino al 5% del Pil entro il 2030.

Secondo il rapporto “She Figures 2024”, la Lituania è seconda nell’Ue per partecipazione femminile nella ricerca e innovazione. Resta però un divario in alcuni ambiti tecnici e nei finanziamenti alla ricerca, motivo per cui è stato adottato un Piano per l’uguaglianza di genere 2026-2029.

Spagna

In Spagna le donne rappresentano il 50,5% del personale nella ricerca pubblica, ma solo il 31,2% nel settore privato, con una media complessiva del 39,6%. La presenza femminile supera il 50% anche nei dottorati, ma resta più bassa in ingegneria e architettura.

Il miglioramento è legato anche a interventi normativi, come la legge 17/2022 che impone equilibrio di genere negli organi di valutazione, e a programmi istituzionali come l’Osservatorio Donne, Scienza e Innovazione e “Women in Innovation”.

Persistono tuttavia ostacoli strutturali: difficoltà di conciliazione tra lavoro e vita privata, minore stabilità occupazionale nei settori industriali e barriere all’avanzamento di carriera.

Austria

In Austria la presenza femminile nelle STEM è cresciuta costantemente: oggi le donne rappresentano circa il 39% degli studenti e dei laureati nelle discipline scientifiche, con un aumento significativo nell’ultimo decennio, soprattutto nelle università di scienze applicate.

Permane però una forte segregazione del mercato del lavoro: le donne sono concentrate nei settori sociali e dell’istruzione, mentre nell’industria la loro quota resta intorno a un quarto. Solo il 31% delle laureate STEM lavora effettivamente in ambito STEM, contro il 60% degli uomini.

Tra le principali criticità emergono condizioni di lavoro difficili, scarse opportunità di carriera e ambienti poco inclusivi. Politiche come il fondo “LEA – Let’s Empower Austria” puntano a contrastare stereotipi e favorire l’accesso delle donne alle carriere scientifiche.

Albania

Anche in Albania le donne restano sottorappresentate nei settori ICT e ingegneristici, con una prevalenza maschile tra studenti e lavoratori.

Secondo esperti del settore, le principali barriere sono legate a stereotipi culturali radicati e alla mancanza di modelli femminili di riferimento. Iniziative come il Network of Albanian Women in STEM cercano di contrastare questi fattori, ma resta fondamentale tradurre le strategie nazionali in misure concrete.

Il divario si riflette anche sul piano retributivo, con un gap salariale significativo tra uomini e donne nei settori ad alta qualificazione.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Justė Ancevičiūtė (Delfi, Lithuania); Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna); Natascha Ickert (Der Standard, Austria); Tornike Kakalashvili (OBCT, Albania)

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