Industria

Infrastrutture, energia e agricoltura. Le filiere guardano all’Africa

Internazionalizzazione. Nell’ambito del Piano Mattei, la Lombardia propone la sua strategia per cogliere le opportunità di un continente in rapida crescita

di Giovanna Mancini

Un continente, tante nazioni. L’Africa conta 54 Stati sovrani, molto diversi per caratteristiche economiche e livello di sviluppo (nella foto, Lagos, in Nigeria)

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Primo avviso ai naviganti: toglietevi dalla testa lo stereotipo del «mercato esotico o complesso». «L’Africa - o meglio, i tanti e diversi Paesi africani - sono mercati come tutti gli altri, solo che noi europei abbiamo una minore conoscenza e una minore consuetudine con quest’area del mondo, per cui occorre studiare e prepararsi un po’ di più». Massimo Zaurrini, giornalista e direttore di «Africa e Affari/InfoAfrica» ha introdotto così la sua analisi economica del continente africano durante l’evento «Fare impresa in Africa organizzato a fine settembre da Confindustria Lombardia, nell’ambito delle attività di Enterprise Europe Network.

Un incontro per conoscere meglio un vastissimo territorio da molti considerato il prossimo Eldorado, ma soprattutto per valutare le concrete opportunità di sviluppo per le aziende lombarde, sulla spinta del Piano Mattei varato dal governo Meloni. Opportunità rese ancor più necessarie dall’esigenza di diversificare i mercati in seguito all’introduzione dei dazi commerciali negli Usa imposti dalla presidenza di Donald Trump.

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Un continente, 54 Paesi

Il secondo aspetto sottolineato da Zaurrini è che anche le economie africane, come tutta l’economia globale, hanno subito un rallentamento a causa di guerre, tensioni geopolitiche e misure protezionistiche. Ciononostante, nel suo insieme il continente continua a crescere a un ritmo superiore rispetto alla media globale, anche se la crescita non è uniforme. L’Africa orientale, ad esempio, è l’area più dinamica, mentre il Nord risente di più la crisi commerciale seguita al conflitto tra Israele e Palestina. E poi ci sono i diversi Paesi, con il Sudafrica che sta soffrendo di più l’effetto dei dazi Usa, altri come la Nigeria che rallentano per la crisi dell’Oil&Gas, mentre nazioni come Senegal e Costa d’Avorio, ma anche Kenya e Tanzania, reggono meglio grazie a economie diversificate.

Fatte tutte queste premesse, durante il convegno è apparso in modo chiaro che questa rapida espansione dell’Africa offre diverse opportunità alle imprese italiane e lombarde in particolare, vista la natura dei settori produttivi coinvolti in maniera più diretta dalla strategia del piano Mattei. «Le aziende lombarde sono pronte a mettere in campo la propria esperienza e vocazione all’internazionalizzazione», ha confermato nel suo intervento il presidente di Giovani Industriali Confindustria Lombardia, Jacopo Moschini, ricordando che la Lombardia è la prima regione italiana per esportazioni (con quasi 164 miliardi di euro nel 2024, il 26,2% del totale nazionale) e la prima regione manifatturiera d’Europa. La quota di fatturato realizzata sui mercati esteri nel 2024 dalle nostre imprese internazionalizzate è pari al 44,7%, ed è prevista in ulteriore espansione al 45,2% nel 2025.

I settori più coinvolti

«A fronte di questa elevata vocazione internazionale, oltre che di una composizione eterogenea delle filiere produttive regionali, sono molti i settori produttivi in cui le imprese lombarde possono offrire il proprio know-how e la propria esperienza alle controparti dei Paesi africani - ha aggiunto Moschini -. In particolare infrastrutture e costruzioni, macchinari utensili, elettronica e robotica, energie rinnovabili, tecnologie per il trattamento e la distribuzione dell’acqua, soluzioni per la gestione dei rifiuti, agroalimentare». Per Confindustria Lombardia, il giusto approccio strategico per mettere a terra il Piano Mattei con il massimo coinvolgimento e beneficio per le aziende italiane, è declinare il Piano Mattei in accordi bilaterali con i singoli Paesi africani interessati, nel contesto dell’area di libero scambio African Continental Free Trade Area (AfCFTA), che mira a favorire gli scambi commerciali tra paesi africani eliminando il 90% delle tariffe doganali.

C’è poi il tema della «formazione di qualità», su cui Moschini ha messo l’accento: «Nel quadro della collaborazione tra Italia e Africa, questo tema è il fattore in grado di abilitare tutti gli altri. Tema fondamentale anche se si considerano alcuni aspetti demografici che spiegano molto della rapida crescita del continente africano che, all’inizio del secolo scorso, contava circa 140 milioni di abitanti, raddoppiati già all’inizio degli anni ’60. Oggi l’Africa conta un miliardo e mezzo di abitanti, con un età media di 19 anni, contro un’età media europea che supera i 40 anni e che in Italia arriva a 46. Nei prossimi 25 anni si stima che gli africani saranno 2 miliardi e mezzo, prevalentemente in età da lavoro.

I progetti lombardi in Africa

Ma quale modello di business e quale approccio di investimento seguire per le imprese? Regione Lombardia ha messo a punto una strategia che, prendendo le mosse dal Piano Mattei, si basa su due presupposti (si veda anche l’intervista qui sotto): mettere in campo progetti di cooperazione e sviluppo che coinvolgano il maggior numero possibile di soggetti in Italia - dalle Ong/Ocs alle imprese, alle università - per creare in loco le competenze necessarie allo sviluppo; e che generi opportunità non solo delle grandi aziende, ma anche delle tante piccole e medie realtà manifatturiere che costituiscono il tessuto produttivo del territorio. Sono stati avviati diversi progetti, alcuni che hanno ormai assunto una fisionomia concreta. Tra questi, un progetto di supporto alle filiere agroalimentari in Kenya, che prevede la formazione di 30mila piccoli agricoltori su tecnologie agricole intelligenti, la formazione di 1.600 leader appartenenti a 37 cooperative di produttori. Sempre in ambito agricolo, un progetto in Mozambico si propone di favorire uno sviluppo socioeconomico sostenibile, valorizzando i piccoli produttori e le micro, piccole e medie imprese attraverso il trasferimento di competenze e risorse. Un altro prevede la creazione di tre campus congiunti di Scienza, Tecnologia e Innovazione in Tunisia, Tanzania e Uganda, con l’obiettivo principale di sviluppare competenze tecnico-scientifiche avanzate, consolidare gli ecosistemi locali di innovazione e favorire il dialogo tra scienza e politica.

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