Manifattura

Industria dei pannelli, i costi dell’energia frenano la competitività

Prezzi dell’elettricità ancora doppi rispetto al periodo pre-Covid e costi produttivi del 45% in più della Germania

di Giovanna Mancini

3' di lettura

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Il paradosso è che – pur in un mercato del mobile e dell’edilizia stagnanti, se non in regressione – le importazioni di pannelli sono aumentate nel primo semestre dell’anno anche a doppia cifra, come nel caso del truciolare (+39%). Un dato che fa riflettere e allarma le imprese italiane del settore, la cui produzione è invece rallentata nell’ultimo anno, perché nasconde una perdita di competitività della nostra industria a favore dei competitor europei ed extra-europei. «Il problema fondamentale sono i prezzi dell’energia – spiga Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli –. Siamo certamente lontani dai picchi raggiunti al culmine della crisi, nel 2022, ma se guardiamo le statistiche relative ai prezzi dell’elettricità in Italia nei primi otto mesi del 2024, i valori sono quasi doppi rispetto alle medie storiche pre-pandemia».

Aumenta il differenziale con i competitor

A pesare sulla competitività dell’industria italiana, però, più che il valore assoluto del costo dell’energia, è il valore differenziale rispetto al resto d’Europa, che è aumentato: le imprese italiane pagano l’energia elettrica il 45% rispetto alla Germania, e oltre il doppio rispetto a Francia e Spagna, a causa principalmente, spiega Fantoni «delle asimmetriche politiche di promozione delle fonti rinnovabili e dell’energia nucleare da parte dei singoli stati membri».

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Il tema è ben noto per quanto riguarda i settori considerati energivori, come l’acciaio, la ceramica, la plastica o la carta, che da tempo chiedono ai governi interventi per ripianare tali asimmetrie. «Quello che ci preme come associazione e come imprese, è che anche il nostro comparto venga annoverato tra gli energivori», precisa Fantoni. Un simile squilibrio nei costi produttivi delle produzioni a monte dell’industria del legno-arredo rischia peraltro di ripercuotersi sulla competitività dell’intera filiera, che complessivamente contribuisce per oltre 20 miliardi di export al surplus commerciale del Paese.

Mercato stagnante nel 2024

La questione energetica è una zavorra ulteriore per un comparto che da mesi viaggia con il freno a mano tirato, a causa soprattutto del calo della domanda da parte delle imprese del mobile e dell’edilizia, ma anche della crisi dell’industria tedesca dell’arredamento, per la quale molte aziende italiane lavorano come fornitrici di componentistica. Una crisi che trova conferma nella decisione della Fiera di Colonia di annullare l’edizione 2025 di Imm Cologne, la più importante manifestazione espositiva del settore in Germania.

In Italia la situazione è meno drammatica, tuttavia già nel 2023 il centro studi di FederlegnoArredo (Fla) aveva rilevato un calo del 14% nel valore della produzione di pannelli rispetto al 2022 e per il primo semestre di quest’anno il Monitor periodico di Fla stimava un calo delle vendite del 10,9% anche se, a luglio, le aziende si attendevano un miglioramento nella seconda parte del 2024, con una chiusura d’anno in calo contenuto, attorno al -2,3%.

Le preoccupazioni delle aziende

«Temo che la attese siano ora un po’ meno ottimistiche – commenta Fantoni –. Dall’Europa arrivano segnali negativi, come la chiusura di alcune fabbriche in Austria, Spagna e Francia a causa del calo della domanda». Non mancano però elementi positivi, come il buon andamento della fiera Sicam di Pordenone, dedicata alla componentistica per l’arredo, che si è tenuta a inizio ottobre con numeri incoraggianti.

Le difficoltà del comparto si riflettono trasversalmente su tutta la filiera. «Noi lavoriamo i pannelli, quindi risentiamo di questa fase di rallentamento e, indirettamente, gli elevati costi dell’energia si riversano su di noi», conferma Andrea Tagliabue, vice-presidente di Tabu, azienda di Cantù specializzata nella tintura del legno dal 1927, con circa 180 dipendenti e un fatturato di 37 milioni di euro nel 2023. «Fino a giugno il calo del fatturato era attorno al 6-7%, ma il terzo trimestre si è accentuato. Prevediamo un miglioramento nell’ultima parte dell’anno, ma continuano a pesare tassi di interesse elevati e le incertezze a livello internazionale, che frenano gli investimenti».

Di mercato stagnante parla anche Alessandro Corazza, direttore generale del gruppo della componentistica Ilcam: «Si sente molto la difficoltà della Germania e non ci attendiamo un’inversione di tendenza fino alla metà del prossimo anno». Anche Corazza mette l’accento sul nodo dei costi energetici, che frenano la competitività delle imprese italiane, oltre che su alcune normative europei (tra cui Cbam ed Eudr) che, pur animate da ottime intenzioni, rischiano di rendere sempre più difficile fare impresa all’interno dell’Unione europea.

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